CESAREO, TAGLIO. - È l'estrazione del feto e degli annessi attraverso la parete uterina. Il nome sembra derivare dalla descrizione che Plinio Secondo, nella sua storia naturale, ha fatto della nascita di Scipione Africano: «a caso matris utero».
Certamente pratica antichissima, fu eseguito, fin quasi ai nostri giorni, o su donna agonizzante come ultimo tentativo di salvezza del feto, o nella decisione di sacrificare piuttosto la vita materna a vantaggio della fede. Questo perché, data la tecnica primitiva (si lasciava generalmente in cavità addominale l'utero non saturato provocando così emorragia ed infezione) e la mancanza o l'insufficienza di asepsi ed antisepsi, era operazione di grandissimo rischio per la donna. Solo nel 1876 Edoardo Porro riuscì a migliorare grandemente la prognosi materna del t. c.; ciò si per l'affermarsi dell'antisepsi in chirurgia, sia, soprattutto, per la sua tecnica operatoria: egli, estratto il feto dall'utero messo allo scoperto dopo incisione della parete addominale, amputava l'utero stesso e le ovaie, diminuendo così enormemente il pericolo dell'emorragia e dell'infezione. Ma se la mortalità materna scendeva così al 15-20%, rimaneva sempre una operazione troppo mutilante per la donna. Dopo soli 6 anni Kehren e Sänger attuarono il t. c. «conservatore» con cui si lasciava alla donna, con l'utero saturato, la possibilità di ulteriori gravidanze. Da allora successivi perfezionamenti di questa operazione fondamentale dell'ostetricia moderna hanno fatto sì che la mortalità materna e fetale sono scese a percentuali irrisorie, e la cicatrice della ferita uterina non pregiudica quasi affatto le gravidanze successive, ed anzi oggi si offre la possibilità all'ostetrico di eseguire su pazienti già eserziate ulteriori ripetuti t. c. Casi di donne operate fino a 3-4 volte sono ormai frequenti.
Le indicazioni assolute al t. c. sono tutte quelle condizioni cliniche in cui il parto non può avvenire per le vie naturali. P. es. la viziatura pelvica di un grado notevole, cioè la ristrettezza del bacino materno in uno o più dei suoi diametri, di tale grado da impedire al feto il passaggio attraverso il bacino stesso; i tumori che occludono la parte bassa della pelvi materna, ecc. Ma la minima mortalità, e soprattutto il fatto di non pregiudicare col t. c. le ulteri.
riori gravidanzc, hanno esteso enormemente il campo delle indicazioni all'atto operativo, ed oggi lo si esegue anche per condizioni cliniche in cui fino a pochi anni or sono si ricorreva ad altri interventi che mettevano a maggiore rischio la vita della madre e del feto o pregiudicavano successivi parti, o addirittura mettevano l'ostetrico nel dubbio di sacrificare il feto per tentare la salvezza della madre, p. es., con operazioni embriotomiche. Lo si esegue perciò nella placenta previa centrale, nella sclerosi del collo uterino, in caso di macrosomia fetale, in caso di presentazione di spalla, in viziatrice pelviche di grado ancora eccessivo ecc.
Il t. c. demolitore lo si esegue oggidì solo in rare, particolari condizioni; in questi casi l'esigenza prima di salvare le due vite materna e fetale fa passare in sottordine la preoccupazione di conservare alla donna la funzionalità uterina. Il t. c. post-mortem, cioè dopo la morte materna, si esegue oggidì nei rarissimi casi in cui è concesso farlo: infatti il feto può sopravvivere di qualche minuto alla madre; aperto allora rapidamente l'addome e l'utero, si cercherà di estrarre il feto ancora vivo e si suturerà quindi con pochi punti l'addome della donna. È rara la riuscita ed in genere si avrà quando la madre muore non per malattie prolungate, danneggianti perciò anche il figlio, ma per morte improvvisa, accidentale.