CERVANTES SAAVEDRA, MIGUEL de. - Scritore spagnolo, n. nel 1547 (forse il 29 sett.) ad Alcalá de Henares, m. a Madrid il 23 apr. 1616. È probabile che il futuro autore del Quijote abbia studiato a S. Vigilia con i Gesuiti (1564-65) ed a Salamanca fra il 1582 e il 1584, poi a Madrid nella scuola di Juan López de Hoyos. In Italia, ove giunse al seguito del card. Acquaviva, lo affascinò la «libre vida» e in particolare la «impose alla sua ammirazione Roma «señora del mundo» e, nella Roma cattolica, «la autoridad del colegio de los cardinales, la majestad del sumo pontificio, el concurso y variedad de gentes y naciones»: e il miraggio di Roma splendere ancora nel suo ultimo sogno romantico, le avventure di Persiles e Segismunda. Uomo d'azione e di cultura, lo si trova nel 1571 eroico combattente alla battaglia di Lepanto, ove un colpo d'archibugio gli porta via la mano sinistra; lo si ritrova, dopo un soggiorno a Messina, a Corfù, all'assedio di Navarino e nell'impresa di Tunis (1573). Di guarnigione, l'anno seguente, a Napoli e Palermo, durante il viaggio di ritorno in Spagna è fatto prigioniero dei Saraceni e trasportato ad Algeri, ove per ben cinque anni dovrà imparare a tener paciencia en las adversidades, fino a che frate Juan Gil potrà completare la somma offerta dalla famiglia del C. e raggiungere i 500 scudi richiesti dai pirati per il riscatto (sett. 1580). Ma in Spagna lo attendono ristrettezze e amarezze: ricopre successivamente mostre impieghi, e il matrimonio con Catalina de Salazar y Palacios (1584) finisce con l'aggiungere nuove delusioni alla sua vita travagliata. Nominato commisario per l'incetta di viveri destinati all'«Armada invencibile» ed alle navi in rotta per le Indie, perde il posto in seguito al disastro di quella: nuove tristi esperienze, anni oscuri di travaglio e di miserie si vanno susseguendo, fino a venir coinvolto con i suoi in un processo per omicidio. Nel 1607 è a Madrid ove, pur essendo già pubblicato il suo capolavoro, resterà confuso fra la massa, oggetto più di satire che di elogi: Lope giungerà, infatti, ad affermare non esservi poeta così cattivo come C. e «tan necio que alabe a don Quijote». Il 23 apr. 1616 si chiude la sua faticosa giornata terrena: pochi giorni prima, «puesto ya el pie en el estribo», scriveva la dedica del suo libro al conto di Lemos.
Desolata ed eroica, la vita del C. coincide con i primi tempi della decadenza della Spagna ed appare sintesi di quel duplice mondo, piacevole ed eroico, tra i cui estremi oscillava ormai la vita nazionale. Poeta di scarse virtù, come egli stesso lamenta «me desvelo» per parere che un giorno di pace la gracia che non può darmi e il cielo», imitatore soprattutto di Garcilaso, l'opera sua lirica si rivela ineguale e solo di rado illuminata da felici momenti (il «Canto de Caliope» nella Galatea, ispirato a Gil Polo, alcune composizioni inserite nelle novelle, la dignitosa e nobile epistola a Matteo Vázquez, qualche sonetto ed in particolare quello ispirato dalle esequie di Filippo II, due canzoni di tono herreriano all'«Invencible Armada» ecc.): il suo maggior poema è il Viaje del Parnaso (1614), ispirato all'omonima opera di Cesare Caporali, in cui il motivo del fantastico viaggio consente la critica mordace dei poeti contemporanei ed un soffio di emozione è solo portato da affronti ricordi autobiografici.
Drammaturgo, ci ha lasciato, oltre otto intermezzi, dieci commedie che sembra abbia composto in due periodi distinti, e cioè ca. il 1590 e, con minor successo, nel decennio anteriore alla pubblicazione delle Novelas (1613), che infatti nel 1615 pubblicava 8 commedie e 8 intermezzi, di cui è però impossibile fissare una precisa cronologia: al primo periodo appartengono, invece, la Numancia e il Trato de Argel (oltre commedie andate perdute), in cui rivela scarso interesse per la struttura drammatica e, invece, spiccata preoccupazione psicologica e fervida passione. Solo più tardi tenterà imitare Lope, sperando di raggiungere con l'accumulo di episodi e di personaggi ciò che questi raggiungeva col talento drammatico e con l'esperta tecnica teatrale. Disparati gli argomenti, che vanno da quelli della «comedia de santos» (El rufián dichoso) a quelli «de cautivos» (La gran Sultana), a motivi picareschi (Pedro de Urdemalas), ecc.; migliori fra tutte: Los baños de Argel, dramma intensamente patetico, e il Pedro de Urdemalas, ricco di poesia e di situazioni svariatissime; ma da tutte è evidente che il C. finemente intuì l'essenza della futura commedia nazionale, e ciò sia per la conoscenza che vi dimostra della società da cui quella si esprime, sia per l'aver presentato forme e concezioni di Lope e Calderón. Negli intermezzi (otto ne ha lasciati), il C. è insuperabile, né potrà esser raggiunto neppure da Quijones de Benavente o da Ramón de la Cruz: in essi il realismo dei pasos del grande Lope de Rueda (così egli stesso lo proclama), che aveva conosciuto nella prima giovinezza a Valladolid e a Madrid, è trattato in temi attinti ad ogni fonte, al Rinascimento italiano, alla vita della hampa, al più suggestivo folklore, realizzando quadri di ambiente che son quasi acqueforti di straordinaria precisione e penetrante psicologia, ove si stagliano non tipi popolari, ma caratteri e addirittura decise individualità, sottolineate da arguti tocchi satirici.
Galatea, la prima opera pubblicata dal C. (1584), è un romanzo pastorale di scarso interesse nell'azione, ma di grande valore quale documento dell'estetica dell'autore: pur mancando di quello sfondo e di quegli elementi
tipici che abbelliscono le creazioni di Montemayor e di Gil Polo, orientata sui principi di filosofia neoplatonica dei dialoghi di Leone Ebreo, mista di prosa e di versi (migliore quella di questi), presenta talora pagine nitide e smaglianti: e l'elemento pastorale, tuttavia (per Galatea il C. nutrirà sempre una particolare tenerezza), penetrerà, e non scarsamente, anche nello stesso maggior romanzo in episodi come quello di Marcella e Grisostomo. Le dodici Novelle esemplari (pubblicate nel 1613), il cui titolo già tradisce la volontà di rendere omaggio al Concilio di Trento (dice infatti il prologo «no hay ninguna de quien se se pueda sacar algun ejemplo provechoso», benché solo in alcune occasionamente l'intento didattico-morale traspia), pur affiorando sempre la morale naturalistica dell'autore, accolgono varie influenze e tendenze, intensamente realistiche le une, idealistiche le altre, di origine talora tipicamente spagnola, talora ispirate invece alla Rinascenza italiana. Non profonde ma narrate con grande arte, sobrie ed eleganti, agli ed armoniose, diverranno modello della narrazione breve del sec. XVIII; e attraverso le avventure della Gitanilla, il colorito appassionato e sentimentale del Celoso extremo, o l'umorismo del Coloquio de los perros e del Licenciado Vidriera, che par riassumere l'essenza della esperienza morale dell'autore, o i quadri della vita della hampa quale appare in Rinconete y Cortadillo, offrono scene di intensa forza plastica e di alta bellezza.
Nel 1605 veniva pubblicato il Don Quijote, successivamente ristampato più volte e subito tradotto in inglese nel 1612, in francese due anni più tardi, in italiano nel 1622; romanzo che, scaturito da originali motivi di critica letteraria («poner en aborrecimiento de los hombres las fingidas y disparadas historias de los libros de caballerías») ha acquistato, nel progressivo svolgimento, significato di simbolo. Sintesi dei più vari modelli della letteratura narrativa contemporanea (romanzo pastorale, novella italiana, romanzo cavalleresco), i vari motivi si intrecciano intorno alle avventure del cavaliere e del suo scudiere e danno all'opera un senso di vita prodigioso, restato impareggiabile nella storia di ogni letteratura. Don Chisciotte, la cui prima salida è tutta una satira contro i romanzi cavallereschi, fin dalle prime parole è presentato in tutta la sua umanità: condotto alla pazzia dalle eccessive letture di quei libri, rimane sempre un uomo, colui che in una calda giornata di luglio s'incammina per la campagna di Montiel mentre vieno a lui misura il passo Sancio Panza, anima popolana, ma anch'essa di umanissima e pur primitiva psicologia, guazzabuglio di egoismo e di bontà, di ammirazione per il suo signore, di scetticismo e di fede. Intorno ai due erranti si delinea il paesaggio visto con fedeli occhi e balza un mondo molteplice di personaggi. Non immobili simboli, l'uno dell'ideale, l'altro del pratico buon senso, Don Chisciotte e Sancio nella lunga fraterna consuetudine si avvicineranno spiritualmente l'uno all'altro, si che l'uno sul declinare della vita riacquisterà ragione e buon senso e l'altro si solleverà a poco a poco verso un mondo superiore. Creato all'incrocio di due secoli, da un artista che ha visto la gloria di Lepanto sommersi nella tragedia dell'Arma e nell'onda dello sbarco inglese a Cadice, l'opera è dolorosa parodia di quell'eroismo e di quel senso di giustizia che va crollando di fronte alla frode bassa e meschina della picaresca vita quotidiana, in cui ideale e realtà non riescono ad armonizzarsi. I due eroi sono simboli l'uno e l'altro dello spirito del tempo, l'uno incarnando la falsa strada che conduce al delirio dell'illusione, l'altro quella che porta al materialismo, ambedue rovinose per il popolo spagnolo. Ma la necessità di additare una luce di salvezza in tanta desolazione, è motivo dello stupendo sdoppiamento della personalità di Don Chisciotte, in cui l'inguaribile pazzia è temperata da un prudente spirito cavalleresco, al pari che l'ignorante egoismo di Sancio si illumina di schietto buon senso. Uscito in campo a difesa del suo ideale umanitario, l'autore stesso definisce le qualità del vero cavaliere: «canto en los pensamientos, honesto en las palabras, liberal en las obras, valiente en los hechos, sufrido en los trabajos, caritativo en los menesterosos, y finalmente mantenedor de la verdad, aunque le cueste la vida el defenderla». Animato dello stesso spirito eroico di un s. Ignazio o di una s. Teresa (l'acute accostamento è di L. Pfandl), il C. sopporta per il suo ideale persecuzioni e scherni, incapace di arrendersi ai continui disinganni se non all'ora della morte, in cui deve finalmente riconoscere la tragica vanità della sua azione.
Tutti i motivi letterari del sec. XVI, narrativi e critici, si contengono nell'opera, che tuttavia ha, in pari tempo, dei punti di contatto con la letteratura del sec. XVII, principalmente per quel senso di contrasto da cui scaturisce tutto il lavoro, e che ricompono in una soluzione umoristica il gran dissidio fra il piano ideale e quello umano.
La pubblicazione (1614) di una continuazione apocrifa dovuta al «licenciato Alonso Fernandez de Avellaneda» precedette di un solo anno quella della seconda parte del romanzo, superiore forse alla prima poiché un'umanissima emozione, quasi un superamento degli stessi personaggi, la lentamente accentuandosi fino alla morte dell'eroe.
Ma il dramma del C. che s'identifica con il suo eroe, come apertamente egli stesso afferma («par mi solo nacio don Quijote y yo para él: él suo obrar y yo escribir: solos los dos somos para en uno»), trova degno finale nell'opera Los trabajos de Persiles y Segismunda (1617), estrema sintesi ove tutte le aspirazioni dell'autore, sogni e romantiche imprese della gioventù, fantasia e sentimento, trionfano in magnifiche avventure, che si svolgono su sfondo sempre mutevole, dai misteriosi paesi del nord alla terre assolate di Spagna e d'Italia, e sono narrate con lo stile più ricco e colorito, più elegante e terso. Sembra che in quest'opera, di cui si sono formulati i più vari e contrastanti giudizi, il C. abbia voluto veramente sognare (come è stato detto con felice espressione) il suo ultimo sogno romantico.