CANTICO. -
I. Nozioni generali
C. (in greco φῶς) si dice in genere una composizione poetica, destinata al canto, per lode e ringraziamento a Dio. S. Paolo, parlando dei canti eucologici dei primi cristiani, ricorda espressamente i c. insieme ai salmi e agli inni. Scrivendo agli Efesini (Eph. 5, 19) dice: "L'acquiesce vobis metipsis in psalmis et hymnis et canticis spiritualibus, cantantes et psalentes in cordibus vestris Domino". Un'espressione simile ha anche nella lettera ai Colossesi (Col. 3, 16). La tradizione ecclesiastica non ci ha conservato elementi sufficienti per distinguere con precisione queste tre categorie di canti, e specialmente i c. in confronto dei salmi e degli inni. Però la disciplina liturgica seguendo i citati testi paolini classifica con gli stessi termini i canti poetici in uso nella Chiesa: salmi sono i testi poetici contenuti nel Salterio davidico; c. invece quelli contenuti nella Bibbia fuori del Salterio, e questo è ormai il senso specifico del vocabolario di Liturgia. Essi sono molto affini ai salmi, con la stessa struttura poetica, fondata sul parallelismo, e lo stesso intento, che è quello di esprimere in forma elevata sentimenti religiosi di speciale nobiltà e intensità. In particolare essi si avvicinano per il contenuto ai salmi dossologici, perché esprimono prevalentemente lode e ringraziamento, conforme anche al significato generico della parola; però non mancano in essi anche suppliche e spunti eleggiati.Il uso liturgico. - I c. erano stati composti non per uso liturgico, ma semplicemente per esprimere nobilmente i sentimenti degli autori, ed erano stati consegnati allo scritto unicamente per conservare memoria. Però era ovvio che quelle formole così elevate fossero adoperate dalle persone pie per esprimere o suscitare sentimenti simili in circostanze analoghe, e in particolare fossero assunte anche ad uso di culto pubblico. Anche molti salmi (tra cui lo stesso Miserere, tanto noto e usato) erano stati dapprima composti per scopi del tutto particolari; ed inseriti poi nelle collezioni ufficiali del Salterio. C'è anche il fatto di un c., che fu inserito integralmente nel salterio e adoperato senz'altro alla stregua degli altri salmi: è il c. riferito in II Sam. 22, 2 sqq., composto da David quando si vide libero da tutti i suoi nemici, e che divenne poi con leggere varianti il salmo 17. Anche il salmo 104 fa parte, fino al V. 15, del c. riferito in I Par. 16, 8 sqq. Dei c. però, non inseriti nel salterio, non risulta che gli ebrei abbiano fatto uso nel culto pubblico; i cristiani invece ne fecero un uso molto esteso, soprattutto alle lodi mattutine, perché lo stile elevato e il contenuto dossologico li rendono molto adatti per esaltare le perfezioni di Dio, le sue opere e i suoi benefici. Anche quelli che non si riferiscono alle opere della creazione o generati-mente ai benefici di Dio, ma a fatti storici ben determinati del Vecchio Testamento, come il passaggio del Mar Rosso, possono essere adoperati dai cristiani con piena aderenza alla nuova realtà, poiché si sa bene che gli eventi antichi sono presi come altrettante figure degli eventi di Cristo e della Chiesa. I primi ad essere adoperati furono il detto c. di Mosè al Mar Rosso (Ex. 15, 1 sqq.) e quello dei tre fanciulli nella fornace (Dan. 3, 52 sqq.) che sono, si può dire, i c. tipici. In seguito se ne aggiunsero altri e in particolare i c. evangelici, i quali, per opera soprattutto di s. Benedetto, divennero di uso quotidiano. Nel breviario romano i c. del Nuovo Testamento si adoperano alla fine delle Lodi, del Vespro e di Compieta, quasi a complemento dell'inno; quelli invece del Vecchio Testamento si usano nella salmodia delle Lodi e precisamente al penultimo posto.
Fino alla riforma di Pio X (1911) si usavano a questo scopo 7 c., uno per ciascun giorno della settimana. Pio X diede maggior impulso a tale uso. Stabili infatti per le
salmodie delle Lodi un doppio schema, uno per i tempi ordinari, l'altro per quelli di penitenza e ciò per amor di precisione, poiché il c. esprime in generale sentimenti di lode e non di penitenza. In questo modo si è ottenuto che altre 7 nobilissime formole di lode passassero dalla semplice lettura occasionale della Bibbia all'uso liturgico.
Nel breviario benedettino, che rispecchia una forma più antica del divino ufficio, si adoperano i c. del Vecchio Testamento non solo nelle Lodi, ma anche nel Mattino: nelle domeniche infatti e nelle feste più solenni dopo due Notturni con 6 salmi ciascuno, se ne aggiunge un terzo, formato di 3 c.
Anche il Breviario ambrosiano, che è pure assai antico, fa uso di c. nel Mattutino.
Oltre che nel divino officio, i c. vengono adoperati largamente anche nella Messa, specialmente nei canti che seguono l'Epistola. Per lo più però si adoperano solo alcuni versetti, più raramente c. interi. È notevole soprattutto l'uso del c. dei tre fanciulli, già ricordato, dopo la quinta lezione dei sabati delle Tempore, quando, invece di rispondere Deo gratias, si prosegue immediatamente cantando una parte di esso. Anche dopo alcune profezie del Sabato Santo, e precisamente dopo la quarta, l'ottava e l'undecima, si cantano alcuni versetti dei c. di Mosè e di Isaia. Nelle processioni si fa largo uso di c., specie evangelici, insieme con i salmi e gli inni. Notevole il canto del Benedictus nell'esecuzione degli adulti.
III. I C. DEL VECCHIO TESTAMENTO. — Abbiamo detto che i c. del Vecchio Testamento, adoperati nel breviario romano, sono quattordici: più propriamente si dovrebbe dir tredici, perché i due c. presi dal profeta Daniele a rigore non sono che due porzioni dello stesso c. posto in bocca ai tre fanciulli nella farcace.
Seguendo l'ordine biblico del libro, da cui sono tolti, si farà qui una breve recensione di essi, indicando il loro posto nell'ufficio, cioè il giorno della settimana e lo schema I e II delle Lodi, a cui sono assegnati.
1. 2. Mosè nel suo primo c. (Ex. 15, 1-19; giovedì II) celebra i prodigi del Mar Rosso; nel secondo (Deut. 32, 1-43; sabato II) canta l'alleanza di Dio con Israele e il suo immenso amore per il popolo eletto, ripagato spesso con la più nera ingratitudine. — 3. Anna, madre di Sa-muele (I Sam. 2, 1-10; mercoledì II) benedice il Signore per la maternità prodigiosa concessa e per la benignità divina verso gli umili. Questo c. ha stretta attinenza col salmo Laudate pueri e con il Magnificat. — 4. David (II Par. 29, 10-13; lunedì I) mentre sta adunando materiali e tesori per la costruzione del Tempio, celebra Iddio come l'essere supremo, padrone di tutte le cose a cui ben con-viene dedicare ciò che l'uomo possiede di più bello e pregiato. — 5. Tobia (Tob. 13, 1-10; martedì I) celebra la bontà di Dio e i suoi disegni di misericordia sugli ebrei anche nella cattività babilonese. — 6. Giuditta (Judt. 16, 15-21; mercoledì I) canta la potenza di Dio nella creazione e nella difesa del suo popolo. — 7. Gesù di Sirac, autore dell'Ecclesia stetico (Eccli. 36, 1-16; sabato I) prega Iddio per gli israeliti dispersi nel mondo, perché si faccia riconoscere da tutti i popoli, raduni Israele e restituisca a Gerusalemme la gloria antica. — 8. Isaia nel primo cantico (Is. 20, 1-6; lunedì II) invita a lodare Iddio, predicendo la liberazione dalla schiavitù babilonese; nel secondo (45, 16-26; venerdì I) scioglie un inno di giubilo al Dio invincibile, salvatore d'Israele e autore di tutte le cose, arbitro lassù luto degli umani destini. Di Isaia va ricordato anche il c. riportato nel c. 6 vv. 1, 2, sui benefici fatti da Dio alla sua vigna prediletta, cioè al popolo d'Israele; esso viene cantato il Sabato Santo mattina dopo la quinta profezia. — 10. Ezechia liberato prodigiosamente da malattia mortale (Is. 38, 10-20; martedì II) espone poeticamente l'angoscia del pericolo estremo e la gioia della guarigione, improvvisa. — 11. Geremia (Jer. 31, 10-24; giovedì I) confortato da Dio con la visione del perdono di Israele, canta la gioia del ritorno da Babilonia. — 12. 13. I tre fanciulli, Anna, Azaria, Misale (Dan. 3, 52-56; 3, 57-88; domenica II e I), commossi al vedersi liberati prodigiosamente da morte atroce, sentendosi incapaci da soli di ringraziare sufficientemente Iddio, si rivolgono a tutte le creature perché si associano loro nella lode divina. È il c. biblico più usato nella Chiesa fin dai primi tempi ed è adoperato anche nella Messa del sabato delle Tempore dopo la quinta lezione. Ha un andamento di grande semplicità passando in rassegna una dopo l'altra tutte le opere di Dio che riempiono il cielo e la terra, invitandole a benedire, lodare e sovraesaltare il loro Signore. Esso diede l'ispirazione a s. Francesco per il c. delle creature. — 14. Abacuc (Hab. 3, 1-19; venerdì II) esalta la Provvidenza divina, che con giustizia tremenda e insieme con misericordia infa-bile dirige tutti gli eventi umani.
IV. I C. EVANGELICI. — I c. evangelici (Bene-dictus, Magnificat, Nunc dimittis, ultimo fiore della poesia ebraica ispirata, sono sbocciati intorno alla culla di Gesù e cantano la sua divina missione di Salvatore del mondo. Perciò la Chiesa ha ritenuto opportuno di farli recitare tutti i giorni alla fine delle ore canoniche più importanti. Essi ricevono nell'offi-cio speciali onori, che richiamano in qualche modo la solennità del Vangelo nella Messa. Si cantano in piedi, facendo al principio il grande segno di croce e ripetendo l'inizio musicale ad ogni versetto: se si vuole, si può adoperare un tono più ornato e solenne. Nel Vespro solenne poi, che è il parallelo vespertino della Messa, durante il canto del Magnificat si procede alla cerimonia più importante e più suggestiva, che è l'incensazione.