ALBA, FERDINANDO ALVAREZ di TOLEDO, duca d'. - N. a Petrahita nel 1507, e rimasto orfano di padre a quattro anni, venne allevato dal nonno Federico Alvarez, dal quale ereditò il fanatismo monarchico, lo zelo religioso, l'odio alle eresie e la severa disciplina. Assai per tempo si segnalò per uomo d'arme a Carlo V, che lo volle con sé nelle imprese militari d'Ungheria, di Tunisi e di Germania e gli affidò l'educazione di Filippo II, per la stima in cui lo teneva più che per la confidenza, che non gli poté mai concedere per

(da Sarda, Liziano)
Nella guerra contro Paolo IV, che fu nobilitata dal desiderio generoso del vecchio Pontefice di sottrarre l'Italia al dominio spagnolo e rivelò l'impreparazione diplomatica e militare del governo pontificio e l'egoismo dei principi italiani, il duca d'A. si trovò di fronte milizie papali indisciplinate con forze francesi guidate da un capo, il duca di Guisa, che l'irresoluzione ed il doppio giuoco dei governanti impacciava ed irretiva. Non gli fu quindi difficile non solo impedire l'invasione del regno napoletano, voluta da Paolo IV, ma giungere sotto le mura di Roma e dettare la famosa pace di Cave. Il Pontefice ne uscì senza sacrifici territoriali o di grosse taglie, ma il pontificato perdette allora ogni possibilità di affermare il suo primato politico nella penisola. Si discusse a lungo se la moderazione del duca nel rinunciare ad un secondo sacco di Roma, che avrebbe potuto fare, e nel dettare le condizioni di quella pace fosse dovuta a calcolo politico o, come si ritiene, al rispetto per il papato.
Nei Paesi Bassi il duca d'A. fu inviato per ridurre all'obbedienza un popolo arrivato, sotto la guida di abili capi, a raggiungere l'autonomia, ad imporre adeguate imposte ed a stroncare la dilagante eresia; ed operò con tale feroce risoluzione e spietata crudeltà da farsi esecrare nei secoli futuri. Imprigionò i capi (conti di Egmont e d'Hornea), istituì un Consiglio contro i ribelli e vi sedette sino a nove ore al giorno per firmare decreti di confisca e di morte, e ridusse il popolo
alla miseria ed al banditismo. Il principe d'Orange, istigato dagli emigrati e soccorso da ugonotti di Francia e luterani di Germania, gli mosse guerra, ma il duca reagi energicamente e uscì vittorioso dalla prova. Allora credette di potere spagnolizzare il paese abolendo privilegi, introducendo nuovi ordinamenti, imponendo tali imposte da liberare la Spagna da ogni gravoso contributo. Le imposte furono inaudite e provocarono l'improvvisa insurrezione del popolo che, sostenuto da luterani ed ugonotti, avrebbe vinta la partita se la Notte di S. Bartolomeo non avesse stroncato gli ugonotti francesi. Il duca accorse allora contro i ribelli del Sud, facendo scempio di guarnizioni e popolazioni, ma il Nord resistette con vantaggio ed ebbe ragione di lui. Filippo II è costretto a richiamarlo nel 1573, e non gli sa più perdonare la disdetta politica e militare, della quale, al dire degli storici del Belgio, equanimi estimatori, il vero responsabile era lui stesso. Lo relega infatti prigioniero, con un pretesto, nel villaggio di Uzeda. Solo nel 1580, avendo bisogno della sua perizia, lo libera per mandarlo alla conquista del Portogallo. Fu conquista facile, ma rattristata dai consueti saccheggi ed atrocità. Tra i bagliori di quella ingiusta guerra, per cui ancora una volta le sue mani grondarono sangue, il duca d'A. si spense di lenta febbre a Tourar nel 1582. Il duca d'A. è noto altresì come estimatore e mecenate delle arti e per i suoi rapporti con Tiziano.