AGONIA

AGONIA. - Da ἀγωνία = lotta, ansia, angoscia; «estrema lotta del corpo contro la morte» (cf. Vocab. lingua ital. della R. Accad. d'Ital., s.v.). Presenta aspetto differente di lunghezza e di violenza, secondo la durata della malattia, la resistenza organica, l'età dell'infermo. Rapida, bruciante nei violenti traumatismi, avvelenamenti, infezioni acute; lunga, a volte di giorni, quando l'organismo s'è quasi allenato a condizioni di vita difficile attraverso un lento, cronico logorio (tubercolosi, tumori, cardiopatie a lungo decorso); manca completamente nei casi di morte improvvisa, in cui la causa è così violenta o subitanea da soffocare di colpo la vita, senza possibilità di lotta. Posta tale varietà di quadri, può riuscire difficile, particolarmente a chi non è medico, stabilirne l'inizio e il decorso; d'altra parte è di grande importanza per il sacerdote rendersi conto di tali estreme condizioni dell'infermo per una particolare assistenza in «articulo mortis». Lo stato d'a. può rivelarsi in modo migliore dall'osservazione delle tre funzioni principali dell'organismo: due della vita vegetativa, respirazione e circolazione; una della vita di relazione, attività del sistema nervoso.

Il respiro, che già nel corso della malattia ha notevolmente variato nelle sue caratteristiche, subisce all'inizio dell'a. le alterazioni più gravi nella frequenza, nell'intensità, nel ritmo; particolarmente quest'ultimo segna il tempo e subisce le più profonde modificazioni con l'avvicinarsi della morte. Il cosiddetto respiro periodico di Cheyne-Stokes, è caratterizzato da un gruppo di atti respiratori che vanno prima crescendo di intensità fino a un massimo e poi gradatamente divenendo più superficiali fino a spegtersi; segue una pausa di apnea più o meno lunga (fino a molti secondi) e poi un nuovo gruppo di atti respiratori con le stesse caratteristiche di crescendo e diminuendo; nella pausa di apnea il malato perde completamente o in parte la coscienza, le pupille si restringono e non reagiscono più alla luce, gli occhi si chiudono, il polso diviene più piccolo e frequente, il capo si abbandona reclinato e l'individuo prende l'apparenza di morto; la ripresa di un nuovo ciclo di atti respiratori fa regredire questo complesso di segni, mentre l'infermo riscuista la coscienza e, come svegliandosi da sonno, riprende la parola interrotta, si protende a sedere sul letto, si agita nell'ansia di una fine che sente prossima, implorando un aiuto da chi lo circonda. La cessazione definitiva del respiro, che corrisponde al passaggio alla morte, coincide con una di tali pause. Il Cheyne-Stokes, pur potendo durare in particolari casi per giorni o addirittura settimane e a volte cessare completamente, va considerato ordinariamente un segno di alta gravità, cui la morte segue nel giro di alcune ore. La respirazione assume spesso nell'a. un carattere gorgogliante sonoro (rantolo tracheale) per il passaggio dell'aria attraverso il catarro accumulato nella trachea e nel tratto faringo-laringeo; la frequenza, che aumenta nel corso della malattia in relazione col crescere della febbre, con lo stato tossico, con eventuali complicazioni bronco-polmonari, diviene lenta e l'atto faticoso.

La circolazione può darci importanti segni sull'inizio e sul progredire dello stato agonico. Il polso con l'indebolirsi del cuore, diviene più piccolo (cioè batte con minore energia sotto il dito che lo palpa) e più frequente, per cui, con l'aggravarsi delle condizioni dell'infermo, sorpassa le 110-120 pulsazioni per minuto, giungendo negli ultimi istanti a 130-140, spesso quasi impercettibile alla palpazione o soltanto percepibile su arterie meno periferiche e quindi più vicine al cuore (temporale, al davanti del trago dell'orecchio; carotide esterna, sotto l'angolo della mandibola, rasente il margine anteriore del muscolo sternocleidomastoideo). L'elevata frequenza del polso ha valore soltanto se accompagnata dagli altri segni di gravità dell'infermo, esistendo disturbi del ritmo cardiaco, in cui

può aversi una frequenza elevatissima (180-250 pulsazioni per minuto) transitoria e accompagnata a normali condizioni di salute dell'individuo. L'irregolarità del polso (aritmia, intermittenza), se congiunta con gli altri segni di aggravamento e particolarmente se si sostituisce a una precedente regolarità, ha un significato grave.

L'insufficienza periferica della circolazione porta il raffreddamento delle estremità (mani, piedi, punta del naso, orecchie), che assumono colorito pallido più o meno bluastro (cianosi) per la contemporanea insufficienza respiratoria.

Lo stato del sistema nervoso ha grande importanza per determinare le condizioni di gravità dell'infermo, sia che si consideri l'attività nervosa superiore (sensibilità specifica degli organi di senso, coscienza, lucidità mentale) sia quella inferiore (sensibilità generale, attività dei riflessi della vita vegetativa). Allo stabilirsi dell'a., la prima ad esser danneggiata è l'attività di alcuni organi di senso; in primo luogo la vista che si affievolisce fino a spegnersi; persiste invece l'attività dell'udito, però con variazioni individuali per cui mentre a volte diviene più ottuso, altre conserva tutta la sua forza o addirittura diviene acutissimo; fatto da tenersi ben presente quando si parla alla presenza di infermi gravi apparentemente privi di coscienza. Vario da caso a caso è il comportamento della coscienza, per cui mentre vi sono infermi che già all'inizio dell'a. sono del tutto incoscienti, ve ne sono altri lucidissimi fin quasi agli ultimi istanti. Non raramente l'infermo è agitato da idee deliranti.

Sarebbe assai importante dal punto di vista pratico poter sapere se l'agonizzante, anche se dà l'impressione d'essere completamente separato dal mondo esterno per il « deficit » funzionale dei suoi organi di senso, conserva tuttavia la lucidità interna del proprio pensiero e in qualche maniera rimane ancora in relazione con l'ambiente esterno, avendo una qualche sensazione di quanto avviene intorno a lui, pur non potendo comunicare ai circostanti le proprie idee e manifestare con atti la sua volontà. Il problema è del massimo interesse dal punto di vista affettivo, giuridico, teologico. Per discuterne, consideriamo separatamente nell'uomo la sensibilità, l'intelligenza, la coscienza, facoltà che, in condizioni normali, sono coesistenti e cooperanti. Mentre la sensibilità e l'intelligenza presuppongono la coscienza, cioè la conoscenza che l'anima ha dei suoi atti, si pone il dubbio se la coscienza, nella condizione di natura mista propria dell'uomo, possa esistere senza la sensibilità e l'intelligenza con cui l'uomo è atto a conoscere i rapporti di correlazione, che i fatti hanno con le idee e queste tra loro. Dobbiamo ammettere come certo che nell'uomo, posta la sua particolare natura mista, non sono possibili le operazioni anche le più elevate dello spirito senza l'integrità anatomica e funzionale dei centri nervosi. In tutti quei casi, quindi, in cui abbiamo chiari segni di grave lesione o grave sofferenza funzionale del sistema nervoso (del che possiamo accorgerci avuto riguardo al « deficit » completo della sensibilità generale, specifica e dell'attività riflessa), possiamo ritenere per certo lo spegnimento non solo dell'intelligenza, ma anche della coscienza dell'individuo. D'altra parte, in quei casi in cui, pur apparendo l'infermo privo di intelligenza e incosciente, permangono segni d'una qualche attività del sistema nervoso centrale (movimenti automatici, lamento, riflessi i cui centri d'elaborazione sono nella porzione encefalica del sistema nervoso: tosse, starnuto, suzione, deglutizione, ammiccamento), non possiamo escludere una qualche attività elementare degli emisferi cerebrali e corrispondentemente un barlume di coscienza interna tale da permettere ancora all'infermo di ricavare un vantaggio dall'assistenza affettiva e religiosa di chi lo circonda.

A parte i sintomi rilevabili dall'indagine rivolta allo stato della respirazione, circolazione, sistema nervoso, l'agonizzante presenta, già semplicemente a prima vista, un atteggiamento del corpo e un aspetto del volto che denunciano chiaramente l'avvicinarsi della morte. Ippocrate per primo descrisse ciò in un quadro che tutt'ora va sotto il suo nome (« facies ippocratica »): naso affilato e freddo con pinne cascanti e che si muovono seguendo gli atti respiratori; tempie concave e zigomi sporgenti; occhi affossati con palpebre semiaperte, cornea appannata, sguardo vagante; orecchie secche e fredde; bocca semiaperta, con labbra secche e fuliginose; pelle della fronte e di tutto il volto tesa, di colorito pallido giallognolo o bluastro, coperta di sudore freddo, vischioso.

Se l'agonizzante rappresenta per la carità umana pietosissimo oggetto di cure estreme, è amoroso termine d'assistenza religiosa per il sacerdote cattolico che, dopo gli ultimi sacramenti, porge ancora al moribondo gli estremi aiuti delle preghiere degli agonizzanti, mentre si svolgono « misteriosi rapporti tra cervello e coscienza e fra l'anima e Dio negli istanti in cui la morte stessa diventa sorridente, quando si accompagna alla illuminazione dell'anima che s'inabissa nel seno di Dio » (A. Carrel, p. 331).

Una malintesa pietà per l'infermo, giudicato ormai senza speranza di guarigione, nel desiderio di risparmiare a lui il terrore e la sofferenza dell'a., preconizza la pratica dell'« eutanasia » (v.) diretta a spegnerne anticipatamente la vita in maniera non dolorosa o ANESTESIA (v.) tale da abolire in lui completamente non solo la sensibilità al dolore ma anche la conoscenza. Ciò è condannato sia dal diritto naturale che da quello positivo divino, rappresentando una diretta uccisione, o almeno togliendo all'infermo la possibilità del soccorso fornito dai mezzi soprannaturali fino agli ultimi istanti, privandolo del beneficio espiatorio della sofferenza.

Considerata l'incertezza che possiamo nutrire sull'eventuale persistere della coscienza nell'agonizzante, in ogni caso sulla sua potenzialità, è doveroso provvedere ai doveri sociali (sistemazioni di posizioni illegali) e religiosi (amministrazione dei sacramenti) del moribondo prima che entri in agonia.

Per la parte religiosa, V. ANIMA, raccomandazione della.

BIBL.: M.-F.-X. Bichat, Recherches physiologiques sur la vie et la mort, trad. ital. dalla 3ª ed. franc., Pavia 1823; L. Luciani, Fisiologia, V, Milano 1924; A. Carrel, L'uomo, questo sconosciuto, vers. ital., Milano 1937; H. Bon, Medicina e religione, Torino 1946; R. Blot, A servizio della persona umana, Torino 1939; P. G. Payen, Déontologie médicale, Zi-ha-wei (Chang-hai) 1922. Giuseppe de Ninno
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“AGONIA.” Enciclopedia Cattolica, vol. I (1948), p. 313. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/agonia.