CANDELE. - Sono il mezzo più comune e obbligatorio dell'illuminazione liturgica nelle funzioni religiose. Secondo le prescrizioni attuali le c. devono essere di cera, e cioè fatte in tutto o in massima parte con l'omonimo prodotto delle api (Decreta authentica S. R. C., n. 4147). Sono perciò proibite le c. di stearina (ibid., 3063; 3376, 3), di sego (ibid., 2865), né al loro posto si possono usare lampade elettriche (ibid., 4257, 5). Prescrizioni precise, nonostante gli abusi contrari, regolano il numero delle c. nelle funzioni liturgiche. Per la messa privata del vescovo devono essere almeno due, ma possono essere anche quattro (Caerem. Episc., 1, 29, 4); per la pontificale sei (ibid., 2, 11, 1), cui si aggiunge una settima dietro la croce quando chi pontifica è il vescovo diocesano (ibid., 1, 12, 12; Decr. 235, 8; 1131, 1; 2274, 6). Per la messa privata di chi non è vescovo né meno, né più di due (Missale Rom. Rubricae Gener., 20; Decr.
441, 567, 1051, 1125, 1131 ecc.), per la solenne, il Caerem. Episc. (1, 12, 24) ne dà come sufficienti quattro o anche due per le feste semplici e per le ferie, ma di fatto l'uso comune, il Missale Rom. Ritus celebr. Missam, 4, 4 ed il Caerem. Episc. (1, 12, 11) ne dispongono o prescrivono sei; per la cantata senza ministri, devono essere quattro (Decr. 1470, 2; 3377, 1); questo numero può essere conservato anche per la messa conventuale o parrocchiale letta, o per una messa che tenga luogo di quella solenne in giorno festivo (Decr. 3697, 7; 3059, 7, 9; 3065).
Per l'esposizione del S.mo Sacramento si richiedono come minimo sei candele (Decr. 1992; 4257, 2); per la stessa in forma solenne se ne richiedono dodici (Decr. 3480) o venti (Instructio Clementina, 6, in Decreta authent. S. R. C., IV, Roma 1900, p. 22).
L'uso delle c. nella liturgia è collegato alla storia dell'illuminazione liturgica, della quale era certo un elemento principale. I monumenti archeologici cristiani rivelano quasi esclusivamente più che un uso, un simbolismo funerario delle c., che stanno a significare la luce eterna (G. Wilpert, La fede della Chiesa nascente, Città del Vaticano 1938, p. 283) cui partecipano i defunti (F. Cabrol, Cierges, in DACL, III, col. 1618) e la gloria, che li assomiglia ai grandi della terra (Senatoriae videlicet sunt dignitatis, s. Girolamo, Adv. Vigil. 6: PL 23, 359). Si sa infatti che l'imperatore nelle sue comparse era accompagnato con ceri accesi.
Primo, ma non esclusivo movente per l'uso liturgico delle c., come della luce in genere, è la necessità di rischiare l'ambiente, come rileva s. Girolamo (Adv. Vigil., 7: PL 23, 361). Questo però non esclude il significato simbolico, naturale al lume, per cui si accendevano le c. al vangelo iam sole rutilante... ad signum laetitiae demonstrandum (s. Girolamo, op. cit., 1). Questo senso festivo è rilevato spesso dagli scrittori ecclesiastici, che notano la moltitudine e grandezza dei ceri (Eusebio, Vita Constantini, 4, 22; Prudenzio, Peristephanon, 2, 72; id., Cathemerinon, 5, 20; Paolino Nolano, Carmina, 14, 100; Etheria, Pere-
(fot. Alinari)
CANDELIERE - C. in bronzo, opera di A. Vittoria (1524-1608). Venezia, museo Civico Correr.

(Int. Alinari)
Per l'archeologia: V. CERO; per la benedizione delle c.: V. PURIFICAZIONE.