CALDERÓN DE LA BARCA, PEDRO. - Drammaturgo, n. a Madrid il 17 genn. 1600, m. ivi il 25 maggio 1681. Conobbe le fatiche dello studio prima al collegio madrilenio dei Gesuiti, poi alle Università

Il successo letterario, conseguito nel concorso poetico per la canonizzazione dei ss. Teresa, Ignazio di Loyola, Francesco Saverio e Isidoro (1522) e con il primo dramma di sicura datazione Amor, honor y poder (1623), ottenne il riconoscimento di Lope de Vega nel suo El Laurel de Apolo (1630) e di Filippo IV, che per la commedia mitologica El mayor encanto, Amor lo nominò cavaliere di Santiago (1635) e, nel 1636, sovrintendente agli spettacoli di corte. A 51 anni decise di abbracciare lo stato ecclesiastico; fu cappellano dei Reyes-Nuevos a Toledo e poi a Madrid cappellano d'onore del re e decano della Congregazione di S. Pietro. Le cure sacerdotali e auliche non interruppero la sua attività di scrittore, sollecitata dall'intera Spagna. Dopo l'avvento al trono di Carlo II (1666), poco incline al mecenatismo, visse in povertà, dedito alla preghiera e all'arte. La sua morte fu un lutto per tutti i paesi di lingua spagnola. Scrisse 73 autos, 108 commedie, intermezzi, liriche, poemi, panegirici.
PROFILO SPIRITUALE. - Il cantore del cattolicesimo attuò, nella sua vita assorta, una vigilata concentrazione interiore, in cui l'intelligenza, illuminata da un'ardente fede, tacitò le passioni giovanili e si riverberò, equilibrandola, nella struttura delle sue opere letterarie. La vicenda biografica di C. si adegua, infatti, alla sua attività di scrittore, imprimendovi un tono di cristiana sincerità che ha fatto pensare all'Alighieri.
Abbracciò il sacerdozio nella maturità, associando pietà e poesia nell'unica missione di confermare e difendere la fede cattolica dei suoi connazionali. Nella visione della vita superò un fondamentale pessimi-
smo stoico con il conforto delle speranze cristiane; vide nel mondo un itinerario verso la morte, e nella morte l'inizio della vera vita, il risveglio dal sogno alla realtà. Pochi scrittori hanno, al pari di lui, drammatizzato il senso della caducità, il tormento dell'esistenza: e solingo e quasi trasognato egli visse, anche negli ambienti di palazzo. A Toledo trascorreva i giorni nei sacri ministeri, nella meditazione delle verità eterne, nella contemplazione dei monumenti d'arte; richiamato a Madrid, si circondò di devoto e dotto isolamento nella sua casa, tra pie immagini e libri di scienza e di fede. Nel testamento dispose che il suo cadavere fosse vestito del saio francescano, della cintura di s. Agostino e dello scapolare del Carmelo e seppellito alla maniera dei poveri.
Tale superiore distacco non fu raggiunto senza lotte contro una natura appassionata e ribelle. Trasmodamenti morali della gioventù (ebbe un figlio naturale) e concessioni alla vendetta per onore nei drammi di gelosia trovarono un correttivo nella esemplarità della vita matura e nei drammi di perdono cristiano. La sua pietà poggiava su una solida base razionale, derivata dalla teologia tomistica con echi agostiniani e si incentrava nel culto dell'Eucaristia e dell'Immacolata. E al trionfo di questi due fuochi spirituali consacrò, con hidalgica foga, la sua penna in tempi in cui intorno alla Spagna fiammeggiava l'eresia e alla Chiesa bisognavano difensori. Sorsero così gli autos sacramentales, ai quali C. affidò il meglio della sua anima e delle sue energie creative.
GLI « AUTOS SACRAMENTALES ». - Erano atti unici di argomento religioso, rappresentati di giorno, all'aperto, per la festa del Corpus Domini. Ne composero Valdivielso, Lope de Vega, Tirso de Molina, Mira de Amescua; C. ne fissò il tipo.
Vi espose l'essenza del credo cattolico, con preferenza dei temi più contestati dal protestantesimo: la Transustanziazione, il problema della Grazia e del libero arbitrio, l'Immacolato Concepimento di Maria. E poiché l'Eucaristia è il centro della Redenzione, gli autos risultarono, oltre che un'apoteosi eucaristica, uno scorcio possente della storia dell'umanità, avvilita dalla colpa originale e riabilitata dal sacrificio del Calvario. C. chiamò a raccolta tutte le sue capacità: la fede intensa, la cultura teologica, l'esperienza teatrale, l'abilità tettonica del suo spirito, la padronanza della tecnica letteraria, la tendenza alla simbologia e alla trasposizione idealistica. Tutto fu convogliato nella regale fiumana: mitologia, leggenda medievale, storia sacra e profana, insegnamento dogmatico, persino le preoccupazioni casistiche dell'epoca, in una sintesi che, pur movendosi non di rado tra astrazioni e allegorie, evita frigidità e convenzionalismi, e tutto avviva di un caldo soffio di umanità e di religiosità, raggiungendo insospettate vette di fede e di poesia.
Il Valbuena ha tentato una classificazione degli autos, distinguendoli in: filosofico-teologici (es., El gran teatro del mundo; El veneno y la triaca); biblici (es., La cena de Baltasar); evangelici (es., La Siembra del Señor); mariani (es., La hidalga del valle); storico-leggendati (es., El santo rey don Fernando); di circostanza (es., La segunda esposa y triunfar muriendo); mitologici (es., El divino Orfeo).
È anche possibile un raggruppamento in cicli. Uno è costituito da: La vida es sueño, La nave del marcador, La viña del Señor, Lo que va del hombre a Dios, La divina Filotea. I cinque drammi delineano la dialettica spirituale dell'umanità, dal paradiso terrestre al Tabernacolo, dalla caduta alla santificazione mediante l'unione in Cristo. Altri cinque autos costituiscono un ciclo mariano, che sviluppa l'intero sistema teologico relativo alla Vergine.
In tutti, poi, l'Eucaristia, pur restando il centro ispiratore, è indirettamente allusa e gran parte vi hanno le figure simboliche: l'Amore, l'Umanità, la Terra, il Paga-
nesimo, la Sinagoga, la Fede, la Grazia, il Libero Ar-
bitrio ecc. Ma l'insieme è come immerso in un flusso di
intenso lirismo, che così si fonde con l'azione, da costituire
uno dei più originali frutti del teatro europeo, un mondo
suggestivo che esprime la Spagna e il dramma dell'uma-
nità. Per i loro pregi artistici e devozionali alcuni autos
sono stati rappresentati in Congressi eucaristici, ad es.,
a Einsiedeln (1924) e a Godesberg (1926).
LE COMMEDIE «DEVOTAS». - Affini agli autos, da cui
differiscono per tecnica e struttura, sono le commedie
devotas o de santos. Anch'esse, infatti, hanno intenti pale-
semente apologetici, profilandosi come un avvio verso la
verità religiosa, conseguita con lo studio e la medita-
zione, in una sorprendente drammatizzazione.
El mágico prodigioso narra la vicenda dello studente
Cipriano, il quale, per ottenere l'amore di Giustina, cede
l'anima al diavolo; ma quando fa per abbracciare l'ama-
ta, si vede davanti uno scheletro; perciò si converte al
cristianesimo e affronta il martirio. Con il contenuto del
Faust di Goethe presenta più diversità che analogie. In
El purgatorio de san Patricio, Ludovico Enio, colpito dalla
vista del proprio scheletro, pensa di salvarsi visitando il
pozzo del Santo e al ritorno descrive i tormenti infernali
con tinte che Menéndez y Pelayo accosta alle dantesche.
In La devoción de la Cruz il bandito Eusebio si converte
alla vista della Croce e muore confessando le sue colpe.
Altre commedie derivano l'argomento direttamente
dalla Bibbia, quali Los cabellos de Absalón e Judas Macabeo.
Anche nelle commedie la mitologia è, per C., un pre-
testo di allegorie religiose; non per nulla uno stesso sog-
getto si riscontra, a volte, nelle commedie e negli autos.
Così El mayor encanto, Amor, che tratta degli amori di
Ulisse e Circe, è in relazione con l'auto Los encantos de
la culpa. Innegabile il simbolismo di La estatua de Pro-
meteo, in cui la figura del ribelle protagonista si aureola
quasi di cristiana redenzione nel perdono finale concesso
dagli dei.
ALTRE OPERE DI C. E CARATTERI DEL SUO TEATRO. -
Ma anche nelle altre opere di C. è possibile isolare, quasi
sempre, motivi e interessi religiosi. Le sue commedie
storiche (es., El príncipe constante; El alcalde de Zalamea),
di costume (es., La dama duende), di gelosia (es., El mé-
dico de su honra) ecc., attuano, con gli autos, i criteri
drammatici dell'autore, che, pur riprendendo le fila dei
predecessori, soprattutto di Lope, vi immette riflessione,
equilibrio strutturale, fusione del lirico con il drammatico,
maggiore caratterizzazione dei personaggi.
Tuttavia la sua arte si muove nella sintassi ba-
rocca, di cui conserva la tensione metaforica e de-
corativa, la ricerca del contrasto e dello smisurato.
Nel suo dramma più noto, La vida es sueño, il
principe polacco Sigismondo, segregato per la sua
vaticinata predestinazione al male, perviene, attra-
verso fasi psichiche successive, dalla brutalità de-
moniaca a una operosa purificazione. Fra queste
fasi si interpone lo schermo del sonno, che adegua il
sogno con la realtà e infonde la convinzione dell'il-
lusione delle umane vicende e della concretezza del
risveglio in Dio. Menéndez y Pelayo vi ha visto un
dibattito teologico sul peccato d'origine e la reden-
zione; Alfonso Reyes la lotta tra il libero arbitrio
e il fatalismo. Si tratta di una cristiana messa a fuoco
dei valori terreni, da superare nella visione dell'al-
dilà. Raramente l'arte ha saputo, come in questo ca-
ratteristico lavoro, animare astrazioni e infondervi un
così alto senso di umana pensosità.
Die C.-Literatur, Monaco 1905; L. P. Thomas, La génèse de la
philosophie et le symbolisme dans 'La Vie est un songe', in Mé-
longes Wilmotte, Parigi 1910, p. 715 sgg.; J. Mariscal de Gante,
Los autos sacramentales, Madrid 1911; A. Farinelli, Misisici,
teologi, poeti e sognatori della Spagna all'alba del dramma di C.,
in Rev. filologica esp., 1 (1914), p. 289 sgg.; id., La vita è un sogno,
Torino 1916; E. Cotarelo, Ennoyo sobre la vida y obras de don
P. C. de la B., Madrid 1924; F. Olmedo, Las fuentes de 'La
vida es sueño', ivi 1928; E. González, Los autos marianos de C.,
in Religión y cultura, 32 (1936), pp. 319-22; 33 (1936), p. 191
sgg.; G. Schnürer, Katholische Kirche und Kultur in der Barock-
zeit, Triburo in Br. 1937, p. 212 sgg.; M. Bataillon, Essai
d'explication de l'auto sacramental, in Bull. hispanique, 43 (1940),
p. 193 sgg.; A. Valbuena, C., Madrid 1941; M. Menéndez y
Pelayo, C. y su teatro y estudios críticos literarios, 3ª ed., ivi 1941;
A. A. Parker, The allegorical drama of C., Oxford-Londra 1943;
N. González Ruiz, Piezas maestras del Teatro teológico español,
I: Autos sacramentales, Madrid 1946. Enzo Navarra