«AVE MARIA». - Preghiera alla Vergine, detta anche, dal medioevo, salutazione angelica. Si compone oggi di due parti distinte: nella prima le parole dell'arcangelo Gabriele, Ave gratia plena; Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus (Lc. 1, 28), si sug-

(Fot. Enc. Catt.)
I. a) Secondo lo stile dei Settanta (cf. Soph. 3, 14; Ioel 2, 21; Zach. 9, 9; Lam. 4, 21) e la costante interpretazione dei Padri greci, l'« umil saluto » dell'angelo: γάρε, κεχαρισμένη (in ebraico probabilmente ronni mūhanhāh), esprime un invito alla gioia propria della nuova èra messianica: Rallegrati!; mentre il termine gratia («piena di grazia» [bella allitterazione, in greco, con il saluto], con possesso non transitorio ma permanente) indica la perfezione morale della Vergine e la sua sublime grandezza, quasi novella creazione d'ordine soprannaturale (cf. Hugon, p. 72) di cui, come della prima (Gen. 1, 31), il divino Artefice si compiace (cf. Cant. 4, 1, 7 e Mt. 3, 17).
b) Le parole Dominus tecum (sottinteso est, non sit, nè erit), meglio chiarire in seguito dalle altre: Ne timeas, Maria, invenisti enim gratiam apud Deum (v. 30), costituiscono la parola essenziale del divino messaggio. L'espressione infatti, assai frequente nella S. Scrittura per significare un compito glorioso e formidabile che Dio, in condizioni straordinarie, affida, con l'assicurazione del suo aiuto e l'implicita profezia di esito felice (cf. Is. 8, 10 e Rom. 8, 31), ad un personaggio da lui stesso eletto, come ai Patriarchi e ai condottieri d'Israele (cf. Gen. 15, 1; 26, 24; Ev. 3, 12; Deut. 31, 23; Judc. 6, 12, 16; I Sam. 10, 7), denota la singolare missione della Vergine in ordine della divina redenzione: è Lei l'eletta di Dio per dare compimento alla grande promessa: Inimicitias ponam inter te et Mulierem; et semen tuum et semen Illius (Gen. 3, 15). La causa di Maria sarà quella stessa del Figlio suo. All'epica lotta, in cui sono protagonisti il Cristo e la Vergine da una parte, Satana e i suoi dall'altra, accenna anche, nel suo vaticinio, il vegliardo s. Simeone (Lc. 2, 34-35). Per que-
sto nella liturgia cattolica la S.ma Vergine è onorata come la guerriera (cf. Cant. 6, 9), debellatrice di tutte le eresie, potente aiuto dei cristiani.
c) Le altre parole Tu sei benedetta fra le donne (le espressioni inter mulieres [cf. V. 42 Vulg.] e in mulieribus, ebraismo con valore di superlativo, sono equivalenti; cf. però J. Beelen, Gramm. Graecit. N. T., Lovanio 1857, p. 254) secondo i migliori codici greci, come il Vaticano e il Sinaitico, che le omettono, non apparterrebbero al messaggio angelico. Tuttavia esse sono date non solo da altri codici e versioni antiche, dal textus receptus e dalla Volgata (cf. J. Knabenbauer, in h. I. e A. Merk, N. T. gr. et lat., 4ª ed., Roma 1942, p. 189); ma anche dal Protocangelo di Giacomo (XI, 1), da Tertulliano (De Virgin. vel., 6: PL 2, 897), da Eusebio (Demonstr. evang., VII, 1: PG 22, 517): testimonianze, queste, che M.-J. Lagrange (in Lc. 1, 28) giudica «d'excellentes autorités», pur soggiungendo ch'esse «sont suspectes d'avoir harmonisé avec V. 42». Si deve però osservare con altri critici ed esegeti come nulla vieti che un tale elogio sia stato diretto alla Vergine due volte, dall'arcangelo Gabriele (v. 28) e da s. Elisabetta (v. 42), la quale, «ripiena di Spirito Santo» (v. 41), lo ha completato dandone la ragione profonda nel frutto benedetto del ventre suo, nel quale appunto, secondo le promesse messianiche ai Patriarchi, sarebbero state «benedette tutte le genti» (Gen. 22, 18; 26, 4; 28, 14, e Io. 1, 16 e Gal. 3, 8-16). Teologicamente quelle parole sono essenziali: senza di esse il messaggio angelico rimarrebbe incompleto, trascurando la ragione vera del «Dominus tecum»; ANNUENCIAZIONE (v.) ha con il Protocangelo (Gen. 3). Con esse infatti Maria è proclamata «novella Eva», vera «madre dei viventi» che l'Evangelista chiamerà «figli di Dio» (Io. 1, 12; I Io. 3, 1), l'unica fra le donne che non abbia meritato e non tramandò la condanna, ma la benedizione, perché per mezzo suo Dio ha sciolto la maledizione antica ed ha benedetto i miseri figli di Eva (cf. s. Sofronio, Orat., II, 22: PG 87, 3242; ps.-Hier. [Pasc. Radberto], Ep. 9, 5: PL 30, 127; s. Bernardo, Hom. II super Missus est, n. 3: PL 183, 62 sg.).
d) Così, concisa ma ricca di contenuto teologico («arcana mysteria reserana»: s. Bernardo, De diversis, Serm. 52, 2: PL 183, 675), la salutatio (Lc. 1, 29) dell'arcangelo Gabriele, già messaggero dell'era messianica nel Vecchio Testamento (Dan. 9, 21-27), annunzia, aurora di redenzione, che Maria è l'Immacolata («piena di grazia»): cf. Pio IX, bolla «Ineffabilis», 8 dic. 1854), perché eletta da Dio corredentrice del genere umano («il Signore è con te»), quale novella Eva («benedetta tu fra le donne»), Madre di Dio e Madre nostra, mediatrice universale di grazia. Ed è solo in questa luce messianica che va considerata, per essere bene compresa, la dignità unica della Vergine, cui giustamente la Chiesa tributa un culto speciale detto d'«iperdulla».
e) Il colloquio dell'Angelo richiama ancora le profezie d'Isaia sull'Emmanuele (7, 14), «principe della pace» (9, 6-7). Se il nome profetico di Emmanuele accenna direttamente al mistero della divina Incarnazione che doveva ancora compiersi, quello di Gesù, annunziato dall'Angelo (Lc. 1, 31; 2, 21), meglio esprime il compito del Messia già venuto in mezzo agli uomini come «salvatore» (Mt. 1, 21-25; Lc. 2, 11); ma, con Cornelio a Lapide, Knabenbauer, Holzmeister, va subito rilevato (cf. Mt. 1, 22-23) che il nome di Emmanuele, «Dio con noi», cioè «Dio che è presente per aiutare e salvare», è, formalmente, lo stesso che Gesù («Dio è salvezza»): il più santo, il più dolce, il più gioioso dei nomi (cf. Jubilus de nom. Jesu: PL 184; 1317-20).
f) Come nell'A., così nella storia divina della Redenzione e nella vita della Chiesa, il nome di Maria è indissolubilmente congiunto con quello di Gesù. Perciò l'A., che riassume tutti i privilegi e le glorie della Vergine, è, dopo il Pater, la più sentita, la più bella preghiera dei cristiani, sempre nuova e soave, che ha ispirato sommi geni. Dante la ode cantare in paradiso, intonata da Gabriele, cui rispondono in cori i beati con visibile accrescimento di loro chiarezza (Par., XXXII, 94 sgg.; cf. III, 121 sg. e XXIII, 88-111).
II. La storia dell'A. conta un millennio di graduale sviluppo, dal sec. VI, quando sorse come espressione liturgica, al XVI, quando si affermò nel testo odierno.
a) Per l'Oriente troviamo testimonianza in due ostraha egiziani, del sec. VI o VII, sui quali si legge, in greco, la prima parte dell'A. (testo presso Leclercq). Le antiche liturgie poi, nel loro insieme, attestano una certa unanimità delle Chiese orientali nell'onorare in tal modo la Vergine (Liturgia Siriana di s. Giacomo, l'Egiziana di s. Marco, e l'Etiopica dei XII Apostoli, in F. E. Brightmann, Liturgies Eastern and Western, I [Oxford 1896], 56, 128, 218). Al duplice biblico saluto esse aggiungevano le parole: «Poiché hai generato il Salvatore delle anime nostre».
Per l'Occidente, grande valore ha l'offertorio della IV domenica d'Avvento della liturgia romana, che risale al tempo di s. Gregorio Magno, e ci dà il testo nella sua forma originaria, quale fu in uso per tutto il medioevo: Ave, Maria, gratia plena: Dominus tecum: benedicta tu in mulieribus et benedictus fructus ventris tui. La liturgia ambrosiana reca la variante, secondo la Volgata in Lc. 1, 42, inter mulieres (Transit. della VI dom. d'Avv.).
b) Benché inserita nella liturgia, l'A. non divenne subito formola abituale di preghiera del popolo. Solo alla fine del sec. XII troviamo le prime prescrizioni relative alla recita dell'A. Il vescovo di Parigi, Odone de Solia, nel Sinodo del 1198 raccomandava: «Exhortentur populum semper presbyteri ad dicendum Orationem dominicam, et Credo in Deum, et 'Salutationem Beatae Virginis'» (Mansi, XXII, 861). Nel secolo seguente, molti concili d'ogni nazione ripeteranno simili prescrizioni (ad es., il Sinodo di Coventry in Inghilterra, del 1237: ibid., XXIII, 432); onde, a partire da quest'epoca, l'uso dell'A. si generalizza e, in grazia soprattutto del rosario mariano (v.), l'A. diviene una delle preghiere più care alla pietà cristiana.
Ad Urbano IV (1261-64) si attribuisce l'introduzione del nome di Gesù nel testo dell'A.; ma non è certo. L'invocazione Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen, formatasi gradualmente nelle singole frasi tra il sec. XIII e il XV, entrava anche nell'uso dei fedeli. La formola integrale odierna dell'A. fu fissata da s. Pio V, che nel 1568, riformando il Breviario romano, ne prescrisse la recita, insieme con quella del Pater, all'inizio d'ogni ora canonica. I Domenicani, tuttavia, hanno conservato l'antica formola (fino a Jesus) nell'Officium Parvum B. M. V., che si recita ogni giorno nei loro noviziati e studentati.
c) Nella liturgia, l'A. si presenta come antifona (Vespri della festa dell'Annunziazione) e come offertorio nelle Messe in onore della Madonna. — I polifonisti hanno preso questa preghiera come mottetto sviluppando il tema gregoriano: così Josquin des Prés, Palestrina e il Vittoria. Nei secoli più vicini a noi, i musicisti hanno trattato il testo con più libertà.
Alcune di queste composizioni sono rimaste celebri, come l'A. di Schubert, Gounod, Cherubini, Mozart, Mendelssohn e di molti altri, tutte in stile extra-liturgico e quindi da escludersi nelle funzioni sacre, ma degne elevazioni dello spirito e nobile omaggio dell'arte alla Vergine Madre.
Inoltre: F. Zorell, Was bedeutet der Name Jesus?, in Zeitschrift für katholische Theologie, 30 (1906), pp. 764-66; id., Maria, soror Mosis, et Maria, Mater Dei, in Verbum Domini, 6 (1926), pp. 257-63; id., s. v., in Lexicon Graecum N. T., 2ª ed., Parigi 1931, col. 797 s., con bibl.; C. Beckermann, «Et nomen virginis Maria» (Lc. 1, 27), in Verbum Domini, 1 (1921), pp. 130-136; E. Hugon, Marie pleine de grâce, 5ª ed., Parigi 1926 (commento teologico al detto: Plena sibi, superplena nobis).
II. J. Mabillon, Acta SS. O. S. B., sacc. V. PREFAZIO, nn. 119-28; G. C. Trombelli, De cultu publico ab Ecclesia B. Marine exhibito, Dm.
4ª, in J. J. Bourassé, Summa Aurea de laud. B. V. M., IV, Parigi 1862, pp. 209-42; Th. Esser, Storia della Salutazione Angelica, in Il Rosario, Memorie Domenicane, 3 (1886), pp. 334-338, 375-79, 462-67, 494-99, 615-23, 749-53, tradotto dal Historisches Jahrbuch der Görresgesellschaft, 5 (1884), pp. 88-116; U. Berlière, Angelique (salutation), in DTRC, I (1905), coll. 1273-1277; H. Leclercq, Prière à la Vierge Marie sur un ostrahou de Lousser, in Bulletin d'ancienne littérature et d'archéologie chrétienne, 2 (1912), pp. 3-32; l'importante articolo fu riassunto dal Vacandard, L'histoire de l'Ave Maria, in Revue du Clergé Français, 71 (1912, III), pp. 315-19; fu poi riprodotto in Hefele-Leclercq, V, Parigi 1913, coll. 1734-59, app. 4ª (Sur la Salutation Angélique prescrite par le canon 7 du Concile de Béziers en 1246), quindi, con leggere varianti, in Monumenta Ecclesiae Liturgica, I, II, Parigi 1913, pp. CCXVI-CCXXVIII (§ 52: Salutation Angélique et prière à la Vierge Marie), e s. V. Marie (Je vous salue), in DACL, X (1932), coll. 2043-62; E. Campana, Maria nel Culto Cattolico, I, Torino 1933, pp. 519-64; M. Roschini, L'A. M.: note storiche, in Marianum, 5 (1943), pp. 177-85. Interessanti riferimenti in A. Wilmart, Auteurs spirituels et textes dévots du Moyen Age Latin, Parigi 1932 (v. indice).
Per la bellezza dell'A. e il suo posto nella musica religiosa, J. Bricout e A. Gastoué, in Dict. pratique des connaissances religieuses, I, Parigi 1925, coll. 568-71.
Per la letteratura ascetica ricordiamo solo s. Alfonso, Le Glorie di Maria, parte 2ª (Oscopis); e l'Expositio Salutationis Angelicae, da attribuirsi a s. Tommaso d'Aquino, come dimostra Giov. Rossi dandone l'ediz. critica in Divus Thomas, 34 (Piacenza 1931), pp. 445-79.