COLUCCI, GIUSEPPE. - Archeologo e storico delle Marche, n. a Penna S. Giovanni (arcidiocesi di Fermo) il 19 marzo 1752, m. a Fermo il 16 marzo 1809.
Fatti i primi studi in patria, li prosegui a Fermo dal 1767 sotto la guida dei Gesuiti. Sacerdote nel 1775, si laureò in giurisprudenza presso la locale università, ove poco dopo fu nominato « lettore » nella facoltà di Diritto. Protonotario apostolico nel sett. 1784, fu da molte accademie aggregato tra i loro membri.
Le sue principali cure furono rivolte allo studio delle antichità regionali, attrattivi fin da giovinetto dai vistosi ruderi dell'antica Faleria (oggi Piane di Falerone). Esordì con: Delle antiche città picene Faleria e Tignio (Fermo 1777; con appendice, Macerata 1778) e continuò a Macerata con Cupra Marittima antica città picene (1779), Treja antica città picene, oggi Montecchio (1780), Del Castello navale degli antichi Fermani (1783), Memorie istoriche della antica Terra di Monte Rubbiano, Osservazioni critiche e Lettere apologetiche.
Dalla storia particolare dei luoghi passò a quella generale di tutta la regione: Dei primi abitatori del Piceno (Fermo 1781 e 1785), Dei vari confini del Piceno (ivi 1785), Dei vari popoli che hanno abitato il Piceno (ivi 1785) e Delle varie Metropoli del Piceno (ivi 1785); e, fidando sulla collaborazione altrui, concepì il vasto disegno di raccogliere le antiche memorie di tutte le località del Piceno, e per questo impiantò anche una tipografia.
Nacquero così gli in-folio delle Antichità picene che costituiscono, ancor oggi, per gli studiosi, la fonte principale delle loro ricerche.
Il I vol. (Fermo 1786) fu dedicato a Pio VI, il quale, avendolo apprezzato assai, ordinò, con chirografo del 27 giugno 1786, che « ciascuna città, terra o castello del Piceno dovesse fornirsi di un esemplare dello storico marchigiano ». Nel 1796 uscì, « dai torchi dell'autore », il vol. XXX interamente consacrato al suo paese natale (Memorie istoriche della Terra di Pennasangiovanni).
L'opera fu interrotta al vol. XXXI (cui si aggiungono 4 fasc. di tavole, considerati come vol. XXXII) dalle vicende politiche del periodo giacobino e napoleonico, che costrinse il C., il quale aveva in animo di fare delle pubblicazioni anche sulla diplomatica picena e sugli uomini illustri della regione, a cessare ogni lavoro.
Con il 1800, C. avrebbe ripreso le opere sospese, se il suo intimo amico C. Brancadoro, fatto cardinale e vescovo di Orvieto, non lo avesse forzato a seguirlo come vicario generale di quella diocesi. Trasferito il card. Brancadoro alla sede arcivescovile di Fermo, sua patria (1803), confermò il C. come vicario generale.
Dalla dispersione della ricca biblioteca ed archivio di C. la biblioteca Comunale di Macerata ha salvato, nel 1932-33, il fondo principale dell'archivio, cioè quello in cui si conservano i 20 volumi ancora inediti delle

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Il C. è considerato il «Muratori delle Marche».