UMANISTICA, SCRITTURA e MINIA-TURA. - Il movimento umanistico, così ricco di conseguenze in tutte le espressioni della civiltà, non poteva non lasciare la sua impronta anche nel campo della scrittura: ma lo studio delle forme nuove cui esso dette vita, se può apparire semplice nelle linee essenziali, si presenta in realtà assai arduo ad una indagine paleografica che della scrittura u. voglia fissare con esattezza elementi peculiari e criteri di datazione.
Con il sec. XV, infatti, tramonta il concetto medievale di centro scrittorio (v. SCRIPTORIUM) e le caratteristiche di scuola o si livellano in un aspetto uniforme che deriva alla scrittura da una comune fonte di imitazione (sebbene attorno ad alcuni dotti si formino scuole scrittorie con peculiarità determinate), o rimangono annullate dal vi-gore con cui si affermano gli elementi personali, mu-tevoli da individuo a individuo e non più riducibili a fattori comune in termini geografici o cronologici. Sicché non sembra accettabile il recente tentativo di estendere alle manifestazioni scrittorie dell’età moderna il metodo di indagine proprio della paleografia medievale (K. Pivec, Paläographie des Mittelalters - Handschriften-kunde der Neuzeit?, in Festschrift zur Feier des zweihundert-jährigen Bestandes des Haus-, Hof- und Staatsarchivs, a cura di L. Santifaller, I [Mitteilungen des Österreichischen Staatsarchivs. Ergänzungsband II], Vienna 1949, pp. 225-36), mentre si rivela fecondo per questo periodo lo studio rivolto alla scrittura di singoli personaggi (cf. A. Campana, Scritture di umanisti, in Rinascimento, dic. 1950, pp. 227-56), da cui potrà forse in futuro scaturire l’impostazione metodologica da dare al problema della scrittura u. nel suo complesso. Una visione generale è quindi necessariamente manchevole: si cercherà tuttavia di fissare alcuni punti fondamentali, rilevando in primo luogo l’improprietà dell’espressione «scrittura u.», in quanto è necessario distinguere almeno due scritture, per le quali converrà in questa sede conservare i nomi tradizionali, anch’essi impropri, di «minuscola u.» (o minuscola u. libraria, o rotonda) e di «corsiva u.» (o minuscola u. corsiva).
La minuscola u. - L’aspetto generale di questa scrittura si presenta carolina (v.) perfezionata, e spesso si confonde con essa. Il fenomeno si spiega con l’origine stessa della minuscola u., che non è il risultato di un’evoluzione dalle forme della gotica (sebbene ad alcuni esempi di minuscola gotica dai tratti meno duri e già precursori di un nuovo stile si sia dato il nome di «fere-humanistica»), ma il prodotto di una imitazione cosciente e voluta della carolina che l’uomo del Rinascimento scambiò per scrittura «classica» e chiamò appunto «littera antiqua». I manoscritti dell’età cronologica e ottoniana, che il fervore degli umanisti andò scovando nelle biblioteche monastiche, orientarono il gusto dei trascrittori verso un ritorno alla semplice eleganza delle forme rotonde della carolina, contro la barbarica durezza della gotica, a cui già il Petrarca non aveva risparmiato il suo bisimo (Ep. fami., XIII, 4; XXIII, 19); l’imitazione «ad unguem» dei codices antiqui divenne il canone estetico della nuova scrittura (cf. Ambrosii Traversari epistolae et orationes, ed. L. Mehus, Firenze 1759, col. 501). Tuttavia l’esperienza della gotica fa sì che la minuscola u. presenti rispetto alla carolina alcune differenze inconsci, che vanno dalla presenza costante del segno diacritico sulla i al più corretto impiego del dittongo (di frequente in nesso), dalla rarefazione delle abbreviature all’accentuato uso dei trattini di coronamento alle estremità superiore e inferiore delle aste. Per quanto riguarda lettere particolari va osservato che la a è di tipo onciale, la d invece di tipo minuscola (ossia con l’asta diritta); la r si presenta ora nella forma diritta ora in quella rotonda; la s tonda (di tipo maiuscolo) si trova spesso anche nel corpo della parola; il taglio della t rimane al disotto dell’estremità superiore dell’asta verticale. La minuscola u. si diffuse da Firenze in tutta l’Italia, almeno nei centri di cultura, ma la sua breve vita non consentì che si affermasse anche fuori della Penisola; i limiti cronologici possono porsi tra l’inizio del sec. XV e l’inizio del XVI: con il difon lersi della stampa perdette la sua funzione, ma lasciò una traccia durevole di sé nel carattere tipografico tondo.
La corsiva u. - Sebbene risenta dell’influsso della minuscola, la corsiva u. va considerata a sé, in quanto non sempre rappresenta la stessa scrittura tracciata con ductus corsivo; in molti esempi non è che il risultato di una evoluzione della gotica corsiva, particolarmente di quella italiana. Non essendo peraltro possibile estendere il nome di u. a tutti i numerosi tipi di scrittura corsiva che dal frazionamento della gotica si andarono sviluppando nei vari paesi in forme sempre più decisamente personali e ormai sottratte a qualsiasi caratteristica di scuola, per corsiva u. si intende generalmente una scrittura particolare che, sebbene più sciolta e rapida della minuscola, si ricollega ad essa e ne conserva, con il carattere riflesso, la compostezza calligrafica, servendo non solo all’uso documentario ma anche a quello librario. Come la minuscola, anche la corsiva u. lasciò la sua impronta nella stampa, dando origine al carattere tipografico corsivo (inclinato), detto anche «italico», consacrato dalle edizioni di Aldo Manuzio; ma a differenza di quella, la corsiva u. si diffuse (forse appunto attraverso la stampa) in tutta l’Europa (tranne che nei paesi tedeschi) e da essa poi scaturirono tutte le scritture moderne. L’aspetto generale è determinato a volte da una inclinazione delle aste.
Umanistica. SCRITTURA e MINIATURA Sisto IV, Tondo ornato da moteri araldici dei Della Rovere, Misiatura di scuola romana, con influasi di Melozzo da Forlì, che orna le Vite dei Romani Pontefici di Bartolomeo Platina (14741484) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 2044, fol. $2^{v
verso destra, dovuta al tratteggio obliquo; più spesso dal legamento di ciascuna lettera con la precedente e la successiva nell'ambito delle singole parole. Elementi caratteristici possono considerarsi: la a chiusa, di tipo corsivo, che nel tratteggio della parte inferiore restringe la curva in un angolo acuto assai pronunciato; la f, che sviluppando il tratto iniziale e terminale dell'asta viene atteggiandosi via via nella caratteristica formale, come in due anelli a frusta; la r, che passa dalla forma diritta (minuscola), prevalente dalla fase più antica e conservata nella stampa, a quella rotonda, che acquista un aspetto particolare da cui scaturisce la minuscola della scrittura odierna; la s, che aggiunge la forma rotonda (di tipo maiuscolo) un trattino di legamento con la lettera precedente dà origine alla minuscola moderna; la t, che tende a prolungare in alto l'asta verticale. È interessante rilevare come la corsiva u. f. adottata dalla Cancelleria pontificia fin dalla metà del sec. XV per i brevi, mentre nei privilegi e nelle bolle in genere la gotica cancelleresca veniva sviluppandosi in forme sempre più BOLLA (v.).
La miniatura. — Come la scrittura u., anche la miniatura di questo periodo fu soprattutto gloria italiana, in quanto negli altri paesi d'Europa essa si sviluppò essenzialmente nel senso già indicato dal periodo precedente, soprattutto in Francia dove la miniatura gotica aveva raggiunto nelle preziosità dei Libri d'ore e negli elementi compositivi dei Breviari e delle Bibbie una perfezione decorativa difficilmente superabile. Sviluppando questo indirizzo la scuola francese e, sotto l'influsso di questa, la scuola inglese, perdono man mano di vista il compito proprio della miniatura, per tendere in maniera sempre più accentuata ed effettiva propriamente pittorici, in quadri compositivi a piena pagina: indirizzo che viene portato poi alle sue ultime conseguenze dalla scuola fiamminga. In Italia invece, nonostante gli influssi d'altre, soprattutto nell'ingegneria pugina intera, il motivo ornamentale conserva la sua funzione e ravviva gli elementi decorativi, dai colori vivaci, animandoli con piccole ma perfette scene di genere le quali interrompono, in riquadri o tondi gometrici, il fregio che racchiude la pagina in cui si intrecciano tutti, f. stoni, animati, nastri fino a raggiungere la preziosità di un martello. Al centro del margine inferiore figura spesso lo stemma del committente. Sono infatti soprattutto le corti principesche a tener viva quest'arte con le commissioni di codici riccamente ornati: i M'lici di Firenze, gli Estensi di Ferrara, i Montr'f d'Orbino, gli Aragonesi di Napoli e gli stessi pontefici sono avidi di arricchire la propria biblioteca con codici sontuosi che rendo testimonianza del loro mecenatismo. Firenze e Ferrara si contendono il primato con le loro botteghe in cui lavorano artisti di chiara fama e dove giungono commissioni da ogni parte; ma anche Napoli, Perugia, Siena e altre città vantano scuole di prim'ordine. Non essendo possibile riassumere in breve le peculiarità di ciascuna e citare i nomi degli artisti maggiori e i loro profitti più famosi, si rinvia il lettore alle opere indicate in bibliografia. — V. di tav. LXXII.

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Umanistica, scrittura e miniatura - Carmen primum delle Odi di Francesco Filelfo, dal codice cartaceo autografo in s. u. corsiva - Biblioteca Vaticana, cod. Urb. lat. 701, fol. 102 ${ }^{\circ}$ (1468).
FRANCISCHE PHILATHEMISCHE MÉLODIE.
CAMERINI PRIMAVI.
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La sua origine nella forma moderna, poiché non si possono ad essa paragonare né il cosmopolitismo stoico, né l’universalismo cristiano, che in ogni uomo ha additato un fratello, si può far rimontare al sec. XVIII, quando divennero un luogo comune le descrizioni del buon selvaggio e nei salotti ci si commuoveva alle notizie sugli altri popoli. L’ideologia del Rousseau e dell’illuminismo in generale, che sollevava non l’uomo a centro e metto del diritto di vagare sentimento naturalistico contribuirono non poco alla sua nascita alla sua dilatazione, in modo da renderlo quasi di moda nel sec. XIX, che fu il periodo della sua maggiore fioritura. I paesi nei quali s’è più saldamente piantato sono quelli del mondo anglosassone, forse per l’influsso esercitato da alcune confessioni religiose, nelle quali il culto verso la vita umana fu uno dei temi principali di propaganda.
Sebbene, come s’è detto, l’u. non abbia una struttura dottrinale, pure al suo fondo si possono intuire alcune idee direttive. La più generale è il naturalismo a sfondo razionalistico; una filosofia poco riflessa che prescinde dai valori trascendentali, per concentrare la propria attenzione unicamente sull’uomo e sull’umanità, alla quale guarda con un certo misticismo religioso. Questo fu in modo particolare l’Comte (v.), il quale dopo aver negato la religione rivelata e il dogma, come contrari ai canoni della ricerca scientifica, propose quale surrogato la cosiddetta religione dell’umanità. Con l’u. si congiunge conseguentemente una concezione ottimistica della natura umana, sul tipo di quella escogitata dal Rousseau, e non gli manca una certa tendenza ad attribuire un valore speciale a quanto è spontaneo nell’uomo, la cui perfezione e felicità fa consistere nel seguire i propri impulsi. Queste idee, nondimeno, si mescolano e s’intrecciano in modo confuso, senza acquistare contorni rilevati, avvolti in una vaporosità sentimentale, che non le lascia distinguere con esattezza.
L’u. ha dato origine a parecchie iniziative filantropiche e ad associazioni che, nonostante lo scopo diverso da esse perseguito, hanno avuto come comune tendenza il sollievo dell’umanità. Non è stato estraneo, ad es., al movimento che condusse all’abolizione della schiavitù, a provvedimenti adottati per la protezione della donna e del fanciullo, particolarmente per quanto riguarda le loro condizioni di lavoro, al miglioramento del trattamento dei carcerati e alla più umana e razionale organizzazione e manutenzione degli istituti di pena, alla creazione della Croce Rossa Internazionale e così via. Ha raggiunto i limiti dell’utopia nei vari movimenti pacifisti, i quali, esagerando sovente l’orrore per le stragi belliche, hanno proposto l’astensione dal servizio militare e la disobbedienza civile (v. OBIEZIONE DI COSCIENZA) e sostenuto la necessità di far sparire le frontiere, le patrie e le divisioni religiose, come cause principali dei conflitti tra i popoli.
In complesso, come sentimento volto all’alleggerimento delle sofferenze e alla condanna delle crudeltà, può dirsi una derivazione del più profondo stimolo umano verso la solidarietà, e, prescindendo dal suo fondo naturalistico e dalle esagerazioni, cui suole condurre il sentimento del popolo, si può dire che la sua solitudine è stata la bontà, priva però dell’alito soprannaturale, che sorregge e stimola la carità cristiana.
UMBETTO I, re d’Italia. - N. a Torino il 14 marzo 1844, m. a Monza il 29 luglio 1900. Figlio di Vittorio Emanuele duca di Savoia, poi re d’Italia, e di Maria Adelaide d’Asburgo, rimase orfano della madre appena undicenne.
Capitano a quattordici anni, a ventidue era generale di divisione e si comportò brillantemente nella battaglia di Custoza (24 giugno 1866), dove sostenne l’urto di una carica di cavalleria (quadrato di Villafranca). Il 22 apr. 1868 sposò la cugina Margherita di Savoia-Genova, da cui ebbe, unico figlio, il futuro Vittorio Emanuele III. Salito al trono il 9 gen. 1878, i ventidue anni del suo regno segnarono un periodo di raccoglimento dopo la consegna unità del paese. U., a differenza del padre, favorì l’alleanza dell’Italia con gli Imperi centrali, specie dopo la grave tensione italo-francese del 1881-82 ri-guardo alla Tunisia. Egli volle che l’Italia avesse un impero coloniale ed appoggiò la politica africana del Crispi, infranta dal rovescio di Adua (1896). In politica interna mirò ad un rafforzamento dell’autorità dello Stato, favorìve anche in questo campo all’indirizzo crispino: la repressione dei moti del 1894 nel Mezzogiorno e in Lunigiana e quella, ancora più aspra, delle «cinque giornate rosse» di Milano (1898), se addolorarono la naturale bontà dell’animo suo, gli apparvero peraltro necessarie al bene dello Stato, onde gli fu la vittima di una crisi politica e sociale di cui non era riuscito ad avvertire le cause e le istanze. I diversi attentati portati contro la sua persona (Passanante, Acciarito e Bresci), l’ultimo dei quali gli costò la vita, si possono infatti interpretare come l’espressione del disagio spirituale della nazione, che non si sentiva governata secondo esigenze e tempi nuovi. Ma essi appaiono tanto più efferati, perché rivolti contro un sovrano che aveva personalmente dato prove costanti del suo interesse per quanti fossero colpiti dalle sciagure: gli inondati del Veneto (1882), i terremotati di Casamicciola (1883), i colorosi del Mezzogiorno (1884) lo ebbero infatti consolatore delle loro sventure, ed egli fu sempre larghissimo di aiuti agli indigenti. Di costumi piuttosto liberi, non fu certo portato alla religione, anche se ad essa si venne accostando - grazie all’opera discreta della consorte - sul finire della vita, e poco prima di morire lucrò le indulgenze giubilari dell’Anno Santo 1900. Più per motivi politici che spirituali desiderò la conciliazione con la S. Sede, talché sembra favorisse il tentativo dell’abate Tosti del 1887: nondimeno, fallite le trattative, lasciò che il Crispi riprendesse la sua politica anticlericale, che vedeva nelle correnti cattoliche un pericolo grave quanto quello del nascente socialismo. È però da escludere - sebbene sia stato detto - che si iscrivesse alla massoneria, come dimostra il fatto che ebbe funerali religiosi.
Caduto sotto il piombo assassino a Monza, le sue spoglie furono portate a Roma e inumate nel Pantheon, nella tomba erettagli su disegno dell’architetto Sacconi.
