CASSIANO, GIOVANNI

cora giovane fondò a Costantinopoli un monastero, che da lei prese nome e nel quale si ritirò, per passarvi, fattasi religiosa, il resto dei suoi anni. Le composizioni poetiche, che di lei si conservano, furono scritte in questo secondo periodo della sua vita e si dividono naturalmente in due classi: poesie profane, o Sentenze, e poesie liturgiche: Idiomeli, Irmi e un Canone intero per i defunti. Nelle prime i versi sono trimetri giambici; l'argomento molto vario; lo stile semplice, senza ornamenti e senza pretese: esse si rivelano opera di una donna di età avanzata. Le poesie religiose sono, per valore letterario, superiori alle profane e l'ispirazione poetica di C. vi si sviluppa più liberamente. Negli Idiomeli C. è autrice anche della parte musicale. Alcune di queste poesie sono passate nella innegrafia ufficiale della Chiesa greca. Oltre all'episodio, che avrebbe dovuto farla imperatrice, altri se ne raccontano, che della vita di C. fanno un romanzo, sì che, specie nel secolo scorso, ha tentato la penna di diversi romanzieri e poeti.

RUB.: Poesie di C. si trovano in Christ-Paranikas, Anthologia graeca carminum christianorum, Lipsia 1871, p. 103 sg. Krumbacher, p. 715 seg.; id., Katia, in Abhandl. der bayer. Akademie der Wissenschaften, Monaco 1897, pp. 305-70; B. A. Mystakides, in Ogulobbia, 1 (1926), pp. 247-51, 314-19. V. S. Pétridès, C., in Revue de l'Orient chrétien, 7 (1902), pp. 218-44; J. Psicharis, C. et la pomme d'or, in Annuaire de l'École des hautes études, Parigi 1910-11, pp. 1-54. Graziella Miot

CASSIANO, GIOVANNI. - G. C., natione Scyta (Gennadio), secondo un'opinione oggi abbastanza comune, n. nella Dobrugia da genitori facoltosi verso il 360. Ricevuta una buona formazione negli studi classici, ancor giovane fu monaco a Betlemme; indi dal 385 ca. per 7 anni soggiornò in Egitto per impararvi a conoscere la vita monastica, ivi fiorente; dopo un altro soggiorno, assai breve, nel monastero di Betlemme, di nuovo tornò per vari anni in Egitto presso i monaci. Verso il 399 si recò a Costantinopoli, fu

a causa delle agitazioni originistiche; qui fu ordinato diacono da s. Giov. Crisostomo, per la cui causa lo troviamo attivo a Roma nel 405. Dal 415 si ritirò a Marsiglia, prete, fondatore e capo del monastero maschile di S. Vittore, fondatore inoltre di un monastero per monache nella stessa regione. Mori verso il 435.

Vasta è la produzione letteraria di G. C.:

1) De institutis coenobiorum et de octo principalium vitiorum remediis libri XII scritto verso il 420. Il I. I tratta dell'abito monacale, il II e III delle ore di preghiera («canonica») nel monastero, il IV del noviziato e professione; i restanti libri dal V al XII, sono sulle principali passioni (otto) e le virtù opposte. L'opera mostra la concezione che ha C. della vita cenobitica, i cui compiti vengono presentati in maniera profonda specialmente nel I. IV le idee di questo libro dominano tutta l'opera.

2) Collationes XXIV, in tre riprese: I-X pubblicate verso il 420, XI-XVII prima del 426, XVIII-XXIV prima del 429. L'opera è consacrata essenzialmente alle idee della vita eremitica.

3) De incarnatione Domini contra Nestorium libri VII. Scritto prima dell'estate del 430 dietro preghiera dell'arcidiacono romano in seguito papa Leone I. L'opera è assai inferiore agli scritti monastici di C.

C. è interamente monaco: solo da questo punto di vista sono da considerare le sue due opere principali. La sua dottrina monastica riposa su questi concetti fondamentali: meta della vita monastica è la contemplatio; condizione per la contemplazione è la vita actualis. Da questi principi, applicati alla vita, per C. sgorgano due conseguenze: 1) la vita contemplativa intesa come contemplatio relative iugis è possibile solo nella vita eremitica; 2) la vita actualis costituisce il compito essenziale del cenobio, che quindi vien considerato come scuola preparatoria della vita eremitica (Coll. XVII e XIX: De tribus generibus monachorum; De fine coenobiotae et heremitae).

La Coll. I contiene le linee fondamentali di tutta la dottrina del nostro autore, cosicché la loro comprensione ci dà la chiave per capire C. La vita actualis consiste nella «correctio morum et consummatio vitae perfectae» (De inst., prooenium). E queste non possono effettuarsi senza lotta, lotta che viene insegnata nella seconda parte del De inst. dal I. V al XII, nelle Coll. IV-VI, VIII e in altri luoghi delle due opere (v. ad es., il simbolismo dell'abito monastico in De inst., II. II-IV).

La professione, abrenuntiatio, descritta nel De inst., I. IV, obbliga il cenobita a una totale rinuncia nella completa povertà di Cristo, nell'umiltà di Cristo, nella sua obbedienza e pazienza e nelle altre virtù (su ciò V. anche la Coll. III: De tribus abrenuntiationibus e la Coll. XXIV: De mortificatione). Tutte queste virtù sono il frutto della conformità alla vita e passione di Cristo, e alla sua croce, in cui per C. (come già per Pacomio) si concentra tutta la vita del cenobita. E questa conformazione porta anche alla vita in Cristo (De inst., I. IV).

I mezzi principali perché il cenobita possa raggiungere il suo scopo sono: ieiunia, vigiliae, paupertas, labor, frequens lectio et meditatio scripturorum, decantatio crebra psalmorum, orationum sedulitas. L'ascesi non è fine a se stessa, ma offre solo gli instrumenta. Il frutto più alto della vita actualis è la puritas cordis (C. evita la apatheia divenuta sospetta nella questione pelagiana): cor intactum a cunctis perturbationibus custodire (Coll. I e VI, 3). La puritas cordis è lo stesso che la caritas perfecta, apostolica, quae foras mittit

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CASSIANO - Collatio, IV, 19. Codice del sec. VIII. Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 3766, f. 4.
(Ist. Eur. Catt.)
timorem (su cui cf. specialmente la Coll. XI; De perfectione). Essa costituisce lo scopo proprio del cenobio, e il monaco che l'ha raggiunta, si trova ormai alla porta aperta della vita contemplativa.

Per la realizzazione della vita actualis e di quella contemplativa (theoretica) è d'importanza capitale la discretio, per distinguere ciò che favorisce il bene da ciò che gli è contrario, ciò che viene da Dio da ciò che viene dall'uomo o dal diavolo (se ne tratta specialmente nella Coll. II). L'uomo non può arrivare alla completa impeccabilità (Coll. XXIII: De anamarteto). Per fare il bene è incessantemente necessaria la Grazia di Dio: C. insiste su questo punto con la più grande energia. Però egli pensa, in opposizione ad Agostino, che per salvaguardare la libertà della volontà si deve ammettere nel libero arbitrio un minimo di iniziativa del tutto indipendente. Così C. è diventato il rappresentante del semipelagianismo: senza questo errore lo si sarebbe potuto denominare un «doctor gratiae».

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“CASSIANO, GIOVANNI.” Enciclopedia Cattolica, vol. III (1949), p. 587. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/cassiano-giovanni-2.