CAVALLERIA

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CAVALLERIA. -

I. Stobia

Non è chiara l'origine di questa caratteristica istituzione che ha permesso di sè tanta parte della vita medievale. La si trova costituita pienamente alla fine del sec. xi, e nel sec. xir è in piena fioritura; ma da un lato le sue prime origini risalgono all'alto medioevo, si prolunga d'altra parte, sia pure con caratteri ormai diversi, nel Rinascimento ed oltre. In questo suo costante sviluppo e particolarmente nel suo periodo migliore, è ben naturale che la c. ci si presenti con caratteristiche diverse da paese a paese, e soprattutto in Francia, in Germania e in Italia. Computasi soprattutto in seguito alle invasioni barbariche la grande e lenta trasformazione militare, grazie alla quale arma prevalente e decisiva dell'esercito non è più la fanteria, ma la c., con la costituzione dell'impero carolingio l'esercito venne ad esser composto tutto di cavalieri, i quali sono liberi proprietari terrieri, che militano a loro spese: il guerriero è pur sempre l'uomo libero. E d'altra parte, per mantenere un buon cavallo e il relativo corredo, e talora uno o più servienti e uno o più cavalli di ricambio, occorre una certa agiatezza, che in un periodo d'economia tornata verso lo stato di natura solo o soprattutto il possesso terricro può dare. Ma con il prevalere del feudalesimo anche la proprietà tende a trasformarsi in feudale, e l'esercito pure viene ad essere formato da cavalieri feudali; verso la
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(da F. Calot, L. M. Mlcken, P. Appolocet, C'ast du livre en France des origines à nos jours, Parigi IIIL 3. M)
Cavalleria - Episodio di Lancelot du Lac, ed. Vérard 1494. Parigi, biblioteca de l'Arsenal.

fine del sec. x, il termine miles equivale a guerriero a cavallo legato da giuramento al suo signore. In Francia però, ove il feudo di diritto franco è trasmissibile solo e per intero al primogenito, si ha una categoria sempre più numerosa di cadetti, non legati ad alcun signore perché non proprietari, in tal modo posti fuori dei ranghi della vita feudale vera e propria, ai quali si concede solo quanto basti ad equipaggiare sé e un cavallo.
Questi cavalieri per tutto il sec. x appaiono dalle fonti e dalle canzoni di gesta come elementi particolarmente turbolenti e desiderosi di avventura: per opera loro l'anaerchia feudale sembra toccare il suo culmine. Ma già al principio del sec. xi la Chiesa inizia la sua provvida azione per frenarli, ammansirli, volgere ad azioni pietose e generose tante esuberanti e disordinate energie; e anche lo Stato, che torna a consolidarsi e a riacquistare vigore e autorità, appoggia l'opera della Chiesa. D'altra parte in questi cavalieri, miseri e irrequieti, sono comuni bisogni e anche comuni aspirazioni; e da ciò la possibilità di creare un vincolo spirituale comune e un comune ordinamento sulla base di un'associazione fra eguali: eguali innanzitutto nel coraggio, nel comune sprezzo del pericolo, e poi, dietro l'azione della Chiesa, in una serie d'obblighi morali sempre più elevati, quali la tutela delle chiese, delle vedove, degli orfani, di quanti non trovano difesa e protezione nel regime esistente. Così, come acutamente sostenne il Pivano, la c. può affermarsi come istituto con caratteristiche sue proprie, nato nel mondo feudale, ma non propriamente feudale esso stesso; ché la c. è aperta a tutti i nobili, e ogni cavaliere può fare un altro cavaliere; ed essa riempie di sé, dell'opera propria e delle sue gesta il periodo che va dall'inizio delle Crociate alla fine del sec. xir; e dà vita a tutta una letteratura cavalleresca, in versi e in prosa, e diffonde i suoi ideali e le sue costumanze in tutta l'Europa romano-germanica e le fa prevalere nel mondo feudale, creando veramente un'unica c. Ché in Germania il nucleo maggiore di questa sembra debba ad un certo momento ricercarsi, come vuole il Delbrück, soprattutto nei ministerioles, ossia nella nuova categoria di guerrieri che lo Stato aveva creato accanto ai liberi feudatari, prendendoli fra i liberi e non liberi, e nobilitandoli con il dare loro terre sufficienti al mantenimento proprio e del cavallo, con relativo corredo: milites per eccellenza, posti alle dirette dipendenze del re o di duchi e conti, o anche disseminati in piccole corti, alla maniera feudale. E in tutta Italia, ove predomina il feudo longobardo, con carattere patrimoniale e quindi divisibile fra tutti i figlioli, la c. s'identifica nella mirtade di piccoli feudatari, che tanta parte hanno nella formazione dei nostri Comuni.
Cadetti della nobiltà, ministeriali, militi, finiscono con il sentirsi accomunati in un unico grande ideale; e il motivo religioso accompagna i nuovi cavalieri nelle Crociate, nella lotta per l'espansione tedesca verso il Baltico, nella riconquista della Spagna, nella stessa lotta che i Comuni in Italia sostengono in difesa delle loro autonomie contro gl'imperatori tedeschi. La c. è aperta a tutti, e in Italia specialmente i nuovi ricchi sono elevati facilmente alla dignità cavalleresca: il che non toglie che la c. comunale sappia gareggiare bravamente con quella germanica. Ma tutte queste lotte permettono ai cavalieri non solo d'acquistare gloria, ma pure terre e feudi e titoli nobiliari, così da consolidare anche economicamente e politicamente la loro posizione. E allora, dall'inizio del sec. xiri in poi, la c. tende non solo a fondersi sempre più con la nobiltà feudale vera e propria (tanto più che anche in Francia il feudo franco diviene meno rigido e anche i cadetti ottengono una parte, per quanto minore, del feudo, con corrispondente dipendenza feudale), ma pure a rinserrarsi in una casta, riducendo o sopprimendo del tutto l'accettazione di non nobili fra le sue file; non solo, ma tende a divenire un'aristocrazia

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(da F. Galot, f. M. Michon, P. Angoulcgnt, L'art du livre en France des origines à nos jours, Parigi 2011, p. 14; Cavallerfa - Chroniques de France - (1493). Parigi, biblioteca de l'Arsenal.

entro l'aristocrazia. Ma proprio ora il suo fiorire vien meno: con la morte di Luigi IX in Francia, con la fine degli Svevi in Germania. Essa sembra farsi più rigida e austera, respingendo elementi borghesi disadatti; ma in questo modo non accoglie più neppure molti elementi non nobili, ma moralmente degnissimi e fisicamente idonei; e vien meno quella nobile gara fra uguali attraverso la quale potevano elevarsi veramente i più degni. Il potere monarchico tende sempre più a imbrigliarla e a farne uno strumento a suo diretto servizio; e i sovrani creano ordini cavallereschi, accentuando in essi soprattutto i doveri di lealismo e di fedele sudditanza, accanto alle virtù guerriere e cristiane. In Italia più che mai, ove la c. aveva avuto radici meno salde e profonde, essa si sciupa in un formalismo sempre più vuoto quanto maggiormente pomposo, e continua al contrario ad accogliere elementi disadatti, sebbene sorgano pur sempre dal tronco feudale e cavatieresco quelle vigorose compagnie di ventura che verso la fine del sec. xiv libereranno l'Italia dalla piaga delle compagnie oltremontane. Ma sono in realtà ovunque venuti meno i grandi ideali in nome dei quali e anche, in parte almeno, a vantaggio dei quali essa aveva dapprima combattuto e trionfato. - Vedi Tav. LXIX.

Bibl.: Da vedersi specialmente: L. A. Muratori, Antiquitatcs Italicos Medii Arvi, II, Milano 1733, dissertaz. XXVI; IV, ivi 1741, dissertaz. LIII; L. Gautier, La Chevalerie, Parigi 1892; C. Cantù, Storia universale, V, 10* ed., Torino 1887, pp. 393-416; G. Salvemini, La dignità cavalleresca nel Comune di Firenze, Firenze 1896; Guilhiermoz, Essai sur l'origine de la noblesse en France ou moyen âge, Parigi 1902; S. Pivano, Lineamenti storici e giuridici della c. medioevale, Torino 1902; H. Delbrück, Geschichte der

Kriegskunst, III, Berlino 1923; A. Abram, Chivalry, in The Cambridge Medieval History, VI, Cambridge 1929, p. 799 sgg.
Piero Pieri

II. L'educazione cavalleresca

Ha una sua grande e particolare importanza nella storia della pedagogia per le molteplici finalità, a cui tendeva ("la mia anima a Dio, la mia vita al re, il mio cuore alla dama, l'amore per me") e per il conseguente sviluppo di elementi della vita spirituale, che contribuivano a plasmare una personalità libera e pure disciplinata, avventurosa e pure fedele.
La situazione, infatti, della c. di fronte allo Stato e alla Chiesa richiedeva un'educazione speciale, e il cavaliere doveva prima di tutto imparare a vincere se stesso, a superare le sue inclinazioni e i suoi capricci per rendersi atto a difendere, poi, e a far trionfare la verità e il diritto. Virtù principali, quindi, la moderazione e il dominio di sé; a cui seguivano: l'amore verso Dio, l'amore delicato e rispettoso verso la dama, l'amore imperterrito delle armi e del rischio, un alto sentimento dell'onore e del dovere, la fedeltà alla parola data, la veracità, la piacevolezza, pur sostenuta e distaccata, del conversare e delle maniere, la dolcezza e la misericordia. Esteriormente : decoro, dignità, nobiltà; in una parola: cortesia.
Fin ai 7 anni il futuro cavaliere restava sotto la cura della madre e delle gentildonne, che gli istillavano i primi principi dell'educazione cristiana; i giochi avevano la maggior parte del tempo. A 7 anni, il fanciullo diventava paggio, e generalmente passava alla corte d'un principe o del castellano, dei quali era onore e orgoglio mostrare agli ospiti un numeroso gruppo di paggi e dove la sua occupazione principale era di imparare a servire la sua signora o castellana, e anche il suo signore, accompagnandolo alla caccia o nei viaggi. L'istruzione religiosa non era trascurata, ma affidata al cappellano. Il resto del tempo passava nell'esercitarsi ad acquistare le sette "probitates" del cavaliere: nuoto, equitazione, lancio della freccia, duello o scherma, caccia, gioco degli scacchi, arte del rimare. Nelle lunghe sere invernali, il paggio poteva ascoltare il cappellano narrargli i fatti del Vecchio e del Nuovo Testamento e le leggende dei santi; o talora udire il cantore, che soppravvenuto nel castello, dilettava, sonando la viola e accompagnandola al racconto delle imprese dei cavalieri antichi.
A 14 anni il paggio o "domicellus" ( = donzello) passava scudiero, ricevendo dal sacerdote, ai piedi dell'altare, la spada e la sciarpa, ch'egli cingeva, dopo averle benedette; mentre gli assistenti, promettendo in nome suo amore e lealtà, gli stringevano ai piedi gli speroni d'argento. Da quel momento le armi diventavano la sua l'occupazione principale; e l'ufficio consisteva nell'accompagnare il proprio signore in guerra, portandogli le armi, o alla caccia, prendendovi parte attiva.
A 21 anno ca., lo scudiero era armato cavaliere. Già prima però era partito a compiere qualche impresa, un anello al braccio o alla gamba in segno di voto. Il cerimoniale era imponente e ricco di simboli. La sera della vigilia il candidato prende un bagno, poi riceve e indossa una cotta nera (simbolo della morte), una tunica bianca (simbolo della purezza) e un manto vermiglio (simbolo del sangue che deve essere pronto a versare per la fede); poi, digiuno, passa alla cappella e vi fa la veglia d'armi; al mattino, dopo la Confessione, la Messa, la Comunione e la benedizione della spada, ascolta in ginocchio la lettura dei doveri che gli spetteranno. Quindi i padrizi gl'infilano una camiciola e su questa la cotta di maglia, gli cingono i gambali di ferro e la spada. Poi viene il giuramento solenne di mantenersi prode e fedele. Da ultimo il suo signore, percuotendolo tre volte di piatto con la spada, dice: "In nome di Dio, di s. Michele e di nostra Signora, ti faccio cavaliere».
Nella pratica, come in tutte le cose umane, non tutti i cavalieri si mostrarono fedeli al loro ideale; né la istitu-
zione si mostrò sempre pari alla nobiltà e all'altezza del suo compito; lo provano in parte le ironie della novellistica e dell'epopea eroicomica; tuttavia resta sempre vero che la c. rappresentò un contributo efficace al risorgere della giustizia e della gentilezza in tempo di facili e comuni prepotenze e sopraffazioni.
BibL.: Oltre alle opere citate sopra, cf. K. Schmidt, Die Geschichte der Pädagogik in weltgeschichtl. Entwichtung, II, Cöthen 1861, pp. 230-62; C. Cantu, Storia universale, V, 10* ed., Torino 1887, pp. 393-416; e nota B. no. 790-98; Jean de Meung, L'art de chevalerie, Parigi 1897; F. W. Cornish, Chivalry, Londra 1901.
Celestino Testore