YOGA. - Si chiama Y. la « meditazione concentrata », spinta fino all'estasi ipnotica come mezzo di raggiungere l'assoluto isolamento dell'anima dalla materia e con esso la mukti, la « liberazione » dal samyāra, dalla migrazione delle anime (v. KARMAN). « Si deve evitare un nuovo dolore », cioè una nuova vita, perché « tutto, per chi è saggio, è dolore ».
Questi aforismi appartengono alle Regole di Yoga [Y(oga)-s(ūtra), II, 15-16], dettate da Patanjali (sec. II a. C. 7) che dette assetto sistematico a un'antica disciplina ascetica, già parzialmente nota all'autore della Katha-upanisad, I, 8; II, 10-11. Il trattato di Patanjali comprende 194 brevi aforismi, divisi in 4 pāda o parti che trattano rispettivamente 1) della concentrazione mentale,
2) dei mezzi di conseguirla, 3) dei poteri soprannaturali e 4) dell'isolamento. Per dare allo Y. un fondamento torretico, Patanjali fece sua la metafisica del Sāṃkhya, « la filosofia del numero », eccetto la negazione di Dio, caratteristica di cotesto sistema. Perciò il Sāṃkhya propriamente detto è anche denominato Nirīśvara-s., « S. senza Dio », e lo Y., Seśvara-s., « S. con Dio ». Ma il Signore (Iśvara) dello Y. non ha creato né governa il mondo, dominato dalla legge del harman (v.). È un'anima sui generis, eterna e onnisciente, che aiuta, per compassione, gli uomini a raggiungere la liberazione. Perciò la devozione al Signore e la meditazione sul mistico nome di lui, Om, sono considerati mezzi atti ad agevolare l'esercizio dello Y. Questo è definito dallo Y.-s. I, 2: l'arresto delle funzioni dell'« organo del pensiero (citto) ». Determinato così lo scopo dello Y., ci si attenderebbe che venissero specificati i mezzi per ottenerlo. Ma ciò avviene solo nella II e III parte dell'opera (II, 28-35; III, 1-55). Non è possibile esporre in modo completo il laborioso procedimento; basti un cenno. L'isolamento dello « spirito (puruṣa) » si attua per gradi che corrispondono ad otto parti (aṅga) dello Yoga: yama, niyama, āsana, prāṇāyāma, pratyāhāra, dhāraṇā, dhyāna e samādhi. Le ultime tre, comprese nella comune denominazione di samyama « soggiogamento », sono il cuore, l'essenza dello Y. Premesso che lo yoghīn « seguace dello Y. », deve tenere una condotta morale irreprensibile, si raccomanda a chi si accinge a meditare, di prendere una posizione (āsana) stabile e comoda. Lo Y.-s. non la specifica, ma i commentatori affermano che il testo si riferisce ai tre modi di sedere più comuni: comodo, fausto e lotiforme. Il Hathayoga o « Y. rigoroso », s'indugia invece a descrivere 32 posizioni, alcune delle quali addirittura acrobatiche. Seguono esercizi di regolazione del respiro (prāṇāyāma) come mezzo di sedare l'irreguetezza del pensiero, e finalmente il ritiro degli organi dei sensi dai loro oggetti (pratyāhāra). A questo punto l'organo del pensiero, segregato dal mondo esterno, rivolge la sua attività all'introspezione e mediante il samyama giunge a distinguere intuitivamente l'anima dalla materia. Questa « conoscenza discriminatrice (viwaka) » determina il distacco dell'organo del pensiero (citto) dallo spirito (puruṣa) che resta isolato « nella forma sua propria », ma temporaneamente privo di coscienza. Il « sonno yoghico (yoganidra) », oggi si direbbe ipnotico, che coglie lo yoghīn nel momento della liberazione, è la conseguenza di quel distacco. È credenza panindiana che la « liberazione in vita », ottenuta dai seguaci di un determinato sistema filosofico-religioso con i mezzi da questo indicati, è definitiva e irrevocabile. Il liberato continua a vivere per cogliere il frutto delle opere precedentemente compiute, e quando muore, lo spirito non solo resta isolato, ma anche eternamente libero dal dolore dell'esistenza. Applicando il samyama ai casi più diversi, lo yoghīn può operar prodigi: indovinare il pensiero altrui, vagare per l'aria, rendersi invisibile. Lo Y.-s., III, 16-55 ha una lunga lista di queste capacità miracolose; ma più oltre lo stesso testo avverte che i poteri magici (siddhi), suscitano orgoglio e attaccamento al mondo, ostacolano la liberazione. Chi mira al fine supremo, dev'essere spassionato e però indifferente anche alle siddh