AMBROGIO, santo. - Vescovo di Milano e Dottore della Chiesa.
A. è una delle figure più importanti e solenni fra i vescovi della fine del sec. IV. Di statura piccola e di corpo fragile, era animato da uno spirito chiaroveggente e pratico, da una forza di volontà e di persuasione irresistibili, da un cuore dai sentimenti nobili e profondi. Fu provvidenza singolare che questo spirito magno, senza cercarlo, trovasse il posto e il tempo più adatto per spiegare tutta la ricchezza dei suoi doni, cioè il tempo della cristianizzazione legislativa dell'Impero romano, e la sede vescovile di Milano, residenza di tre imperatori, Graziano, Valentiniano II e Teodosio.
I. CRONOLOGIA
La data della morte risulta dall'antico biografo Paolino (Vita, 32 e 48), e fu la vigilia di Pasqua del terzo anno dopo la morte di Teodosio, quindi il 4 apr. 397. La consacrazione episcopale, secondo l'esplicita testimonianza del contemporaneo s. Girolamo (Cronaca, ed. Helm, pp. 247, 16-18), avvenne il decimo anno di Valentiniano I, calcolandolo dal primo consolato del nuovo imperatore (1 genn. 365), quindi 374, non 373, come si è detto recentissimamente. Con l'anno vien confermato anche il giorno tradizionale, il 7 dic., ritenuto dai martirologi e menologi (Martyr. Romanum, p. 570), il quale nel 374 fu una
II. VITA E OPERE. SIGNIFICATO STORICO E TEOLOGICO.
- 1. Famiglia. Gioventù, carriera statale (334-74). - A. nacque probabilmente a Treviri, dove il padre sembra essere stato un alto funzionario nell'amministrazione delle Gallie (Vita, 3). La famiglia senatoriale e cristiana della «gens Aurelia» (De Rossi, Inscriptiones christianae Urbis Romae, II, par. 1, Roma 1888, p. 177; id., in Bullettino di archeologia cristiana, 1ª serie,
2 [1864], p. 76 e 3 [1865], p. 15; id., Roma sotterranea, III, Roma 1877, p. 24; H. Delehaye, in Analecta Bollandiana, 1ª serie, 48 [1930] p. 193), fu di origine greca, come si può congetturare dai nomi Ambrosius, Uranius Satyrus (suo fratello), Sotheris (parente, martire della persecuzione diocleziana). Risiedeva però da lungo tempo a Roma dove compare fra le più ricche e nobili famiglie, imparentata probabilmente coi Simmachi (De excessu fratris, I, 32-34 sgg.; Simmaco, Epistolae, I, 63; III, 30-37; Basilio, Epist., 197, 1). Pare che il padre morisse pochi anni dopo la nascita di A. La madre quindi ritornò a Roma con i tre figli, Marcellina, Satiro e A., che era il più giovane (De excessu fratris, I: PL 54; Vita, 4), e che ricevette la formazione di un nobile romano nella grammatica, nella letteratura romana e greca, nella retorica e nel diritto. Neanche mancava il circo e il teatro (Expl. Ps., 40, 24). Ma dietro a quell'esteriorità profana della casa paterna (forse S. Ambrogio della Massima, vicino al teatro di Marcello), ci fu l'educazione religiosa profonda del catecumeno. Sebbene, secondo l'uso del tempo, non fosse ancor battezzato, sembra scrivesse già come laico un commentario ai quattro libri dei Re e una traduzione libera del De bello iudaico di Flavio Giuseppe, il cosiddetto Egesippo (ed. di V. Ussani, in CSEL, 66, Vienna 1932). L'unica data che si possa, con qualche probabilità, stabilire della vita romana di A. è l'Epifania del 353 o 354, quando sua sorella Marcellina ricevette il velo delle sacre vergini in S. Pietro dalle mani di papa Liberio (cf. De virginibus, III, 1; Vita, 4), col quale A. si sentì sempre unito da legami di profonda venerazione.
Finiti gli studi, partì - non si sa quando - da Roma per Sirmio, dove iniziò la carriera statale con l'ufficio di avvocato al tribunale della prefettura del pretorio. Sesto Petronio Probo, prefetto del pretorio (12 marzo 368 - 3 dic. 374) lo nominò membro del suo consiglio, e dopo qualche anno, forse nel 370, consularis, cioè governatore delle province della Liguria e dell'Emilia, con sede a Milano (Vita, 5). La prassi giuridica lo portò così in contatto con i più diversi ceti del popolo, tra gli affari più svariati della vita pubblica. Il soggiorno di A. nell'Illirico e del vescovo ariano Aussenzio a Milano (355-74) gli fece conoscere a fondo l'effetto dissolvente dell'arianesimo nell'impero romano. Cominciano allora a delinearsi i destini della Provvidenza per il «consularis», la cui popolarità, congiunta con una probità straordinaria, prepara le vie al futuro vescovo.
2. Primi anni del vescovo. L'asceta (374-78). - Alla morte di Aussenzio, A. aveva quarant'anni. Nell'elezione del successore i contrasti fra ariani e cattolici minacciarono di compromettere la sicurezza pubblica. Il governatore dovette intervenire per tranquillizzare il popolo tumultuante e lo fece con tanta efficacia, che i partiti contrastanti si unirono nell'eleggere il pacificatore stesso, rappresentante della politica imperiale di neutralità religiosa, personalità amata da tutti. Che un fanciullo avesse preso l'iniziativa col grido: A. vescovo! è considerato come leggenda già da Paolino (Vita, 6; cf. Rufino, Hist. eccl., II, 11; Socrate, IV, 30; Sozomeno, VI, 34; Teodoreto, IV, 6). I vari tentativi per sfuggire alla carica inaspettata sono ben credibili in un catecumeno e alto ufficiale romano (Vita, 7-9; Ep., 21, 7; Ep., 63, 65); ci voleva anche l'assenso dell'imperatore. Questi però non consente soltanto ma garantisce anche la tranquillità della città (Vita, 9; Ep., 21, 7). Allora
A. accetta, riconoscendo nel mirabile consenso universale la volontà di Dio. Si prepara al Battesimo, lo riceve, come si era pattuito (Vita, 9), da un vescovo cattolico (30 nov. 374), e avuti gli altri Ordini nella settimana seguente, è consacrato vescovo il 7 dic. 374. L'assenso di tutti i vescovi, nonostante il can. 2 del Concilio niceno contro i neofiti, era ben giustificato dalle circostanze straordinarie (Ep., 63, 65).
Il nuovo vescovo, benché manifestasse subito il suo carattere spiccatamente cattolico col trasportare dalla Cappadocia talune reliquie dell'ultimo predecessore cattolico, s. Dionigi (Basilio, Ep., 197), per il momento evitò prudentemente le controversie dogmatiche, studiando a fondo le questioni intricatissime sotto la direzione del presbitero Simpliciano, e attendendo anzi tutto alla riforma interna del clero (cf. De Off., I, 1-22) e alla propaganda della vita ascetica. La sua predicazione sull'ideale della verginità provoca un movimento religioso in tutta l'Italia e fino alla Mauritania (De virginibus, I, 57, 59), e i libri De virginibus e De viduis, con i quali inaugura la sua attività di scrittore ecclesiastico (377), ne aumentano l'effetto. Egli stesso con la rinuncia ai suoi beni in favore della Chiesa milanese e con la vita ascetica della sua famiglia dette
un esempio splendido (Vita, 38). Digiuno, preghiera assidua, lezione e meditazione caratterizzano la vita privata di lui, mentre la sua stanza è accessibile a tutti i bisognosi di aiuto spirituale e corporale, e le sue prediche col fuoco interno e con la perfezione della forma attraggono tutti (Agostino, Confess., V, 13; VI, 4). Il pensiero della sua ascesi è greco, proveniente da Atanasio, Origene, Filone, e in seguito anche da Basilio; ma vita, veste, moderazione sono romane, e tutto è pervaso di un'interiorità molto personale, finora troppo poco studiata. A quel periodo contemplativo dei primi anni appartengono, come pare, anche le sue opere De paradiso, De Cain et Abel, e De Noë.
L'anno 378 ne segnò la fine con la morte del fratello, a cui elevò un monumento perenne con l'edizione delle orazioni funebri De excessu fratris, documento commovente di amore fraterno e di speranza
cristiana. Nell'estate papa Damaso lo chiama, secondo ogni probabilità, al Concilio romano, tenuto contro le accuse dell'antipapa Ursino e del giudeo Isacco. La sinodica all'imperatore Graziano Et hoc gloriae (P. Constant, Epist. Rom. Pont., I, Parigi 1721, pp. 523-29) tradisce nei pensieri e nella lingua l'ispirazione del vescovo di Milano. Ed è forse questo il primo contatto di A. con Graziano, il quale proprio allora domandò a lui un breve compendio sulla fede trinitaria. A. negli ultimi mesi del 378 risponde con i due primi
libri De fide, con i quali inaugura una nuova fase della sua vita, l'aperta impugnazione dell'arianesimo e le relazioni con gli imperatori.
3. Prima fase della lotta antiariana e antipagana (379-84): A. e Graziano; il teologo. - Come nell'ascesi, così anche nella teologia A. deriva i pensieri dai grandi teologi dell'Oriente già nominati, e per la teologia trinitaria specialmente da Didimo Alessandrino. Ma il paragone con Ilario dimostra facilmente la nota romana e personale di una chiarezza molto più persuasiva e definitiva dei modelli: merito importantissimo per quei tempi di turbolente discussioni dogmatiche, benché ottenuto col sacrificio quasi completo della speculazione profonda dei Greci. Per l'imperatore questa teologia senza problemi significò la conver-

Così, quasi di colpo, A. è divenuto il primo campione contro l'arianesimo e contro il paganesimo antico. Ma non tardò l'opposizione: il vescovo ariano Palladio
di Ratiaria scrive contro i primi due libri De fide; Giuliano Valente di Petovio, in unione con l'antipapa Ursino, aizza contro di lui i Milanesi stessi. A. si difende in una lunga serie di prediche, edite nel 380 (De fide, III-V) su domanda di Graziano. Verso la Pasqua del 381 l'imperatore trasferisce la sua residenza da Treviri a Milano, dove oramai si sviluppa una collaborazione sempre più stretta con A. Il trattato De Spiritu Sancto, prova esauriente della divinità della terza persona divina, pare fosse presentato all'imperatore proprio in questo momento.
Il 3 sett. 381 (data da mantenersi secondo i manoscritti antichi) un concilio dei vescovi dell'Italia settentrionale si raduna in Aquileia. Graziano l'aveva promesso a due vescovi ariani dell'Illirico come concilio generale, ma A., in pieno accordo con papa Damaso (cf. Dissertatio Maximini, ed. F. Kauffmann, Aus der Schule des Wulfila, Strasburgo 1899, pp. 86-87), aveva persuaso l'imperatore che non avrebbe avuto senso un concilio ecumenico per giudicare sull'ortodossia di due vescovi di pochissimo credito (cf. Gesta concilii Aquileiensis, 4: PL 16, 917). Infatti, il già nominato Palladio di Ratiaria (Dacia) e Secondiano di Singidunum (Mesia), dopo breve consul-
tazione del sinodo sono giudicati eretici. La sinodica Benedictus (Epist., 10) domanda a Graziano l'aiuto statale per la loro deposizione; due altre, Provisum e Quamlibet (Epist., 11 e 12) gli raccomandano un intervento contro l'antipapa Ursino, oramai comune nemico di A. e di Damaso, e per la concordia delle Chiese di Alessandria e Antiochia, le cui parti avevano implorato l'aiuto del sinodo. Graziano si prestò per il caso dell'antipapa, rimettendo l'altro affare ad A. stesso. Così questi, troppo fidandosi delle false informazioni del vescovo intruso di Costantinopoli, Massimo, scrisse quell'infelice lettera Sanctum (Ep., 13) a Teodosio, attaccando direttamente le decisioni del Concilio costantinopolitano approvate da Teodosio il 30 luglio e apprese a Milano circa a metà settembre. Questo fu il primo contatto dei due grandi personaggi. Teodosio ne restò offeso, e invece di esaudire la domanda di A. di un concilio generale romano (Ep., 13, 6), radunò di nuovo i vescovi orientali a
Costantinopoli, mentre simultaneamente o poco dopo Damaso con A. e i vescovi più importanti dell'Occidente sedevano a Roma (estate 382). Meglio informati di prima, riconoscono l'elezione di Nettario fatta nel Costantinopolitano I, ma non quella di Flaviano di Antiochia, e compongono il cosiddetto Tomus Damasi, probabilmente sotto l'influsso speciale di A. (cf. P. Galtier, in Rech. de scienc. relig., 26 [1936], pp. 385-418; 563-79). Allo stesso anno appartiene il De Incarnationis dominicae sacramento, risposta a Palladio,
alla Dissertatio Maximini ed agli apollinaristi, oramai apparsi nell'Italia settentrionale, ma insieme nuovo attacco contro il Costantinopolitano I per il suo primatus honoris del canone 2: quest'è il senso del De Incarn., 32 sg.
Lo stesso stretto contatto con Damaso si osserva nella polemica antipagana del 382-83. Graziano, sotto l'ispirazione di A., il quale fin d'adesso tenta di realizzare con logica conseguenza l'ideale dell'impero cristiano, sopprime il titolo imperiale Pontifex Maximus (Zosimo, IV, 35 sg.), rimuove l'altare della Vittoria dalla curia del senato romano, abolisce i collegi sacerdotali e le esenzioni delle Vestali, le cui rendite sono confiscate. Due legazioni vengono a Milano, l'una sotto Simmaco prefetto

La morte violenta dell'imperatore, avvenuta poco dopo (25 sg. 383), sembrava distruggere tutto. La corte del dodicenne Valentiniano II era sotto l'influsso di sua madre Giustina, ariana. Ma ben presto si sentì il bisogno dell'autorità morale del vescovo di Milano. L'usurpatore Massimo, sotto la maschera di protettore, aveva invitato Valentiniano a venire alla corte di Treviri. Con garbo Giustina domandò ad A. di andare in missione diplomatica a Treviri, per guadagnare tempo e per tendere un laccio al vescovo. Questi invece riconobbe subito l'occasione di poter obbligarsi il giovane imperatore per vantaggio della Chiesa e accettò. Senza metter in dubbio la sovranità dell'usur-
patore sopra la Britannia, le Gallie e la Spagna, sovranità riconosciuta da Teodosio stesso, riuscì a indurre Massimo a desistere per allora dal suo piano (Epist., 24, 4-7). Nell'estate dell'anno seguente (384) la missione maturò i primi frutti. Valentiniano si decise contro l'unanime consenso del suo concistoro, in favore della sentenza di A., quando Simmaco avanzò la sua nuova e celebre domanda contro la legislazione antipagana del defunto Graziano (Epist. 17 e 18 di A.; Relatio Symmachi; cf. De obitu Valentiniani, 19).
4. Vittoria definitiva nella lotta antiariana (385-87): battesimo di s. Agostino. — La reazione di Giustina contro l'influenza crescente di A. non tardò. Certo Mercurino, vescovo ariano di Durostorum in Mesia (?), deposto per la legislazione teodosiana, venne a Milano (probabilmente verso la fine del 384), chiamato forse da Giustina stessa. Il cambiamento del suo nome in « Aussenzio » (Sermo contra Auxentium, 22) significava un programma. Giustina richiese per lui una basilica ad A. (primavera 385). Ma la folla, quando ebbe saputo che A. era chiamato alla corte per tal affare, concorse in massa dinanzi al palazzo, cosicché si dovette pregare infine il vescovo stesso di calmarla. Lo fece, ed ottenne per questa volta il ritiro della richiesta (Sermo c. Aux., 29). Ma una legge del 23 genn. 386 (Codex Theodosianus, XVI, 1, 4) minacciò la pena di morte a chiunque osasse ostacolare la libertà di culto ai partigiani del simbolo semiariano di Rimini, e poco dopo si ripeté la richiesta dell'anno precedente. A. decide di opporsi senza far alcuna concessione. Formando con i vescovi vicini un sinodo, si rinchiude con loro e con i fedeli nella richiesta basilica Porziana e nei fabbricati attigui, ed invia un netto rifiuto alla corte. Si invita il vescovo ad un compromesso; A. lo rifiuta (Epist., 21). Segue un lungo assedio della Basilica. A. per mantenere l'entusiasmo del popolo lo fa cantare a due cori i suoi inni e i salmi (cf. s. Agostino, Confess., IX, 6-7; Vita, 13; Sermo c. Aux., 34), e gli dirige la sua instancabile parola: il Sermo contra Auxentium, e probabilmente anche il De Iacob sono di quei giorni. Per la settimana santa si raddoppiano domande e pressioni della corte. Ma la resistenza passiva riporta la vittoria: il Venerdì santo (3 apr.) le truppe si ritirano e con loro son ritirate le domande (Epist., 20). L'inaspettato mutamento aveva ancora un'altra ragione: Massimo aveva cominciato ad atteggiarsi a liberatore della Chiesa cattolica contro la corte di Milano (cf. Collect. Avellan., in CSEL, 35, nn. 39-40), e si era lagnato di essere ingannato da Valentiniano, facendo atto di venire con le sue truppe in Italia. Che ne penserebbe A.? Giustina, per allontanarlo per parecchio tempo da Milano, nella speranza anche di toglier così il vento alle vele di Massimo, gli offrì una seconda missione diplomatica. A. vede il giuoco, ma la causa religiosa deve esser liberata da quell'amicizia politica dell'usurpatore: solo così si può spiegare perché accetti anche questa volta. Infatti approfitta dell'incontro con Massimo (estate 386) a Treviri, per rimproverargli tutti i suoi peccati e per rompere apertamente con lui ogni relazione. Espulso da Treviri, fa urgentemente il suo resoconto a Valentiniano, prevedendo la guerra imminente (Epist., 24). Falli dunque l'ambasciata? Forse sì, nel senso di Giustina, non nel senso del vescovo, che distaccò la sua causa da ambedue le parti politiche. Apertamente egli minaccia oramai la vendetta divina agli uccisori di Graziano (Exp. Ps., 61) e agli usurpatori (Apologia Davidis, I, 6, 26 sg.); propone a Valentiniano l'esempio di David penitente (IV, 1-20), e dedica quella Apologia a Teodosio (estate 387).
Ma fra tutte le premure quell'anno 387 gli aveva recato una soddisfazione di grandissima portata per la Chiesa intera; il battesimo del celebre retore di Tagaste, s. Agostino, nella Pasqua del 387. L'eloquenza di A. e il suo metodo allegorico nella spiegazione del Vecchio Testamento ne erano stati la spinta (s. Agostino, Confess., V, 13; VI, 4).
5. A. e Teodosio. L'imperatore cristiano (388-95). — Nella primavera del 388 Teodosio si decise ad andar contro Massimo, lo vinse presso Siscia e Petovio (28 ag.) e si stabilì a Milano. Il vescovo domandò e ottenne da lui un'ampia amnistia per i seguaci dell'usurpatore (Epist., 40, 25). Ma Teodosio evitava le troppo strette relazioni, conscio forse, fin dal 381, dei contrasti tra le opinioni ecclesiastiche e quelle politiche. Astraendo cioè dalla sua privata e convinta appartenenza alla Chiesa cattolica, si crede del tutto indipendente da essa nel suo governo; mentre A., riconoscendo pure l'indipendenza dell'imperatore nella sfera non religiosa, lo vede anche come membro della Chiesa, la quale aspetta da lui la garanzia della piena libertà dei vescovi nella loro sfera: aiuto positivo, benché mai violento, contro i nemici della verità, osservanza della legge morale e della disciplina ecclesiastica anche nella sua attività d'imperatore (Sermo c. Aux., 36; Epist., 10-14, 17, 18, 21 ecc.).
Teodosio aveva emanato un decreto che obbligava il vescovo di Callinico sull'Eufrate a riedificare una sinagoga distrutta dai cristiani. A. si oppone prima con una lettera (Epist., 40), poi pubblicamente in una predica, non essendo stato ammesso all'udienza domandata, e non comincia la Messa se non dopo la formale dichiarazione dell'imperatore di ritirare il rescritto (Epist., 41: a Marcellina). Teodosio sentì bene che A. aveva sorpassato il limite del riguardo dovuto all'imperatore, e dalla fine del 388 fino al 390 manifestò il suo principio di piena indipendenza con una serie di leggi certo ingrate al vescovo (Codex Theodos., XII, 1, 121; XVI, 2, 27; 3, 1), mentre questi, conscio forse di aver teso troppo l'arco, si ritira ad approfitta del tempo libero per regalare alla Chiesa una serie dei suoi libri più importanti: De officiis ministrorum (389-390), esortazioni al clero, ordinate secondo il disegno dell'opera omonima di Cicerone; Expositio Evangelii secundum Lucam (ca. 390), prediche domenicali di molti anni; Expositio Psalmi CXVIII, prediche del 389; De Paenitentia, due libri contro i novaziani (ca. 388-89); De Ioseph, prediche del 388; De Helia, De Tobia, De Nabuthe, tre prediche contro il falso uso della ricchezza (389?).
La fine del 390 portò un totale cambiamento. Teodosio, contro l'opposizione di A., nell'agosto aveva decretato una strage di tre ore fra la popolazione di Tessalonica, per l'uccisione in una sommossa del comandante imperiale. Sette mila persone furono indistintamente trucidate. A. nella sua ammirabile Epist. 51, fece con tutto delicatissimo capire all'imperatore che non avrebbe osato celebrare il sacrificio divino in presenza di lui, se non avesse fatto prima penitenza pubblica del grave peccato. Solo dopo alcune esitazioni, l'imperatore riconosce le ragioni di A., accetta la penitenza ed è riconciliato da A. nel Natale del 390. Questa è la storia. Il racconto retorico di Paolino (Vita, 24) diede origine alla leggenda di Teodoreto (V, 17 sg.) sul vescovo che ferma l'imperatore sotto il portale della cattedrale, leggenda « meno grande della storia », la quale segnò la vittoria più memorabile del pensiero morale e religioso su ogni grandezza umana. Da questo momento è suggellata l'amicizia tra Teo-
dosio ed A. L'anno 391 porta come frutti le leggi contro ogni radunanza di culto pagano e contro le eresie (Codex Theodos., XVI, 10, 10; 11; 5, 20). A. si occupa tranquillamente dell'edizione di opere contemplative: nel De patriarchis, vede verificate le benedizioni dei patriarchi nella Chiesa che apre a tutte le nazioni e a tutti gli erranti il porto sicuro della salute; nel De Isaac et anima, disegna la via dell'anima per l'unione con il Verbo divino; nel De bono mortis ne descrive la nostalgia verso la patria celeste; nel De mysteriis (elaborato sulla base dello stenogramma De Sacramentis che ci è conservato) pubblica le catechesi ai neofiti.

mase al vescovo il compito delicato dell'orazione funebre, tenuta nell'ag. dopo trattative con Teodosio (Epist. 53) e pubblicata nel sett. sotto il titolo De obitu Valentiniani. Intanto Arbogaste proclamò imperatore il cattolico Eugenio (22 ag. 392), il quale cercò invano l'appoggio del vescovo di Milano (Epist. 57; Vita, 27, 31). Per quasi un anno (autunno 393-ag. 394) A. s'impose un esilio volontario a Bologna e a Firenze (Epist. 61, 62), a fin d'evitare ogni contatto col nuovo usurpatore. Vinto Eugenio al Frigido (6 sett. 394), Teodosio approvò l'atteggiamento di A. verso Eugenio e gli concedette l'amnistia domandata per i partigiani dell'usurpatore: ma poco dopo si ammalò e morì a Milano il 17 genn. 395. Nell'orazione funebre De obitu Theodosii A. delineò nella persona del defunto l'ideale dell'unità fra sacerdozio e impero anticipando un'idea fondamentale del medioevo.
6. Gli ultimi anni (395-97). Il metropolita. - Circondato dalla venerazione di tutti, anche di lontani
pagani (Vita, 25, 36), A. continua il suo apostolato della penna fino alla morte: il De institutione virginis (392), l'Exhortatio virginitatis e il De fuga saeculi (394), l'Explanatio in XII psalmos, sopra la quale morirà (Vita, 42), sono le ultime opere. Forse anche gran numero delle sue lettere furono da lui stesso pubblicate in quegli anni (cf. Epist. 48, 7). Un altro largo campo di azione, oltre la cura dei suoi diocesani, erano le relazioni con tanti vescovi dell'Italia settentrionale, dove esercitava le funzioni di metropolita, fondando
nuove diocesi, ordinando vescovi (cf. ad es., Epist. 63). Il suo zelo per quella una et intemerata fidelium communio (Epist. 12, 3) si estende anche fuori della sua provincia metropolitana, specialmente a Tessalonica e all'Illirico (Epist. 15, 16) e fino agli scismi dell'Oriente (Epist. 12-14, 56). Una sua partecipazione però a certo Sinodo di Sirmio, ricordato da Teodoreto (Hist. eccl., IV, 7, 6-9, 9), la cui data resta problematica, si esclude già per la terminologia trinitaria degli atti sinodali, certo non ambrosiana. L'ordinazione di Anemio di Sirmio fatta da A. (fra il 375 e il 380) è l'unico atto che si potrebbe nominare quasi-metropolitano, fuori dell'Italia superiore; ma non ci è noto e neanche è probabile, che A. l'abbia fatta di sua
AMBROGIO santo - Morte di A. Affresco di Masolino. Roma, Basilica di S. Clemente.
testa (Vita, 11). I Concili di Aquileia e di Capua non furono sinodi ambrosiani, ma occidentali, voluti rispettivamente da Graziano e da Teodosio.
Dall'elezione del nuovo vescovo di Pavia A. ritornò ammalato (febbr. 397), e dopo alcune settimane si estinse la forza fisica di quel corpo debole, sacrificatosi per l'unità interna della Chiesa e dell'Impero. A. morì all'alba del Sabato santo, il 4 apr. 397, immediatamente dopo la comunione eucaristica (Vita, 47). La Chiesa però celebra il giorno della sua consacrazione episcopale (7 dic.). Per la basilica ambrosiana, V. MILANO.
III. LO SCRITTORE
Nella sua prima opera A. stesso ci rivela lo scopo della sua attività letteraria: «necessitas maxima eloquia Dei credita populi funerare mentibus» (De virginibus, I, 1, 1), cioè il senso di responsabilità per il talento divino affidatogli. Quindi quasi tutte le sue opere sono prediche pubblicate. E A. sembra accentuare questo carattere particolare dei suoi scritti, lasciando stare nel testo dei libri alcuni ricordi della parola viva, come «hodie, fratres, audistis» ecc. Dall'altra parte, se mancano questi ricordi, nonsi può senz'altro arguire che in tal libro non si tratti di prediche recitate. In due sue lettere, probabilmente da lui stesso ancora pubblicate (Epist. 47, 1-3; 48, 1-3) ci descrive il procedimento dell'edizione delle sue opere; e il De mysteriis, paragonato col De Sacramentis, completa la sua informazione. Basato su un abbozzo o uno stenogramma delle sue prediche, A. ritiene quello che gli pare atto alla pubblicazione, ma modifica molto il modo di dire, dettando al suo notario, o, specialmente di notte, scrivendo egli stesso; poi lo fa trascrivere in buona scrittura, lo invia talvolta a un amico per una specie di censura, e poi lo pubblica. Ma dettando o scrivendo ha sempre da-

Regensburg 1893; P. de Labriolle, Saint Ambroise et l'exégèse allégorique, in Annales de philosophie chrétienne, 155 [1908], pp. 591-602).
Ecco ora l'elenco delle opere secondo la divisione tradizionale: a) esegetiche (concernenti la più parte il Vecchio Testamento); Evaemeron libri sex; De Paradiso; De Cain et Abel; De Noë; De Abraham libri duo; De Isaac et anima; De Iacob et vita beata libri duo; De Ioseph patriarcha; De patriarchis; De interpellatione Iob et David; Apologia prophetae David, ad Theodosium Augustum; Enarrationes in XII psalmos Davidicos; Expositio in ps. 118; De Tobia; De Helia et jejunio; De Nabuthe; Expositionis evangelii secundum Lucam libri decem. Perduti i Commentarii Esaiae. - b) morali e ascetiche: De officiis ministrorum libri tres; De virginibus, ad Marcellinam sororem libri tres; De viduis; De virginitate; De institutione virginis et de s. Mariae virginitate perpetua; Exhortatio virginitatis. - c) dogmatiche: De fide ad Gratianum Augustum libri quinque; De Spiritu Sancto; De Incarnationis dominicae sacramento; De paenitentia libri duo; De Sacramentis libri sex; Explanatio symboli ad initiaudos; e il frammento della Explanatio fidei, riferito da Teodoreto (PG 83, 181-88). - d) retoriche: De excessu fratris sui Satyri
I. duo; Sermo contra Auxentium, de basilicis tradendis; De obitu Valentiniani consolatio; De obitu Theodosii
e) Lettere (delle quali non rimangono che 91). - f) Inni (di cui si parla a parte più oltre).IV. IL TEOLOGO E IL MORALISTA
A. non volle mai essere un teologo, per la semplice ragione che una teologia latina non esisteva ancora, e per crearla A. non aveva né tempo né talento. Ma nella teologia trinitaria, la quale aveva appena elaborata la relazione fra Padre e Figlio, il contributo ambrosiano è considerevole: con la chiarezza e costanza della sua terminologia supera di molto tutti gli autori latini precedenti, specialmente Ilario, e prepara le formole definitive di Agostino. Nella teologia sullo Spirito Santo c'è un vero progresso in A., il quale più volte accenna la processione dello Spirito dal Padre e dal Figlio («Filioque»: cf. De Spiritu Sancto, I, 119-20; II, 12. 133-34, ecc.). Per mezzo degli inni ambrosiani le formole trinitarie s'imprimevano profondamente nell'anima del popolo. Per mezzo della legislazione religiosa romana, da lui fortemente influenzata, il Concilio Niceno divenne la fede dell'Impero. Nella cristologia A. è il primo scrittore dell'Occidente che si pone contro Apollinare di Laodicea, i cui scritti furono da lui studiati, come l'edizione critica del De Incarnatione, nel CSEL, dimostrerà con evidenza. Le sue espressioni sulle due nature perfette, unite nella persona divina di Cristo, erano tanto felici, che furono ripetute dai Concili di Efeso e di Calcedonia, da Leone Magno e da molti scrittori anche dell'Oriente (cf. G. Galbiati, Della fortuna letteraria ecc., in Ambrosiana, Scritti di storia ecc., pp. 43-73). Espressioni come: ex persona hominis, dette di Cristo, secondo un uso comune di lingua riscontrabile anche in Ilario, non vogliono significare altro che «come uomo». Nella dottrina sulla redenzione e la grazia A. spesso volte vien citato dal Dottore della grazia, Agostino (cf. Opera, ediz. P. A. Ballerini, I, pp. xxix-xlii). Non distingue ancora fra il peccato originale stesso e la sua conseguenza, la concupiscenza, mancanza che si fa sentire specialmente nel De mysteriis, 6, 32 («lotio pedum»). Ma questa distinzione non fu trovata dalla teologia prima di Agostino. La sua teoria invece sull'origine del male morale nella volontà libera dell'uomo, ricorda già le speculazioni del suo grande discepolo. Quanto alla teologia sacramentaria, ancora così poco elaborata nei suoi tempi, le testimonianze sul carattere di sacrificio della Eucaristia sono frequentissime (cf. S. Lisiecki, Quid s. Ambrosius de S.ma Eucharistia docuerit, Breslavia 1910, p. 85 sgg.).La penitenza sacramentale appare come pubblica nelle opere di penitenza, imposte dal vescovo in seguito ad una confessione segreta (cf. De paenitentia, I, 16, 90; II, 10, 91-97). Questa unica penitenza sacramentale è lecita una sola volta in vita (De paen., II, 10, 95). Bellissima e profonda è la sua teologia battesimale (cf. De mysteriis, De Sacramentis), nella quale insiste fra l'altro sul valore del Battesimo di desiderio (De obitu Val., 51-53). Sulla sua escatologia (J. Niederhuber, Die Eschatologie des hl. A., Paderborn 1907) è da notare che ha lasciato da parte con finissimo tatto ogni origenismo; lo stesso sembra valere della sua angelologia, la quale, come la sua teoria sulla venerazione dei santi e delle reliquie, sarebbe ancora da studiarsi particolarmente (l'opera del Dudden, Life and Times etc., I, p. 305-20, è insufficiente). L'ecclesiologia, infine, è pervasa, come sopra abbiamo già accennato, da un senso vivissimo per l'unità interna della veneranda communio di tutte le Chiese, che vede garantita nella loro unione con la Chiesa romana (Epist. 11, 4; De excessu fratris, I, 47; Epist. 42, 1, 12; Epist. 56, 7; De Sacr., III, 1, 5; Explan. in ps. XII, 40, 30 ecc.; cf. B. Citterio in S. A. nel XVI centenario della nascita, Milano 1940, pp. 31-68).
Come moralista A. si trova proprio nel suo elemento e mostra a volte una maestria simile a quella di s. G. Crisostomo nel flagellare le malattie morali del suo tempo, particolarmente l'avarizia e la lussuria. Insiste sul carattere amministrativo della proprietà privata (De Nab., 12, 53; De off., I, 28, 132). Oppone alla debolezza dei molti l'esempio attraente e confortante della verginità volontaria dei pochi; congiunge con questo sacrificio ideale il pensiero del valore satisfattorio per gli altri: «Virgo Dei donum est, munus parentis, sacerdotium castitatis», «Haec parentes redimat, haec fratres» (De virg., I, 7, 32; II, 2, 16). E questo pensiero è basato sulla concezione più generale del «corpus Christi mysticum» (ad es., De Cain, I, 9, 39; De paen., I, 15, 80-81; Exp. Luc., V, 92). Un sistema morale non si trova nelle sue opere. Neanche nel De officiis ministrorum (titolo da ritenersi con i migliori manoscritti) A. vuol darlo, ma seguendo liberamente il De officiis di Cicerone, mette in forma di libri una serie di esortazioni ai suoi figli spirituali, e «ministri» dell'altare (De off., I, 7, 24), e ammette della morale stoica quanto è di valore universale umano, elevandolo, non sempre con piena coerenza, alla sfera della umiltà e carità cristiana (cf. R. Thamin, S. Ambroise et la morale chrétienne au IVᵉ siècle, Parigi 1895; F. H. Dudden, Life etc., II, pp. 502-54).
V. L'INNOGRAFO
Gli inni che s. Ilario aveva già tentato di introdurre nella liturgia (cf. CSEL, 65, p. 207 sgg.), forse contro la propaganda dell'arianesimo, furono così poco popolari che non ne abbiamo più che poche tracce. Perciò A. diventò il primo e il più efficace innografo dell'Occidente. Il suo metro di (otto?) strofe a quattro righe in dimetri giambici, il «metrum ambrosianum», fu di esempio per i secoli seguenti (Isidoro di Siviglia, De eccl. off., I, 6). Ma questa denominazione del suo metro cagionò una grande confusione fra gli inni fatti proprio da lui e altri che seguivano soltanto la sua maniera.G. M. Dreves (Aurelius Ambrosius «der Vater des Kirchengesanges», Friburgo in Br. 1893), e A. Steier (Untersuchungen über die Echtheit der Hymnen des Ambrosius, Lipsia 1903 [qui la migliore edizione dei 14 inni, pp. 651-60]), hanno dimostrato che 14 sono probabilmente autentici; L. Biraghi (Inni sinceri e carmi di s. A., Milano 1862) e A. S. Walpole (Early Latin Hymns,
Oxford 1922) ne ammettono invece 18. Certi sono: 1) Aeterne rerum conditor (PL 16, 1409, n. 1; s. Agostino Retract., I, 21); 2) Deus creator omnium (PL 16, 1409, n. 2; s. Agostino, Conf., IX, 12, 32); 3) Iam surgit hora tertia (PL 16, 1409, n. 3; s. Agostino, De Natura et Gratia contra Pelag., 63, 74); 4) Intende qui regis Israel (PL 16, 1410, n. 4; s. Agostino, Sermo 372, De nativ. Domini, 4, 3; Celestino nel Concilio romano del 430; F. Labbé, Concilia... III, ed. Venez. 1725, col. 555); 5) Inluminans Altissime (PL 16, 1411, n. 5); 6) Splendor paternae gloriae (PL 16, 1411, n. 7; cf. s. Agostino, Conf., V, 13, 23); 7) Aeterna Christi munera (PL 16, 1411, n. 8). Probabilmente autentici: 8) Hic est dies verus Dei (PL 17, 1183, n. 20); 9) Apostolorum passio (PL 17, 1215, n. 71); 10) Amore Christi nobilis (PL 17, 1210, n. 64); 11) Apostolorum subparem (PL 17, 1216, n. 73;

(fot. Ene. Cutt.)
La forma poetica degli inni autentici, pieni di grandezza oggettiva e di quella «sobrie ebrietas» del santo romano, «era fatta apposta per essere popolare: facile, fluida, limpida, agile. Talvolta la teoria e la
teologia opprimono, e l'inno cala di tono, ma altrove l'ispirazione si mantiene vivida e calda, la sensazione universale; la semplicità allora diviene sinonimo di pura perfezione » (A. Paredi, S. A. e la sua età, Milano 1941, p. 413). Il tempo della composizione rimane problematico. Ma pare certo che alcuni siano anteriori all'assedio della Basilica del 386 (cf. G. Lazzati, in S. A. nel XVI centenario etc., pp. 307-20).
VI. L'EPIGRAFISTA
Non ci sono stati conservati resti antichi di epigrafi ambrosiane su pietra. Ma che A. ne abbia fatte è fuori di dubbio. La silloge di Lorsch (cod. Vaticano Palatino 833, del sec. IX) ci conserva una raccolta di iscrizioni cristiane fatta alla fine del sec. VIII, e fra queste, tre epigrammi milanesi di A. (cf. G. B. de Rossi, Inscriptiones christianae urbis Romae, II, parte I, Roma 1888, pp. 162, 5; 161, 3, 2; [p. xxxv sg. « Pauciora, sed meliora Damasianis, sunt carmina Ambrosii... »]) : l'epitaffio per suo fratello Satiro nella basilica di S. Nazario (Uranio Satyro supremum, frater, honorem etc., 2 distici), l'iscrizione dedicatoria della stessa basilica di S. Nazario (Condidit Ambrosius templum Dominoque sacravit etc., 5 distici), e l'iscrizione del battistero della basilica di S. Tecla (Octachorum sanctos templum surrexit in usus etc., 8 distici).Il dubbio del Lejay (DACL, I, col. 1386) circa il terzo epigramma non è fondato; le parole non expers ullus aquarum sanctus (cf. mss. 13-14) esprimono un pensiero molto familiare ad A. (De Abrah., II, 11, 81 : « omnis aetas peccato obnoxia et ideo omnis aetas sacramento idonea »; De paen., I, 2, 13 : « omnes homines sub peccato nasclmur, quorum ipse ortus in vitio est »; Exp. in ps. 118, 8, 30 : « nemo sine sorde peccati »; cf. 16, 32; Expl. ps. 43, 78, ecc.; cf. anche F. J. Dölger, Zur Symbolik des altchristl. Taufhauses, in Antike und Christentum, 4 [1934], pp. 153-87).
Inoltre ci sono 21 « Tituli », pubblicati la prima volta da Fr. Juretus, nella Bibliotheca Patrum di M. de la Bigne (VIII, Parigi 1589, col. 1195 sgg.), da un codice antico, oggi perduto, sotto il titolo: Incipium disticha s. Ambrosii de diversis rebus quae in basilica Ambrosiana scifta sunt. (L'edizione migliore e di S. Merkle, Die ambrosianischen Tituli, in Römische Quartalschrift, 10 [1896], pp. 185-222). Si tratta di 21 esametri doppi, i quali dovevan essere sottoscritti ad altrettante rappresentazioni di scene del Vecchio e Nuovo Testamento. L. Biraghi, S. Merkle, (locc. citt.), e C. Weyman (op. cit., pp. 35-42) difendono l'autenticità dei « tituli »; L. Traube (in Hermes, 27 [1892], p. 159) ha mostrato che esistevano già nel sec. IX, benché attribuiti a Prudenzio. Gli argomenti « ex silentio », fatti valere da alcuni storici dell'arte contro l'origine ambrosiana delle immagini, non sembrano poter vincere gli argomenti interni molto forti in favore degli epigrammi : pensieri, lingua, stile sono del tutto ambrosiani.
quasi completa fino al 1933, pp. 557-75); F. H. Dudden, The Life and Times of St. Ambrose, Oxford 1935 (2 voll. con bibliografia, pp. 515-24); O. Faller, Ambrosius der Verfasser von De Sacramentis, in Zeitschr. f. Kath. Theol., 64 (1940), pp. 1-14; 81-101: Autori varii, S. A. nel XVI centenario della nascita, Milano 1940; A. Paredi, S. A. e la sua età, Milano 1941; O. Faller, La data della conservazione vescovite di s. A., in G. Galbisti, Ambrosiana: Scritti di Storia, Antrologia ed Arte, pubblicati nel XVI centenario della nascita di s. A., Milano 1942, pp. 97-112; B. Altaner, Patrologia, Torino 1943, pp. 258-66 (bibliografia ricchissima fino al 1939). Otto Faller