AMBROGIO, SANTO

AMBROGIO, santo. - Vescovo di Milano e Dottore della Chiesa.

SOMMARIO: I. Cronologia. - II. Vita e opere: significato storico e teologico. - III. Lo scrittore. - IV. Il teologo e il moralista. - V. L’innografo. - VI. L’epigrafista. - VII. Iconografia.

A. è una delle figure più importanti e solenni tra i vescovi della fine del sec. IV. Di statura piccola e di corpo fragile, era animato da uno spirito chiaroveggente e pratico, da una forza di volontà e di persuasione irresistibili, da un cuore dai sentimenti nobili e profondi. Fu provvidenza singolare che questo spirito magno, senza cercarlo, trovasse il posto e il tempo più adatto per spiegare tutta la ricchezza dei suoi doni, cioè il tempo della cristianizzazione legislativa dell’Impero romano, e la sede vescovile di Milano, residenza di tre imperatori, Graziano, Valentiniano II e Teodosio.

I. Cronologia

La data della morte risulta dall’antico biografo Paolino (Vita, 32 e 48), e fu la vigilia di Pasqua del terzo anno dopo la morte di Teodosio, quindi il 4 apr. 397. La consacrazione episcopale, secondo l’esplicita testimonianza del contemporaneo s. Girolamo (Cronaca, ed. Helm, pp. 247, 16-18), avvenne il decimo anno di Valentiniano I, calcolandolo dal primo consolato del nuovo imperatore (1 genn. 365), quindi 374, non 373, come si è detto recentissimamente. Con l’anno vien confermato anche il giorno tradizionale, il 7 dic., ritenuto dai martirologi e menologi (Martyr. Romantum, p. 570), il quale nel 374 fu una

2 [1864], p. 76 e 3 [1865], p. 15; id., Roma sotterranea, III, Roma 1877, p. 24; H. Delehaye, in Analecta Bollandiæ, 1ª serie, 48 [1930] p. 193, fu di origine greca, come si può congetturare dei nomi Ambrosius, Uranius Satyrus (suo fratello), Sotheris (parente, martire della persecuzione diocleziaca). Risiedeva però da lungo tempo a Roma dove compare fra le più ricche e nobili famiglie, imparentata probabilmente coi Simmachi (De excessu fratris, I, 32-34 sgg.; Simmaco, Epistolae, I, 63; III, 30-37; Basilio, Epist., 197. 1). Pare che il padre morisse pochi anni dopo la nascita di A. La madre quindi ritornò a Roma con i tre figli, Marcellina, Satiro e A., che era il più giovane (De excessu fratris, I: PL 54; Vita, 4), e che ricevette la formazione di un nobile romano nella grammatica, nella letteratura romana e greca, nella retorica e nel diritto. Neanche mancava il circo e il teatro (Expl. Ps., 40, 24). Ma dietro a quell’esteriorità profana della casa paterna (forse S. Ambrogio della Massima, vicino al teatro di Marcello), ci fu l’educazione religiosa profonda del catecumeno. Sebbene, secondo l’uso del tempo, non fosse ancor battezzato, sembra scrivesse già come laico un con.mentario ai quattro libri dei Re e una traduzione libera del De bello iudaico di Flavio Giuseppe, il cosiddetto Egesippo (ed. di V. Ussani, in CSEL, 66, Vienna 1932). L’unica data che si possa, con qualche probabilità, stabilire della vita romana di A. è l’Epifania del 353 o 354, quando sua sorella Marcellina ricevette il velo delle sacre vergini in S. Pietro dalle mani di papa Liberio (cf. De virginibus, III, 1; Vita, 4), col quale A. si sentì sempre unito da legami di profonda venerazione.

Finiti gli studi, partì – non si sa quando – da Roma per Sirmio, dove iniziò la carriera statale con l’ufficio di avvocato al tribunale della prefettura del pretorio. Sesto Petronio Probo, prefetto del pretorio (12 marzo 368 - 3 dic. 374) lo nominò membro del suo consiglio, e dopo qualche anno, forse nel 370, consulari, cioè governatore delle province della Liguria e dell’Emilia, con sede a Milano (Vita, 5). La prassi giuridica lo portò così in contatto con i più diversi ceti del popolo, tra gli affari più svariati della vita pubblica. Il soggiorno di A. nell’Illirico e del vescovo ariano Aussenzio a Milano (355-74) gli fece conoscere a fondo l’effetto dissolvente dell’arianesimo nell’impero romano. Cominciano allora a delinearsi i destini della Provvidenza per il «consularis», la cui popolarità, congiunta con una probità straordinaria, prepara le vie al futuro vescovo.

2. Primi anni del vescovo. L’asceta (374-78). – Alla morte di Aussenzio, A. aveva quarant’anni. Nell’elezione del successore i contrasti fra ariani e cattolici minacciarono di compromettere la sicurezza pubblica. Il governatore dovette intervenire per tranquillizzare il popolo tumultuante e lo fece con tanta efficacia, che i partiti contrastanti si unirono nell’eleggere il pacificatore stesso, rappresentante della politica imperiale di neutralità religiosa, personalità amata da tutti. Che un fanciullo avesse preso l’iniziativa col grido: A. vescovo! è considerato come leggenda già da Paolino (Vita, 6; cf. Rufino, Hist. eccl., II, 11; Socrate, IV, 30; Sozomeno, VI, 34; Teodoreto, IV, 6). I vari tentativi per sfuggire alla carica inaspettata sono ben credibili in un catecumeno e allo ufficiale romano (Vita, 7-9; Ep., 21, 7; Ep., 63, 65); ci voleva anche l’assenso dell’imperatore. Questi però non consente soltanto ma garantisce anche la tranquillità della città (Vita, 9; Ep., 21, 7). Allora

(da Wilpert, Mosaiken)
AMBROGIO, santo - Ritratto musivo (inizio sec. v) - Milano. Cappella di S. Satiro o di S. Vittore in Ciel d’Oro.

domenica. L’anno di nascita finora non è stabilito con certezza. Se il padre di A. fu veramente «prefetto delle Gallie», è l’anno 339-40; se no, l’autunno del 334, calcolando i 53 anni compiuti, che indica A. nell’epistola 59, dall’arrivo dell’usurpatore Massimo in Italia, cioè dall’autunno 387, nel quale solo sembra essersi verificata tutta la situazione indicata in quella lettera.

II. Vita e opere. Significato storico e teologico.
1. Famiglia. Gioventù, carriera statale (334-74). – A. nacque probabilmente a Treviri, dove il padre sembra essere stato un alto funzionario nell’amministrazione delle Gallie (Vita, 3). La famiglia senatoriale e cristiana della «gens Aurelia» (De Rossi, Inscrip- tiones christianae Urbis Romae, II, par. I, Roma 1888, p. 177; id., in Bullettino di archeologia cristiana, 1ª serie,

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(da Wilpert, Massiken)
Ambrogio, santo - Ritratto musivo (inizio sec. v) - Milano, Cappella di S. Satiro o di S. Vittore in Ciel d'Oro.

A. accetta, riconoscendo nel mirabile consenso universale la volontà di Dio. Si prepara al Battesimo, lo riceve, come si era pattuito (Vita, 9), da un vescovo cattolico (30 nov. 374), e avuti gli altri Ordini nella settimana seguente, è consacrato vescovo il 7 dic. 374. L'assenso di tutti i vescovi, nonostante il can. 2 del Concilio niceno contro i neofiti, era ben giustificato dalle circostanze straordinarie (Ep., 63, 65).

Il nuovo vescovo, benché manifestasse subito il suo carattere spiccatamente cattolico col trasportare dalla Cappadocia talune reliquie dell'ultimo predecessore cattolico, s. Dionigi (Basilio, Ep., 197), per il momento evitò prudentemente le controversie dogmatiche, studiando a fondo le questioni intricatissime sotto la direzione del presbitero Simpliciano, e attendendo anzi tutto alla riforma interna del clero (cf. De Off., I, 1-22) e alla propaganda della vita ascetica. La sua predicazione sull'ideale della verginità provoca un movimento religioso in tutta l'Italia e fino alla Mauritania (De virginibus, I, 57, 59), e i libri De virginibus e De viduis, con i quali inaugura la sua attività di scrittore ecclesiastico (377), ne aumentano l'effetto. Egli stesso con la rinuncia ai suoi beni in favore della Chiesa milanese e con la vita ascetica della sua famiglia dette

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un esempio splendido (Vita, 38). Digiuno, preghiera assidua, lezione e meditazione caratterizzano la vita privata di lui, mentre la sua stanza è accessibile a tutti i bisognosi di aiuto spirituale e corporale, e le sue prediche col fuoco interno e con la perfezione della forma attraggono tutti (Agostino, Confess., V, 13; VI, 4). Il pensiero della sua ascesi è greco, provvidente da Atanasio, Origene, Filone, e in seguito anche da Basilio; ma vita, veste, moderazione sono romane, e tutto è pervaso di un'interiorità molto personale, finora troppo poco studiata. A quel periodo contemplativo dei primi anni appartengono, come pare, anche le sue opere De paradiso, De Cain et Abel, e De Noé.

L'anno 378 ne segnò la fine con la morte del fratello, a cui elevò un monumento perenne con l'edizione delle orazioni funebri De excessu fratris, documento commovente di amore fraterno e di speranza cristiana. Nell'estate papa Damaso lo chiama, secondo ogni probabilità, al Concilio romano, tenuto contro le accuse dell'antipapa Ursino e del giudeo Isacco. La sinodica all'imperatore Graziano Et hoc gloriae (P. Constant, Epist. Rom. Pont., I, Parigi 1721, pp. 523-29) tradisce nei pensieri e nella lingua l'ispirazione del vescovo di Milano. Ed è forse questo il primo contatto di A. con Graziano, il quale proprio allora domandò a lui un breve compendio sulla fede trinitaria. A. negli ultimi mesi del 378 risponde con i due primi libri De fide, con i quali s'inaugura una nuova fase della sua vita, l'aperta impugnazione dell'ariesismo e le relazioni con gli imperatori.

3. Prima fase della lotta antiariana e antipagana (379-84): A. e Graziano; il teologo. Come nell'ascesi, così anche nella teologia A. deriva i pensieri dai grandi teologi dell'Oriente già nominati, e per la teologia trinitaria specialmente da Didimo Alessandrino. Ma il paragone con Ilario dimostra facilmente la nota romana e personale di una chiarezza molto più persuasiva e definitiva dei modelli: merito importantissimo per quei tempi di turbolente discussioni dogmatiche, benché ottenuto col sacrificio quasi completo della speculazione profonda dei Greci. Per l'imperatore questa teologia senza problemi significò la convergenza di una nuova politica religiosa: richiamò i vescovi cattolici banditi da Valente (m. il 9 ag. 378), tollerò ancora gli ariani mitigati, ma proscrisse fin d'allora gli ariani estremisti, cioè gli eunomiani (Socrate, V, 2; Sozomeno, VII, 1; Teodoreto, V, 2), e un incontro personale con A. nell'estate 379 condusse alla legge Omnes vetitae, che proibiva il culto pubblico a tutte le eresie (Codex Theodosianus, XVI, 5, 5). Teodosio, assunto come collega da Graziano, il 19 genn. 379, ne seguì l'esempio e stabilì la fede cattolica della Chiesa romana come unica religione pubblica dell'impero (Cunctos populos, del 27 febbr. 380). Segue sotto l'influsso di A. una serie di leggi non solo contro le eresie, ma anche contro il culto pubblico pagano.

Così, quasi di colpo, A. è divenuto il primo campione contro l'arianesimo e contro il paganesimo antico. Ma non tardò l'opposizione: il vescovo ariano Palladio

di Ratiaria scrive contro i primi due libri De fide; Giuliano Valente di Petovio, in unione con l'antipapa Ursino, aizza contro di lui i Milanesi stessi. A si difende in una lunga serie di prediche, edite nel 380 (De fide, III-V) su domanda di Graziano. Verso la Pasqua del 381 l'imperatore trasferisce la sua residenza da Treviri a Milano, dove oramai si sviluppa una collaborazione sempre più stretta con A. Il trattato De Spiritu Sancto, prova esauriente della divinità della terza persona divina, pare fosse presentato all'imperatore proprio in questo momento.

Il 3 sett. 381 (data da mantenersi secondo i manoscritti antichi) un concilio dei vescovi dell'Italia settentrionale si raduna in Aquileia. Graziano l'aveva promesso a due vescovi ariani dell'Illirico come concilio generale, ma A., in pieno accordo con papa Damaso (cf. Dissertatio Maximi, ed. F. Kauffmann, Aus der Schule des Wulfila, Strasburgo 1899, pp. 86-87), aveva persuaso l'imperatore che non avrebbe avuto senso un concilio ecumenico per giudicare sull'ortodossia di due vescovi di pochissimo credito (cf. Gesta concilii Aquileiensis, 4: PL 16, 917). Infatti, il già nominato Palladio di Ratiaria (Dacia) e Secondiano di Singidunum (Mesia), dopo breve consultazione del sinodo sono giudicati eretici. La sinodica Benedictus (Epist., 10) domanda a Graziano l'aiuto statale per la loro deposizione; due altre, Provisum e Quamlibet (Epist., 11 e 12) gli raccomandano un intervento contro l'antipapa Ursino, oramai comune nemico di A. e di Damaso, e per la concordia delle Chiese di Alessandria e Antiochia, le cui parti avevano implorato l'aiuto del sinodo. Graziano si prestò per il caso dell'antipapa, rimettendo l'altro affare ad A. stesso. Così questi, troppo fidandosi delle false informazioni del vescovo intruoso di Costantinopoli, Massimo, scrisse quell'infelice lettera Sanctum (Ep., 13) a Teodosio, attaccando direttamente le decisioni del Concilio costantinopolitano approvate da Teodosio il 30 luglio e apprese a Milano circa a metà settembre. Questo fu il primo contatto dei due grandi personaggi. Teodosio ne restò offeso, e invece di esaudire la domanda di A. di un concilio generale romano (Ep., 13, 6), radunò di nuovo i vescovi orientali a Costantinopoli, mentre simultaneamente o poco dopo Damaso con A. e i vescovi più importanti dell'Occidente sedevano a Roma (estate 382). Meglio informati di prima, riconoscono l'elezione di Nettario fatta nel Costantinopolitano I, ma non quella di Flaviano di Antiochia, e compongono il cosiddetto Tomus Damasi, probabilmente sotto l'influsso speciale di A. (cf. P. Galtier, in Rech. de scienc. relig., 26 [1936], pp. 385-418; 563-79). Allo stesso anno appartiene il De incarnationis dominicae sacramento, risposta a Palladio, alla Dissertatio Maximi in ed agli appollinari, oramai apparsi nell'Italia settentrionale, ma insieme nuovo attacco contro il Costantinopolitano I per il suo primatus honoris del canone 2: quest'è il senso del De Incarn., 32 sg.

Lo stesso stretto contatto con Damaso si osservava nella polemica antipagana del 382-83. Graziano, sotto l'ispirazione di A., il quale fin d'adeso tenta di realizzare con logica conseguenza l'ideale dell'impero cristiano, sopprime il titolo imperiale Pontifex Maximus (Zosimo, IV, 35 sg.), rimuove l'altare della Vittoria dalla curia del senato romano, abolisce i collegi sacerdotali e le esenzioni delle Vestali, le cui rendite sono confiscate. Due leggazioni vengono a Milano, l'una sotto Simmaco prefetto dell'Urbe, all'imperatore per protestare e chiedere il ritiro dei decreti, l'altra dal papa Damaso ad A., in nome dei senatori cristiani. La prima non fu nemmeno ricevuta da Graziano, avendogli già A. presentato il parere ecclesiastico (Epist., 17, 10; Relatio Symmachi, 20).

La morte violenta dell'imperatore, avvenuta poco dopo (25 ag. 383), sembrava distruggere tutto. La corte del dodicenne Valentiniano II era sotto l'influsso di sua madre Giustina, ariana. Ma ben presto si sentì il bisogno dell'autorità morale del vescovo di Milano. L'usurpatore Massimo, sotto la maschera di protettore, aveva invitato Valentiniano a venire alla corte di Treviri. Con garbo Giustina domandò ad A. di andare in missione diplomatica a Treviri, per guadagnare tempo e per tendere un laccio al vescovo. Questi invece riconobbe subito l'occasione di poter obbligarsi il giovane imperatore per vantaggio della Chiesa e accettò. Senza metter in dubbio la sovranità dell'usur

patore sopra la Britannia, le Gallie e la Spagna, sovranità riconosciuta da Teodosio stesso, riuscì a indurre Massimo a desistere per allora dal suo piano (Epist., 24, 4-7). Nell'estate dell'anno seguente (384) la missione maturò i primi frutti. Valentiniano si decise contro l'unanime consenso del suo concistoro, in favore della sentenza di A., quando Simmaco avanzò la sua nuova e celebre domanda contro la legislazione antipagana del defunto Graziano (Epist. 17 e 18 di A.; Relatio Symmachi; cf. De obitu Valentiniani, 19).

4. Vittoria definitiva nella lotta antiariana (385-87): battesimo di s. Agostino. — La reazione di Giustina contro l'influenza crescente di A. non tardò. Certo Mercurino, vescovo ariano di Durostorum in Mesia (7), deposto per la legislazione teodosiana, venne a Milano (probabilmente verso la fine del 384), chiamato forse da Giustina stessa. Il cambiamento del suo nome in «Aussenzio» (Sermo contra Auxentium, 22) significava un programma. Giustina richiese per lui una basilica ad A. (primavera 385). Ma la folla, quando ebbe saputo che A. era chiamato alla corte per tal affare, concorse in massa dinanzi al palazzo, cosicché si dovette pregare infine il vescovo stesso di calmarla. Lo fece, ed ottenne per questa volta il ritiro della richiesta (Sermo c. Aux., 29). Ma una legge del 23 genn. 386 (Codex Theodosianus, XVI, 1, 4) minacciò la pena di morte a chiunque osasse ostacolare la libertà di culto ai partigiani del simbolo semiariano di Rimini, e poco dopo si ripeté la richiesta dell'anno precedente. A. decide di opporsi senza far alcuna concessione. Formando con i vescovi vicini un sinodo, si rinchiude con loro e con i fedeli nella richiesta basilica Porziana nei fabbricati attigui, ed invia un netto rifiuto alla corte. Si invita il vescovo ad un compromesso; A. lo rifiuta (Epist., 21). Segue un lungo assedio della Basilica. A. per mantenere l'entusiasmo del popolo lo fa cantare a due cori i suoi inni e i salmi (cf. s. Agostino, Confess., IX, 6-7; Vita, 13; Sermo c. Aux., 34), e gli dirige la sua instancabile parola: il Sermo contra Auxentium, e pro-babilmente anche il De Iacob sono di quei giorni. Per la settimana santa si raddoppiano domande e pressioni della corte. Ma la resistenza passiva riporta la vittoria: il Venerdì santo (3 apr.) le truppe si ritirano e con loro si ritirate le domande (Epist., 20). L'inaspettato mu-tamento aveva ancora un'altra ragione: Massimo aveva cominciato ad atteggiarsi a liberatore della Chiesa cattolica contro la corte di Milano (cf. Collect. Avellani, in CSEL, 35, nn. 39-40), e si era lagnato di essere in-gannato da Valentiniano, facendo atto di venire con le sue truppe in Italia. Che ne penserebbe A.? Giustina, per allontanarlo per parecchio tempo da Milano, nella speranza anche di toglier così il vento alle vele di Massimo, gli offrì una seconda missione diplomatica. A. vede il giuoco, ma la causa religiosa deve esser liberata da quell'amicizia politica dell'usurpatore: solo così si può spiegare perché accetti anche questa volta. Infatti approfitta dell'incontro con Massimo (estate 386) a Tre-viri, per rimproverargli tutti i suoi peccati e per rompere apertamente con lui ogni relazione. Espluso da Treviri, fa urgentemente il suo resoconto a Valentiniano, prevedendo la guerra imminente (Epist., 24). Falli dunque l'ambasciata? Forse sì, nel senso di Giustina, non nel senso del vescovo, che distaccò la sua causa da ambedue le parti politiche. Apertamente egli minaccia oramai la vendetta divina agli uccisori di Graziano (Exp. Ps., 61) e agli usurpatori (Apologia Davidis, I, 6, 26 sg.); propone a Valentiniano l'esempio di David penitente (IV, 1-20), e dedica quella Apologia a Teo-dosio (estate 387).

Ma fra tutte le premure quell'anno 387 gli aveva recato una soddisfazione di grandissima portata per la Chiesa intera; il battesimo del celebre retore di Tagaste, s. Agostino, nella Pasqua del 387. L'ole-quenza di A. e il suo metodo allegorico nella spiegazione del Vecchio Testamento ne erano stati la spinta (s. Agostino, Confess., V, 13; VI, 4).

5. A. e Teodosio. L'imperatore cristiano (388-95). — Nella primavera del 388 Teodosio si decise ad andar contro Massimo, lo vinse presso Siscia e Petovio (28 ag.) e si stabilì a Milano. Il vescovo domandò e ottenne da lui un'ampia amnistia per i seguaci dell'usurpatore (Epist., 40, 25). Ma Teodosio evitava le troppo strette relazioni, conscio forse, fin dal 381, dei contra-sti tra le opinioni ecclesiastiche e quelle politiche. Astraendo cioè dalla sua privata e convinta appartene-nza alla Chiesa cattolica, si crede del tutto indipendente da essa nel suo governo; mentre A., riconoscendo pure l'indipendenza dell'imperatore nella sfera non religiosa, lo vede anche come membro della Chiesa, la quale aspetta da lui la garanzia della piena libertà dei vescovi nella loro sfera: aiuto positivo, benché mai violento, contro i nemici della verità, osservanza della legge morale e della disciplina ecclesiastica anche nella sua attività d'imperatore (Sermo c. Aux., 36; Fpist., 10-14, 17, 18, 21 ecc.).

Teodosio aveva emanato un decreto che obbligava il vescovo di Callinico sull'Eufrate a riedificare una sinagoga distrutta dai cristiani. A. si oppone prima con una lettera (Epist., 40), poi pubblicamente in una predica, non essendo stato ammesso all'udienza domanda, e non comincia la Messa se non dopo la for-male dichiarazione dell'imperatore di ritirare il res-critto (Epist., 41: a Marcellina). Teodosio sentì bene che A. aveva sorpassato il limite del riguardo dovuto all'imperatore, e dalla fine del 388 fino al 390 manifestò il suo principio di piena indipendenza con una serie di leggi certo ingrate al vescovo (Codex Theodos., XII, 1, 121; XVI, 2, 27; 3, 1), mentre questi, conscio forse di aver teso troppo l'arco, si ritira ad approfitta del tempo libero per regalare alla Chiesa una serie dei suoi libri più importanti: De officiis ministrorum (389-390), esortazioni al clero, ordinate secondo il disegno dell'opera omonima di Cicerone; Expositio Evangelii secundum Lucam (ca. 390), prediche domenicali di molti anni; Expositio Psalmii CXVIII, prediche del 389; De Paenitentia, due libri contro i novaziani (ca. 388-389); De Ioseph, prediche del 388; De Helia, De Tobia, De Nabuthe, tre prediche contro il falso uso della ricchezza (389).

La fine del 390 portò un totale cambiamento. Teodosio, contro l'opposizione di A., nell'agosto aveva de-cretato una strage di tre ore fra la popolazione di Tessalonica, per l'uccisione in una sommossa del co-mandante imperiale. Sette mila persone furono indi-stitutamente trucitate. A. nella sua ammirabile Epist. 51, fece con tatto delicatissimo capire all'imperatore che non avrebbe osato celebrare il sacrificio divino in presenza di lui, se non avesse fatto prima penitenza pubblica del grave peccato. Solo dopo alcune esita-zioni, l'imperatore riconosce le ragioni di A., accetta la penitenza ed è riconciliato da A. nel Natale del 390. Questa è la storia. Il racconto retorico di Paolino (Vita, 24) diede origine alla leggenda di Teodoreto (V, 17 sg.) sul vescovo che ferma l'imperatore sotto il portale della cattedrale, leggenda «meno grande della storia», la quale segnò la vittoria più memorabile del pen-siero morale e religioso su ogni grandezza umana. Da questo momento è suggellata l'amicizia tra Teo-

dosi ed A. L'anno 391 porta come frutti le leggi contro ogni radunanza di culto pagano e contro le resi (Codex Theodos., XVI, 10, 10; 11; 5, 20). A. si occupa tranquillamente dell'edizione di opere contemplative: nel De patriarchis, vede verificare le benedizioni dei patriarchi nella Chiesa che apre a tutte le nazioni e a tutti gli erranti il porto sicuro della salute; nel De Isaac et anima, disegna la via dell'anima per l'unione con il Verbo divino; nel De bono mortis ne descrive la nostalgia verso la patria celeste; nel De mysteriis (elaborato sulla base dello sto- nogramma De Sacramentis che ci è conservato) pubblica le catechesi ai neofiti.

Ma l'anno seguente eccolo implicato in nuovi affari delicatissimi: lo scisma antioche- no, e le conseguenze della morte di Valentiniano II. Un concilio a Capua (inverno 391-92), convocato probabilmente a suggerimento di A., tentò invano di comporre la lite fra Evagrio e Flaviano di Antiochia (Epist. 56). Valentiniano chiamò A. a Vienna in Gallia per esser battezzato, ma più ancora per esser liberato da lui dalla tutela del generale Arbogaste, impostagli da Teodosio dopo la vittoria su Massimo. Arbogaste prevenne l'arrivo di A. facendo uccidere l'imperatore (15 maggio 392). Rimase al vescovo il compito delicato dell'orazione furbene, tenuta nell'ag. dopo trattative con Teodosio (Epist. 53) e pubblicata nel sett. sotto il titolo De obitu Valentiniani. Intanto Arbogaste proclamò imperatore il cattolico Eugenio (22 ag. 392), il quale cercò invano l'appoggio del vescovo di Milano (Epist. 57; Vita, 27, 31). Per quasi un anno (autunno 393-94) A. s'impose un esilio volontario a Bologna e a Firenze (Epist. 61, 62), a fin d'evitare ogni contatto col nuovo usurpatore. Vinto Eugenio al Frigido (6 sett. 394), Teodosio approvò l'atteggiamento di A. verso Eugenio e gli concedette l'amnistia domanda per i partigiani dell'usurpatore: ma poco dopo si ammalò e morì a Milano il 17 genn. 395. Nell'orazione funebre De obitu Theodosii A. delineò nella persona del defunto l'ideale dell'unità fra sacerdotio e impero anticipando un'idea fondamentale del medioevo.

6. Gli ultimi anni (395-97). Il metropolita. - Circondato dalla venerazione di tutti, anche di lontani pagani (Vita, 25, 36), A. continua il suo apostolato della penna fino alla morte: il De institutione virginis (392), l'Exhortatio virginitatis e il De fuga saeculi (394), l'Explanatio in XII psalmos, sopra la quale morirà (Vita, 42), sono le ultime opere. Forse anche gran numero delle sue lettere furono da lui stesso pubblicate in quegli anni (cf. Epist. 48, 7). Un altro largo campo di azione, oltre la cura dei suoi diocesani, erano le relazioni con tanti vescovi dell'Italia settentrionale, dove esercitava le funzioni di metropolita, fondando nuove diocesi, ordinando vescovi (cf. ad es., Epist. 63). Il suo zelo per quella una et intemerata fidelium communio (Epist. 12, 3) si estende anche fuori della sua provincia metropolitana, specialmente a Tessalonica e all'Illirico (Epist. 15, 16) e fino agli scismi dell'Oriente (Epist. 12-14, 56). Una sua partecipazione però a certo Sinodo di Sirmio, ricordato da Teodoreto (Hist. ecc., IV, 7, 6-9, 9). La cui data resta problematica, si esclude già per la terminologia trinitaria degli atti sinodali, certo non ambrosiana. L'ordinazione di Anemio di Sirmio fatta da A. (fra il 375 e il 380) è l'unico atto che si potrebbe nominare quasi-metropolitano, fuori dell'Italia superiore; ma non ci è noto e neanche è probabile che A. l'abbia fatta di sua vita (Vita, 11). I Concili di Aquileia e di Capua non furono sinodi ambrosiani, ma occidentali, voluti rispettivamente da Graziano e da Teodosio.

Dall'elezione del nuovo vescovo di Pavia A. ritornò ammalato (febbr. 397), e dopo alcune settimane si estinse la forza fisica di quel corpo debole, sacrificatosi per l'unità interna della Chiesa e dell'Impero. A. morì all'alba del Sabato santo, il 4 apr. 397, immediatamente dopo la comunione eucaristica (Vita, 47). La Chiesa però celebra il giorno della sua consacrazione episcopale (7 dic.). Per la basilica ambrosiana, V. Milano. Il L. O. SCRITTORE. - Nella sua prima opera A. stesso ci rivela lo scopo della sua attività letteraria: «necessitas maxime loquia Dei credita populi ferrere mentibus» (De virginitibus, I, 1, 1), cioè il senso di responsabilità per il talento divino affidatogli. Quindi quasi tutte le sue opere sono prediche pubblicate. E A. sembra accentuare questo carattere particolare dei suoi scritti, lasciando stare nel testo dei libri alcuni ricordi della parola viva, come «hodie, fratres, audistis» ecc. Dall'altra parte, se mancano questi ricordi, non

si può senz'altro arguire che in tal libro non si tratti di prediche recitate. In due sue lettere, probabilmente da lui stesso ancora pubblicate (Epist. 47, 1-3; 48, 1-3) ci descrive il procedimento dell'edizione delle sue opere; e il De mysteriis, paragonato col De Sacramentis, completa la sua informazione. Basato su un abbozzo o uno stenogramma delle sue prediche, A. ritiene quello che gli pare atto alla pubblicazione, ma modifica molto il modo di dire, dettando al suo notario, o, specialmente di notte, scrivendo egli stesso; poi lo fa trascrivere in buona scrittura, lo invia talvolta a un amico per una specie di censura, e poi lo pubblica. Ma dettando o scrivendo ha sempre da-

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(fol. Int. d'urti grafiche)
Ambrogio, santo - Incontro di s. A. con l'imperatore Teodosio. Tavola di A. Bergamone (sec. xv).

Regensburg 1893; P. de Labriolle, Saint Ambroise et l'exégèse allégorique, in Annales de philosophie chrétienne, 155 [1908], pp. 591-602).

Ecco ora l'elenco delle opere secondo la divisione tradizionale: a) esegetiche (concernenti la più parte il Vecchio Testamento): Examenor libri sex; De Paradiso; De Cain et Abel; De Noè; De Abraham libri duo; De Isaac et anima; De Iacob et vita beata libri duo; De Ioseph patriarcha; De patriarchis; De interpellatione Iob et David; Apologia prophetae David, ad Theodosium Augustum; Enarrationes in XII psalmos Davidicos; Expositio in ps. 118; De Tobia; De Helia et jejunio; De Nabuthe; Expositionis evangelii secundum Lucam libri decem. Perduti i Commentarii Esaiae.-b) moralie ascetiche: De officiis ministrorum libri tres; De virginitus, ad Marcellinam sororem libri tres; De viduis; De virginitate; De institutione virginiis et de s. Mariae virginitate perpetua; Exhortatio virginitatis.-c) dogmatiche: De fide ad Gratianum Augustum libri quinque; De Spiritu Sancto; De Incarnationis dominicae sacramento; De parententia libri duo; De Sacramentis libri sex; Explanatio symboli ad initiandos; e il frammento della Explanatio fidei, riferito da Teodorico (PG 83, 181-88). - d) retoriche: De excessu fratris sui Satyri l. duo; Sermo contra Auxentium, de basilicis tradendis; De obitu Valentiniani consolatio; De obitu Theodosii.-c) Lettere (delle quali non rimangono che 91). - f) Inni (di cui si parla a parte più oltre).

IV. IL TEOLOGO E IL MORALISTA

A. non volle mai essere un teologo, per la semplice ragione che una teologia latina non esisteva ancora, e per crearla A. non aveva né tempo né talento. Ma nella teologia trinitaria, la quale aveva appena elaborata la relazione fra Padre e Figlio, il contributo ambrosiano è considerevole: con la chiarezza e costanza della sua terminologia supera di molto tutti gli autori latini precedenti, specialmente Ilario, e prepara le formole definitive di Agostino. Nella teologia sullo Spirito Santo c'è un vero progresso in A., il quale più volte accenna la processione dello Spirito dal Padre e dal Figlio («Filioque»: cf. De Spiritu Sancto, I, 119-20; II, 12. 133-34, ecc.). Per mezzo degli inni ambrosiani le formole trinitarie s'imprimevano profondamente nell'anima del popolo. Per mezzo della legislazione religiosa romana, da lui fortemente influenzata, il Concilio Niceno divenne la fede dell'Impero. Nella cristologia A. è il primo scrittore dell'Occidente che si pone contro Apollinare di Laodicea, i cui scritti furono da lui studiati, come l'edizione critica del De Incarnatione, nel CSEL, dimostrerà con evidenza. Le sue espressioni sulle due nature perfette, unite nella persona divina di Cristo, erano tanto felici, che furono ripetute dai Concili di Efeso e di Calcedonia, da Leone Magno e da molti scrittori anche dell'Oriente (cf. G. Galbiati, Della fortuna letteraria ecc., in Ambrosiana, Scritti di storia ecc., pp. 43-73). Espressioni come: ex persona hominis, dette di Cristo, secondo un uso comune di lingua riscontrabile anche in Ilario, non vogliono significare altro che «come uomo». Nella dottrina sulla redenzione e la grazia A. spesse volte vien citato dal Dottore della grazia, Agostino (cf. Opera, ediz. P. A. Ballerini, I, pp. xxix-xlxi). Non distingue ancora fra il peccato originale stesso e la sua conseguenza, la concupiscenza, mancanza che si fa sentire specialmente nel De mysteriis, 6, 32 («lotto pedum»!). Ma questa distinzione non fu trovata dalla teologia prima di Agostino. La sua teoria invece sull'origine del male morale nella volontà libera dell'uomo, ricorda già le speculazioni del suo grande discepolo. Quanto alla teologia sacramentaria, ancora così poco elaborata nei suoi tempi, le testimonianze sul carattere di sacrificio della Eucaristia sono frequentissime (cf. S. Lisiecki, Quid s. Ambrosius de S.ma Eucharistia docuerit, Breslavia 1910, p. 85 sgg.).

La penitenza sacramental eppure come pubblica nelle opere di penitenza, imposte dal vescovo in seguito ad una confessione segreta (cf. De paenitentia, I, 16, 90; II, 10, 91-97). Questa unica penitenza sacramento le è lecita una sola volta in vita (De paen., II, 10, 95). Bellissima e profonda è la sua teologia battesimale (cf. De mysteriis, De Sacramentis), nella quale insiste fra l'altro sul valore del Battesimo di desiderio (De obitu Val., 51-53). Sulla sua escatologia (J. Niederhuber, Die Eschatologie des hl. A., Paderborn 1907) è da notare che ha lasciato da parte con finissimo tatto ogni originismo; lo stesso sembra valere della sua angelologia, la quale, come la sua teoria sulla venerazione dei santi e delle reliquie, sarebbe ancora da studiarsi particolarmente (l'opera del Dudden, Life and Times etc., I, p. 305-20, è insufficiente). L'eccesimo, infine, è pervasa, come sopra abbiamo già accennato, da un senso vivissimo per l'unità interna della veneranda comunione di tutte le Chiese, che vede garantita nella loro unione con la Chiesa romana (Epist. II, 4; De excessu fratris, I, 47; Epist. 42, 1, 12; Epist. 50, 7; De Sacr., III, 1, 5; Explan. in ps. XII, 40, 30 ecc.; cf. B. Citterio in S. A. nel XVI centenario della nascita, Milano 1940, pp. 31-68).

Come moralista A. si trova proprio nel suo elemento e mostra a volte una maestria simile a quella di S. Crisostomo nel flagellare le malattie morali del suo tempo, particolarmente l'avarizia e la lussuria. Insiste sul carattere amministrativo della proprietà privata (De Nab., 12, 53; De off., I, 28, 132). Oppone alla debolezza dei molti l'esempio attraente e confortante della verginità volontaria dei pochi; congiunge con questo sacrificio ideale il pensiero del valore satisfatto per gli altri: «Virgo Dei donum est, munus parentis, sacerdotium castitatis», «Haec parentes redimat, haec fratres» (De virg., I, 7, 32; II, 2, 16). È questo pensiero è basato sulla concezione più generale del «corpus Christi mysticum» (ad es., De Cain, I, 9, 39; De paen., I, 15, 80-81; Exp. Luc., V, 92). Un sistema morale non si trova nelle sue opere. Neanche nel De officiis ministrorum (titolo da ritenersi con i migliori manoscritti) A. vuol darlo, ma seguendo liberamente il De officiis di Cicerone, mette in forma di libri una serie di esortazioni ai suoi figli spirituali, e «ministri» dell'altare (De off., I, 7, 24), e ammette della morale stoica quanto è di valore universale umano, elevandolo, non sempre con piena coerenza, alla sfera della umiltà e carità cristiana (cf. R. Thamin, S. Ambroise et la morale chrétienne au IVe siècle, Parigi 1895; F. H. Dudden, Life etc., II, pp. 502-54).

V. L'INNOGRAFO

Gli inni che s. Ilario aveva già tentato di introdurre nella liturgia (cf. CSEL, 65, p. 207 sgg.), forse contro la propaganda dell'arianesimo, furono così poco popolari che non ne abbiamo più che poche tracce. Perciò A. diventò il primo e il più efficace infografo dell'Occidente. Il suo metro di (otto?) strofe a quattro righe in dimetri giambici, il «metrum ambrosianum», fu di esempio per i secoli seguenti (Isidoro di Siviglia, De eccl. off., I, 6). Ma questa denominazione del suo metro cagionò una grande confusione fra gli inni fatti proprio da lui e altri che seguivano soltanto la sua maniera.

G. M. Dreves (Aurelius Ambrosius «der Vater des Kirchengesanges», Friburgo in Br., 1893), e A. Steier (Untersuchungen über die Echtheit der Hymnen des Ambrosius, Lipsia 1903 [qui la migliore edizione dei 14 inni, pp. 651-60]), hanno dimostrato che 14 sono probabilmente autentici; L. Biraghi (Inni sinceri e carmi di s. A., Milano 1862) e A. S. Walpole (Early Latin Hymns, Oxford 1922) ne ammettono invece 18. Certi sono: 1) Aeternae rerum conditor (PL 16, 1409, n. 1; s. Agostino Retract., I, 21); 2) Deus creator omnium (PL 16, 1409, n. 2; s. Agostino, Conf., IX, 12, 32); 3) Iam surgit hora tertia (PL 16, 1409, n. 3; s. Agostino, De Natura et Gratia contra Pelag., 63, 74); 4) Intende qui regis Israel (PL 16, 1410, n. 4; s. Agostino, Sermo 372, De nativ. Domini, 4, 3; Celestino nel Concilio romano del 430: F. Labbé, Concilia... III, ed. Venez. 1725, col. 555); 5) Illuminans Altissime (PL 16, 1411, n. 5); 6) Splendor paternae gloriae (PL 16, 1411, n. 7; cf. s. Agostino, Conf., V, 13, 23); 7) Aeterna Christi numeris (PL 16, 1411, n. 8). Probabilmente autentici: 8) Hic est dies verus Dei (PL 17, 1183, n. 20); 9) Apostolorum passio (PL 17, 1215, n. 71); 10) Amore Christi nobilis (PL 17, 1210, n. 64); 11) Apostolorum subparem (PL 17, 1216, n. 73).

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Ambrogio, santo - Incisione in legno riprodotta negli Istituti di Vigevano (s. 1608).
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AMBROGIO, santo - Incisione in legno riprodotta negli Istituti di Vigevano (a. 1608).

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teologia opprimono, e l'inno cala di tono, ma altrove l'ispirazione si mantiene vivida e calda, la sensazione universale; la semplicità allora diviene sinonimo di pura perfezione.» (A. Paredi, S. A. e la sua età, Milano 1941, p. 413). Il tempo della composizione rimane problematico. Ma pare certo che alcuni siano anteriori all'assedio della Basilica del 386 (cf. G. Lazzati, in S. A. nel XVI centenario etc., pp. 307-20).

VI. L'EPIGRAFISTA

Non ci sono stati conservati resti antichi di epigrafi ambrosiane su pietra. Ma che A. ne abbia fatte è fuori di dubbio. La silloge di Lorsch (cod. Vaticano Palatino 833, del sec. IX) ci conserva una raccolta di iscrizioni cristiane fatta alla fine del sec. VIII, e fra queste, tre epigrammi milanesi di A. (cf. G. B. de Rossi, Inscriptiones christianae urbis Romae, II, parte I, Roma 1888, pp. 162, 5; 161, 3; 2; [p. XXXV sg. «Pauciora, sed meliora Damasiana, sunt carmina Ambrosii...»]) : l'epitaffio per suo fratello Sa-trino nella basilica di S. Nazario (Uranio Satyro su-premum, frater, honorem etc., 2 distici), l'iscrizione dedicatoria della stessa basilica di S. Nazario (Condidi Ambrosius templum Dominique sacravit etc., 5 distici), e l'iscrizione del battistero della basilica di S. Tecla (Octachorum sanctos templum surrexit in usus etc., 8 distici).

Il dubbio del Lejay (DACL, I, col. 1386) circa il terzo epigramma non è fondato; le parole non expers ullus aquarum sanctus (cf. mss. 13-14) esprimono un pensiero molto familiare ad A. (De Abrah., II, 11, 81 : «omnis aetas peccato obnoxia et ideo omnis aetas sacramento idonea»; De paen., I, 2, 13 : «omnes homines sub peccato nascimur, quorum ipse ortus in vitio est»; Exp. in ps. 118, 8, 30 : «nemo sine sorde peccati»; cf. 16, 32; Expl. ps. 43, 78, ecc.; cf. anche F. J. Dölger, Zur Symbolik des altchristl. Tauflauses, in Antike und Christentum, 4 [1934], pp. 153-87).

Inoltre ci sono 21 «Tituli», pubblicati la prima volta da Fr. Juretus, nella Bibliotheca Patrum di M. de la Bigne (VIII, Parigi 1589, col. 1195 sg.), da un codice antico, oggi perduto, sotto il titolo: Incipiunt disticha s. Ambrosii de diversis rebus quae in basilica Ambrosiana scripta sunt. (L'edizione migliore è di S. Merkle, Die ambrosianischen Tituli, in Römische Quartalschrift, 10 [1896], pp. 185-222). Si tratta di 21 esametri doppi, i quali dovevan essere sottoscritti ad altrettante rappresentazioni di scene del Vecchio e Nuovo Testamento. L. Biraghi, S. Merkle, (loc. cit.), e C. Weyman (op. cit., pp. 35-42) difendono l'autenticità dei «tituli»; L. Traube (in Hermes, 27 [1892], p. 159) ha mostrato che esiste-vano già nel sec. IX, benché attribuiti a Prudenzio. Gli argomenti «ex silentio», fatti valere da alcuni storici dell'arte contro l'origine ambrosiana delle immagini, non sembrano poter vincere gli argomenti interni molto forti in favore degli epigrammi: pensieri, lingua, stile sono del tutto ambrosiani.

BIBL.: Edizioni : J. du Frische e N. le Nourry, Parigi 1688-90 (ripetuta spesso, anche da P. A. Ballerini, 6 voll., Milano 1875-1883, e in PL 14-17). Edizioni critiche moderne : C. Schenkl, in CSEL, 32, parte 1 : Exameron, De paradiso, De cain et Abel, De Noë, De Abraham, De Isaar, De bono mortis: parte II : De Iacob, De Ioseph, De patriarchis, De fuga saeculi, De internatione Iob et David; Apologia David I et II, De Helia, De Nabuth, De Tobia; id., ibid., 34 : Expositio Evangelii secundum Lucam; M. Petschenig, ibid., 62 : Expositio patrilini, CXVIII; 64 : Explanatio psalmorum XII; O. Faller, De virgibus, in Florilegium patristicum, fasc. 31, Bonn 1933. In corso di stampa O. Faller, Explanatio symboli, De Sacramentis, De mysteriis, De paenitentia, De excessu fratris, De obitu Valentini, De obitu Theodosii. - Studi: Paulinus, Vita Ambrosii, ed. M. S. Kaniecka, Washington 1928 (cf. PL 14, 27-64); J. R. Palanque, Saint Ambroise et l'empire romain, Parigi 1933 (con bibliografia

quasi completa fino al 1933, pp. 557-75); F. H. Dudden, The Life and Times of St. Ambrose, Oxford 1935 (2 voll. con bibliografia, pp. 515-24); O. Faller, Ambrosius der Verfasser von De Sarraumeutis, in Zeitwahr. f. Kath. Theol., 64 (1940), pp. 1-14; 81-101; Autori varii, S. A. nel XVI centenario della nascita, Milano 1940; A. Paredi, S. A. e la sua età, Milano 1941; O. Faller, La data della consacrazione vescovile di S. A., in G. Galbiati, Ambrosiana: Scritti di Storia, Archeologia ed Arte, pubblicati nel XVI centenario della nascita di S. A., Milano 1942, pp. 97-112; B. Altaner, Patrologia, Torino 1943, pp. 258-56 (bibliografia ricchissima fino al 1939). Otto Faller

VII. Iconografia

Viene sempre rappresentato in abiti pontificali e spesso troneggiante; reca due attributi individuali : uno scudiscio che lo caratterizza già in un bassorilievo dell'arco di Porta Romana (1171, Milano, Museo Archeol.) come frustatore degli ariani, e - più raramente - un bungo, ricordo del miracoloso sciame d'api posatesi secondo la leggenda sulle labbra del bambino. Al museo milanese di S. Satiro o S. Vittore in Ciel d'Oro (in. del sec. v) segue l'abbondante serie delle immagini dove A. è raffigurato per lo più con altri santi spiritualmente affini (Alv. Vivarini, Venezia, Frari; Bergognone, Certosa di Pavia), facente parte del popolare gruppo dei quattro dottori (Bellegambe, Douai; M. Pacher, Monaco; Guido Reni, Pietroburgo) o delle sacre Conversazioni. Fra le quattro rappresentazioni cicliche della leggenda esistenti a Milano, i rilievi di metallo a sbalzo nell'area della basilica Ambrosiana, dovuti al bretone Wolfinius, risalgono al secolo IX; a Roma Masolino creò con gli affreschi di S. Clemente, anteriori al 1431, una storia meno estesa della vita di S. A. - Vedi Tavv. LXXVIII-LXXIX.
BIBL.: K. Kunstle, Ikonographie der Heiligen, II, Friburgo in Br. 1926, pp. 53-56; I. Ererca, Répertoire abrégé d'iconographie. Wetteren 1929, pp. 111-15; I. Braun, Tracht und Attribute der Heiligen in der deutschen Kunst, Stoccarda 1941, p. 66; Ambro-siana, Scritti... pubbl. nel XVI Cent. d. navetta di S. A., Milano 1942, passim. Kurt Rathe