VERITÀ, GIOVANNI. - Sacerdote, n. a Modigliana il 18 febbr. 1807, m. ivi il 26 nov. 1885.
Legato al movimento liberale delle Romagne, fece della sua casa di Modigliana il centro delle cospirazioni ed ebbe gran parte nei moti del 1843 e del 1845, dedicandosi particolarmente a facilitare la fuga in Toscana dei più compromessi dopo il fallimento dei due tentativi. Nacque così la cosiddetta «trafila», un'organizzazione clandestina per la diffusione di scritti rivoluzionari e l'espatrio di ricercati politici, che faceva capo al V. Toscana e alla Liguria. Di essa - come è ben noto - si valse anche Garibaldi nel 1849, sfuggendo alla cattura austriaca. Nel decennio 1849-59 il V., sempre sospettato dalla polizia, ma non mai colto in flagrante, continuò la sua attività rivoluzionaria: nel 1859 fu deputato all'Assemblea costituente toscana e quindi accettò la nomina a cappellano maggiore dell'esercito dell'Italia centrale, di cui Garibaldi era comandante in seconda agli ordini di Manfredo Fanti. Avvisato in ritardo della partenza dei Mille da Quarto, non poté seguirli come avrebbe desiderato; ma pur continuando a prestare servizio nell'esercito sardo come cappellano del 42° fanteria, si occupò attivamente di arruolare volontari e raccogliere armi e denaro per la spedizione di Sicilia. Nel 1861 ebbe parte importante nel tentativo di riconciliare Garibaldi e Cavour dopo il loro violento scontro parlamentare sulla cessione di Nizza alla Francia. Nel 1866, sempre come cappellano militare, partecipò alla III guerra di indipendenza con il corpo d'esercito dei Cialdini, e successivamente fu di guarnigione a Bologna e in Abruzzo. Allorché la progressiva laicizzazione dello Stato italiano vide l'abolizione dei cappellani militari, egli ritornò a Modigliana, dove visse privatamente sino al 1885. Purtroppo sul letto di morte, abilmente circuito, ebbe a pronunziare parole irriverenti verso «i ministri di Cristo che ne hanno deruprato la religione per la loro ambizione, prepotenza e crudeltà», talché l'autorità ecclesiastica, la quale, ben conoscendo l'interna probità dell'uomo, era stata sempre unforgabile, per lo scandalo seguito fu costretta a negargli i funerali religiosi: di qui la settima ed artificiosa esaltazione del V. Chiesa, di un libero pensatore, il che - in realtà - non era, perché egli non venne mai meno ai suoi doveri sacerdotali anche se le sue convinzioni politiche furono spesso ingenuamente intinte dei coevi errori del liberalismo.