TEMPLARI. - L'Ordine del Tempio deve la sua origine a Ugo di Payens, il quale persuase un gruppo di cavalieri a portarsi a Gerusalemme per rendere sicuro il passaggio dei pellegrini da Giaffa alla Città Santa. I nuovi arrivati si stabilirono ca. il 1119, in una parte del Palazzo reale, chiamata Templum Salomonis, donde il loro nome di T. In seguito, tutte le numerose case da essi erette, sia nella Terra Santa come in Occidente, furono designate con il nome di « Templi ». Il Concilio di Troyes (genn. 1128) regolarizzò la loro situazione giuridica e s. Bernardo redasse per loro uso un severo regolamento (cf. H. de Curzon, La règle du Temple, Parigi 1886; G. Schnitzer, Die ursprüngliche Tempelerregel, Friburgo in Br. 1903).
I membri dell'Ordine si dividevano in tre classi diverse: i cavalieri, reclutati tra la nobiltà; i sergenti, o scudieri, usciti dalle classi borghesi; i cappellani, incaricati del servizio del culto. I cavalieri portavano un mantello bianco, e i sergenti un mantello nero o rossastro. Eugenio III vi aggiunse una croce rossa. Oltre i tre voti di religione, i T. prestavano giuramento di prendere la difesa dei Luoghi Santi. Reclutati, com'erano, tra i cavalieri, avevano di questi le buone qualità e i difetti. D'un coraggio esemplare, disciplinari rispetto ai loro capi, combattevano gli infedeli e compirono fatti d'armi che colmarono di ammirazione i contemporanei. Il gran maestro Guglielmo di Beaujeu cadde eroicamente nel disastro di S. Giovanni d'Acri (1291). Però questi valorosi guerrieri peccarono di folle audacia, perché troppo spesso si lasciarono massacrare dal nemico, lanciandosi contro di esso prima di attendere l'arrivo del grosso delle truppe cristiane. Fieri delle loro imprese, cedettero all'alterigia e all'orgoglio e, seguendo una politica tutta propria, perseguirono interessi contrari a quelli dei re di Gerusalemme; ruppero imprudentemente tregue utili, e, invece di concludere con i Mongoli un'alleanza vantaggiosa, li spinsero alla guerra. Commisero anche l'imprudenza di entrare in conflitto con gli Ospitalieri e di parteggiare per i Veneziani contro i Genovesi. Tutto sommato, contribuirono, con il loro modo di agire, allo sfacelo del Regno latino di Gerusalemme.
I T. ebbero anche un'altra sfortuna; si guadagnarono, è vero, la fama di abili finanzieri nell'amministrare i beni considerevoli che possedevano nella cristianità, le cui rendite fornivano loro i mezzi indispensabili per mantenere le loro truppe, ma passarono anche per egoisti, anzi per avari. Economi dei loro tesori, si rifiutarono, il 6 maggio 1250, di anticipare a s. Luigi il denaro necessario al riscatto dei prigionieri caduti nelle mani degli infedeli nel disastro di Damietta; Joinville racconta che il Re, impugnata una scure, li minacciò di sfondare i loro forzieri; il che li ridusse a capitolare (cf. ed. di N. de Wall, Parigi 1838, §§ 380-85).
Cacciati dalla Siria e non riuscendo a stabilirsi nell'Isola di Cipro, i T. si fissarono in Occidente e resero importanti servizi ai commercianti e si re, trasformandosi in banchieri che assicuravano, senza rischi, il trasferimento delle somme loro versate in deposito, o ammi-

(da Academie des Inscriptions et Lettres, Comptes rendus des sciences de l'année 1916, p. 12)
Il venerdì 13 ott. 1307 tutti i T. del Regno di Francia furono improvvisamente arrestati e imprigionati (cf. E. Baluze, op. cit., I, Parigi 1916, p. 8). I giuristi di Filippo il Bello giustificarono quell'arresto con il pretesto di delitti infami. Dopo molto tergiversare, Clemente V ordinò (luglio 1308) che si facesse una doppia inchiesta: l'una contro le persone dei T. per cura dell'Ordinario, l'altra contro lo stesso Ordine per mezzo dei commissari pontifici. La sorte degli individui sarebbe poi stata determinata dai Concili provinciali; quella dell'Ordine da un Concilio generale da tenersi a Vienne nel Delfinato.
La duplice inchiesta diede risultati contraddittori; nell'Inghilterra, nella Scozia, in Irlanda, in Aragona e in Castiglia, nella Germania, i T. vennero riconosciuti innocenti dai delitti loro imputati; mentre in Francia e nei paesi soggetti alla sua influenza, come la Provenza, il Regno di Napoli e anche negli Stati della Chiesa furono proclamati colpevoli. La loro esecuzione capitale, avvenuta nell'Isola di Cipro, fu un assassinio politico. Il 3 apr. 1312, in una seduta conciliare, Clemente V pronunciò la soppressione dell'Ordine, ma adoperando formale che meritano di essere ponderate, cioè in via di provvedimento e non di condanna. Il 3 maggio i beni dell'Ordine vennero attribuiti agli Ospitalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, tranne che in Aragona, Castiglia, Portogallo e Maiorca, dove furono devoluti agli Ordini nazionali, che conducevano la crociata contro i Saraceni. La sorte dei grandi dignitari dell'Ordine fu riservata alla
S. Sede. Condotto alla presenza di tre cardinali, a Parigi, il gran maestro Giacomo di Molay protestò la sua innocenza. Filippo il Bello non permise che ne arrecasse le prove; anzi per suo ordine quello sfortunato fu bruciato sul rogo (18 marzo 1314).
La questione di sapere se i T. erano colpevoli o innocenti non si pone che per rispetto alla Francia; e attualmente è ancora controversa. Parte degli storici sostiene la buona fede e lo zelo religioso di Filippo il Bello; altri, invece, pensano che egli commise un abuso di potere e un rifiuto di giustizia. Sembra che la ragione stia dalla parte di questi ultimi. Se i T. fecero delle confessioni, questo avvenne soltanto sotto la pressione del timore della pena capitale. Gli ordini dati dal Re di Francia ai suoi ufficiali erano perentori «egli prometteva loro il perdono se confessavano la verità, ritornando alla fede della S. Chiesa, altrimenti sarebbero stati condannati a morte» (cf. G. Lizerand, Le dossier de l'affaire des Templiers, Parigi 1923, p. 27). D'altra parte si sa con certezza che i prigionieri subirono spaventevoli torture. Il frate Ponsard de Gisi «confessò che era stato collocato in una fossa, le mani legate dietro la schiena così strettamente, che spicciò il sangue fin dalle unghie... protestando che, se fosse ancora sottoposto alla tortura, avrebbe rinnegato tutto quello che aveva detto e detto tutto ciò che avrebbero voluto» (G. Lizerand, ibid., pp. 157-59).
L'applicazione della tortura spiega la grande quantità di confessioni raccolte dagli ufficiali reali. Appena però i T. comparvero dinanzi ai cardinali incaricati, le ritrattarono. D'altra parte non esiste alcuna prova materiale dei loro pretesi delitti. I sergenti reali non trovarono un esemplare solo della pretesa regola segreta che proclamasse l'eresia e i costumi infami e neppure alcun esemplare degli idoli, ai quali i loro accusatori pretendevano che i T. rendessero un culto idolatra. Senza dubbio Filippo il Bello voleva la perdita dei T., perché, sempre a corto di denaro, bramava le loro ricchezze. Ad ogni modo, egli esercitò su Clemente V tale pressione, che questi soppresse l'Ordine senza tuttavia condannarlo.
BIBLI: la bibl. è assai considerevole e la si può trovare in G. Mollat, Les Papes d'Avignon, 9e ediz., Parigi 1930, n. 563-65. Qui si indicano solo le opere principali: K. Scholtmueller, Der Untergang des Templerordens, mit wömmel und krit. Beilagen, Berlino 1887; H. Pruis, Entwicklung und Untergang des Tempelherrenordens, ivi 1888; H. Finke, Popsitzum und Untergang des Tempelherrenordens, Münster 1907; G. Lizerand, Clément V et Philippe IV le Bel, Parigi 1910, pp. 43-210, 250-347; L. Bréhier, L'Eglise et l'Orient au moyen âge: Les Croisades, 5e ed., ivi 1925; R. Grousset, Hist. des Croisades et du royaume franc de Jérusalem, II e III, ivi 1935-36; G. Charpentier, L'Ordre des Templiers, Parigi 1945. Guglielmo Mollat