BORSI, GIOSUÈ. - N. a Livorno il 10 giugno 1888. Dal padre Averardo, scrittore e giornalista, derivò l'inclinazione alle lettere.
La rinomanza del padre gli ottenne una facile accoglienza nei circoli letterari dell'età sua. La sua vita si compone di due periodi sia nel campo spirituale, sia in quello letterario. Il primo è caratterizzato dalla ricerca, inquieta e quasi affannosa, di una via nella vita e dei mezzi espressivi, in arte: egli sente tutta l'urgenza di definire la propria personalità. Il secondo periodo è caratterizzato dal possesso della nuova via, che si suoi occhi appare trovata per miracolo, ma che è ben faticosa a percorrere, accompagnato dall'applicazione più o meno spontanea del nuovo stile. Il trapasso dall'uno all'altro periodo è causa, almeno apparentemente, dell'aggravarsi sulla casa dei B. di una serie di disgrazie familiari e di rovesci economici. Tornato alla verità e alla disciplina della fede, spiega nei suoi scritti le trepidazioni, le gioie, e anche gli abbattimenti, della nuova condizione; il suo capolavoro morale ed artistico rimane l'Ultima lettera alla madre scritta dal fronte pochi giorni avanti la morte.
Fu poeta, giornalista, scrittore, nonché dicitore squisito,
ed attore valente. Appartengono al primo periodo le poesie, tra cui notevole per l'ispirazione e la forma l'Inno alla madre; le novelle (caratteristica Fiorrancino in cui è palese la ricerca linguistica e per l'eleganza incisiva della narrazione la Vita di s. Cristoforo); alcune composizioni drammatiche (il Diadestè). All'alba del secondo periodo Le confessioni a Giulia, e quindi i Colloqui che hanno ottenuto il maggior consenso.
Morì nell'assalto alle case basse di Zagora il 10 nov. 1915; il sangue bagnò il suo Dantino: un'edizione tascabile della Divina Commedia che il B. portava sempre con sé, conservato ora nella casa fiorentina, in via Faenza.
La salma deposta a Plava, in un cimitero lungo l'Isonzo, andò dispersa dopo la ritirata di Caporetto.