CANOVA, Antonio. - Scultore, n. a Possagno il 1° nov. 1757, m. a Venezia il 13 ott. 1822. All'inizio della sua carriera d'arte ammirò lungamente a Venezia, nelle sale del museo del palazzo Farsetti, la gipsoteca della statuaria antica, e questa può dirsi la sua prima scuola, oltre quella dello scultore G. Torretti.
Suo primo mecenate tu il senatore venceiano G. Falier, che gli affidò l'incarico di due statue: Euridice ed Orfeo (1773-76, Asolo, villa Falier); ma il suo atto di nascita a una nuova scultura, in opposizione al tardo barocco, già visibile nel gruppo Dedalo e Icaro (1779, Venezia, museo Correr), si andò maturando durante il soggiorno romano con il Monnmento a Clemente XIV, eseguito a venticinque anni ( (1784-87), Roma, chiesa dei SS. Apostoli). Rivive qui lo schema herniniano del Monnmento a Urbano VIII, ma le tre figure del Deposito: il Pontefice, la Temperanza, la Mansuetudine hanno una semplicità attica, e pienamente esprimono una compostezza religiosa. Poco dopo il principe Rezzonico ed i due fratelli cardinali commisero a C. il Monnmento a Clemente XIII. Per cinque anni C. lavorò al grandioso sepolcro che fu scoperto nella basilica Vaticana l'anno 1792, il Giovedi della Settimana Santa. Grande ammirazione suscitarono il realismo dei due leoni che custodiscono il sarcofago, la classicità del Genio della morte, l'idealismo della figura allegorica che inalbera la Croce, la potenza espressiva del vecchio Pontefice assorto in preghiera. Da allora, fino alla morte, la foma del C. non ebbe più emuli in Europa. Alla passione del suo tempo per la mitologia classica C. soddisfece rievocando nelle sue creazioni: Amore e Püche (1794, Parigi, Louvre), Ercule che scuglia Lica nel mare (1795-1813, Roma, galleria Nazionale d'Arte moderna), il Perseo (1799-1802, Vaticano, museo Pio-Clementino), la Venere italica (18051812, Firenze, galleria Pitti), la Venere cimeltrice sotto l'aspetto di Paolina Borghese (1806-1808, Roma, galleria Borghese), il Paride (1812-13, Monaco, Vecchia Pinacoteca), le Grazie (1813-16, Leningrado, Ermitage), del quale gruppo il Foscolo, con il noto carme, desiderava esserne l'ideale ispiratore.
Da ricordare, inoltre, sono le numerose Stele: quella per l'Ammiraglio Ema (1792-95, Venczia, musco dell'Arsenale), quella ad Antonio Eustinian (1797, Padova, museo Civico), per Giovanni Volpato (1806-1807, Roma, portico dei SS. Apostoli), per Domenico Mancani (1817-18, Forlì, chiesa della S.ma Trinità). E riparato spesso lo schema della stele leggermente rastremata, sormontata da coronamenti vari; in bassorilievo il busto dell'estinto,

Possarno. Tempio canoviano.

avanti ad esso una giovane in atteggiamento di dolore. I monumenti a Vittorio Alfieri ( 180_{4}-10, Firenze, chiesa di S. Croce), a Maria Cristina d'Austria (1798-1803, Vienna, chiesa degli Agostiniani), agli Stuart (1817-20, Roma, basilica Vaticana), meno felici per l'architettura, hanno tuttavia particolari di squisita bellezza; quest'ultimo con i busti dei re in esilio Giacomo III e i figli : Carlo III ed Enrico IX, specialmente per i due Geni funebri, rappresenta uno dei momenti più significativi dell'arte di C. Di grande impegno è la sua ritrattistica, la parte, anche oggi, più ammirata della sua vasta opera. Il marmo perde la rigidezza, avendo C. scolpita «la più carnosa carne che da scalpelli fosse trattata» (L. Cicognara). Singolare abilità di modellazione e una vigorosa e poetica indagine si rivelano in Napoleone primo console (1803, Firenze, gal.eria Pitti) e nel Napoleone vittorioso (1811, Milano, palazzo Brera), nei ritratti dei napoleonidi: Madama Letizia (1805-1808, Chatsworth, coll. duca Devonshire), Card. Fesch (1807, Possagno, gipsoteca), Pontina Borghese (1807, Roma, museo Napoleonico), Carolina Bonaparte, Gioacchino Murat (1812, Napoli, palazzo Reale di Capodimonte). Grande saldezza dei piani plastici si riscontra nei due ritratti di Pio VII (1817, Vaticano, musei Braccio Nuovo; Roma, palazzo dei Conservatori) e nella figura di Pio VI orante, opera questa rimasta incompiuta ( 1822 , basilica Vaticana). Nel giro di ca. 30 anni, C. scolpì cinquantatre statue, dodici gruppi, quattordici cenotafi, otto grandi monumenti, sette colossi, due gruppi colossali, cinquantaquattro busti, ventisei bassorilievi; ciò non impedì all'autore di partecipare alla vita pubblica del suo tempo. Il moto proprio del 1822 di Pio VII che proibiva di portar fuori dello Stato Romano i monumenti antichi di pittura e scultura, fu suggerito da C., il quale diede anche origine alla raccolta vaticana del museo Lapidario, donando al Papa ottanta cippi con iscrizioni acquistati dalla famiglia Giustiniani. Nominato ispettore delle Belle arti in Roma e nello Stato Pontificio il 10 ag. 1822, C. assunse l'incarico rendendo utili servigi alla S. Sede.
Dietro iterate insistenze dell'ambasciatore francese e del card. Consalvi si recò a Parigi una prima volta per il ritratto a Bonaparte (1802), una seconda (1810) durante l'esilio di Pio VII per il ritratto all'imperatrice Maria Luigia - nel Diario dettato all'abate Sartori, fratello uterino, si
può vedere la sua coerenza religiosa e il suo amore alle cose d'Italia - un'ultima volta nell'ag. del 1815 per le trattative della restituzione delle opere d'arte, rapite allo Stato della Chiesa. C. vinse le difficoltà e le resistenze : è interessante al riguardo il carteggio con il card. Consalvi. In venti giorni avvenne la restituzione delle statue, dei dipinti, dei codici, dei manoscritti, delle medaglie, delle stampe elencate. Il nome di C. fu scritto nel libro d'Oro del Campidoglio e Pio VII gli conferì il titolo di marehese d'Ischia ed un reddito annuo, devoluto dal C. in pensioni per giovani artisti e a beneficio delle accademie. Su disegno di Pietro Bossi e dietro suggerimenti di Antonio Selva, nei suoi ultimi anni C. provvide a erigere un grande tempio in Possagno: egli stesso pose la prima pietra l'ri luglio 1819, vestito con l'abito del supremo Ordine dei Cavalieri di Cristo. Per la sua chiesa aveva dipinto la grande pala d'altare La deposizione di Cristo dalla Croce, e riusciva a condurre a termine alcune metope con episodi del Vecchio e Nuovo Testamento ed a formare in gesso la grande Pietà. All'arte religiosa egli aveva donato uno dei suoi capolavori, la Maddalena penitente (1796, Genova, palazzo Bianco). Morì a Venezia nel 1822; i funerali furono celebrati dal cardinale patriarca nella basilica di S. Marco, l'elogio funebre fu pronunciato da Leopoldo Cicognara nell'Accademia di belle arti.
La sua arte che alcuni amano dire parallela alla poesia del Foscolo, rappresenta l'ultima grande voce dell'arte italiana che abbia commosso l'Europa; in una individualità di forme e di concezione spirituale essa esprime il valore monumentale della scultura. Il rigido classicismo trovò il suo rappresentante in Thorwaldsen; quello del C. fu in definitiva un atteggiamento romantico verso la classicità, il che spiega uno dei motivi, non ultimo, del suo fascino e della sua genuina grandezza. - Vedi Tav. XLV.