AFFABILITÀ

AFFABILITÀ. - È la virtù che regola tutto il contegno esteriore dell’uomo (*parola, azione, tratto*), in modo da renderlo ben accetto e gradito a coloro coi quali è in relazione. L’a. è una virtù sociale, annessa alla giustizia, perché l’uomo è per natura destinato non alla vita solitaria, ma alla convivenza con gli altri; ora questa convivenza non è possibile senza un tratto garbato, educato, gentile, grazioso. «Nessuno può restare un giorno solo con una persona fastidiosa o che non sa rendersi amabile» (*Aristotèle in Ethic. Nicom.*, 5, 2, presso s. Tommaso *In X libros Ethicorum*, lect. 5°). Al contrario, avverte la S. Scrittura, «quanto è bello e giocondo che dei fratelli convivano insieme! È come l’olio odoroso che si versa sul capo e si diffonde sulla barba... come la rugiada dell’Hermon... perché là il Signore largisce la benedizione e la vita in perpetuo» (*Ps. 132, 1-4*). «Renditi amabile nelle adunanze dei poveri; presta al povero senza fastidio l’orecchio e rispondigli amichevolmente» (*Ecc. 4, 7-8*). L’a. è dunque questione di ordine e di armonia, di civiltà, di urbanità, di cortesia, con tutto ciò che di fine e di delicato, d’incantevole e di squisito contengono queste parole. E sarà tanto più perfetta, quanto più partirà da un sentimento vivo dell’anima, che accompagna l’atto esteriore; ma, strettamente parlando, essa prescinde dall’interno e regola solo l’esteriore.

L’a. essendo virtù morale, deve restare nel giusto mezzo. Non esclude però che, in vista di un bene da conseguire e di un male da evitare, si debba talora contristare il prossimo: «Hai delle figlie? Custodici il loro corpo e non mostrare ad esse troppo sorridente il tuo volto» (*Ecc. 7, 26*). E s. Paolo ai Corinti: «Mi rallegro non per avervi contristato, ma perché questa tristezza vi ha condotti al pentimento» (*II Cor. 7, 9*). «C’è qui tutto un programma di perfetta urbanità e cortesia e nello stesso tempo di alta moralità e di saggio riserbo per le quotidiane relazioni col prossimo» (*Pèques*, p. 676).

L’a. deve pure guardarsi dall’adulazione (v.), che loda chi non è lodevole o loda sotto aspetti che non sono lodevoli; morosità (v.), che rende difficili o poco arrendevoli.

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Bibl.:** *Sum. Theol.*, 2°-2°*, q. 114, a. 1 e 2; T. Pèques, *Commentaire français littéraire de la Somme Théologique de S. Th. d’A.*, XII, Parigi 1927, pp. 670-76. Celestino Testore.