CUPOLA

CUPOLA. - È una volta a calotta di sesto semicircolare rialzato, ribassato o acuto risultante dalla rotazione di curve policentriche, destinata a coprire un vano di pianta quadrata circolare o poligonale

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(da H. Brockhaus, Die Kunst in den Athos-Klooten, 5ª ed., Lippa 1921) CUPOLA - C. del Dochiarion (monte Athos).
impostandosi direttamente sul muro perimetrale oppure su sostegni interni indipendenti da esso mediante mensole, trombe d'angolo o pennacchi oppure mediante un tamburo con o senza finestre. A prescindere da ogni considerazione sull'origine della c. che ebbe certo nell'architettura romana il massimo sviluppo, tutti i tipi si trovano già in uso nella primitiva arte cristiana per le costruzioni a sistema accentrato con la differenza che prevalgono sostegni indipendenti dal muro perimetrale; la struttura della c. tende progressivamente ad alleggerirsi con l'adozione di anfore o tubi fittili continuando un procedimento già noto ai costruttori romani. In Italia si possono citare gli esempi di S. Costanza a Roma, del battistero di Nocera dei Pagani, del S. Lorenzo di Milano, del mausoleo di Galla Placidia, dei due battisteri e del S. Vitale di Ravenna.

In Asia Minore invece la c. viene inserita prima sulla basilica di tipo anatolico coperta da volta a botte e poi sugli schemi cruciformi; nel corso della sua evoluzione l'architettura bizantina sviluppa sempre più il tamburo traforato da finestre e rende sempre più complesso il sistema di equilibrio delle spinte. La serie delle chiese costantinopolitane (SS. Sergio e Bacco, S. Sofia, S. Irene, S. Teodosia, S. Giovanni in Trullo, S. Maria Diaconissa, S. Maria Panachrantos, S. Maria Pammacharistos, S. Salvatore in Chora) dimostra l'alto grado di perfezione raggiunto dai costruttori bizantini.

In Italia nel periodo romanico le c. vere e proprie dipendono da esemplari o da influenze bizantini e moreschi ed in tal caso mostrano all'esterno l'estradosso della volta (S. Marco a Venezia, duomo di Pisa, S. Ciriaco e S. Maria in Porto Nuovo ad Ancona, duomo di Caserta Vecchia, duomo di Molfetta, S. Giovanni degli Eremiti, e S. Cataldo a Palermo, Annunziata a Messina ecc.). Nelle costruzioni longitudinali di tipo lombardo per essere a spicchi impostate su un ottagono e non apparenti all'esterno TIBURIO (v.). Nel Trecento il prevalere del gusto gotico sviluppa fino quasi al limite dell'irrazionale il tiburio che per determinare secondo una precisa forma geometrica lo spazio interno raggiunge effetti di natura del tutto particolari; di grande interesse appare quindi la pianta di S. Maria del Fiore preparata per una copertura cupoliforme sul vano centrale innestato alla triplice navata. E al principio del sec. XV sorge la c. agile, di sezione archiacuta a doppia calotta tenuta insieme dalle nervature che limitano gli otto spicchi; l'opera risente ancora del gusto gotico per vari elementi ma nella definizione dello spazio concluso

e preciso annuncia i tempi nuovi. La c. progettata invece dall'Alberti per il Tempio malatestiano, a quanto risulta dalla medaglia di Matteo de Pasti, era a calotta emisferica sul tipo del Pantheon. Le c. si moltiplicano nel corso del sec. XV, la Madonna dell'Umiltà a Pistoia, S. Maria delle Carceri a Prato, S. Maria delle Grazie al Calcinaio, S. Maria del Popolo e S. Maria della Pace a Roma sono tutte ispirate ad un senso vivo della linea che ne accentua lo slancio e l'eleganza.

Con Bramante sia nel tempietto di S. Pietro in Montorio, come nel progetto per S. Pietro, la calotta sta sul tamburo perdendo ogni slancio, con un senso di gravame che nel secondo caso il tamburo traforato a loggiato avrebbe accentuato. La storia della c., si compendia in quella di S. Pietro nella quale il progetto sangallesco se sviluppa il tamburo fino a nascondere in parte la calotta conferisce ad essa uno sviluppo maggiore di un semicerchio. Si prepara così la trionfale soluzione michelangiolesca di una c. a doppia calotta che permette oltre ad una singolare stabilità un maggiore slancio esterno ed una più coerente definizione dello spazio interno per essere la prima calotta impostata alquanto più bassa. La plastica potenza del tamburo serve a contraffortare efficacemente le spinte della duplice calotta mentre l'ampio respiro dello spazio interno domina quello di ogni altro vano subordinandolo a sé in una sintesi che non permette deviazioni. Accanto al maggiore esemplare cinquecentesco si possono ricordare quelli del santuario di Loreto, del S. Biagio a Montepulciano, di S. Maria di Loreto a Roma, di S. Maria di Carignano a Genova o del Redentore a Venezia più aderente allo spirito bramantesco che alla innovazione di Michelangelo. Ma già nel vignolesco Gesù di Roma il diametro della c. diviene superiore alla larghezza della navata in modo da potenziare con le

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(fot. Alinari) CUPOLA - C. della Sagrestia Nuova di S. Lorenzo. Michelangelo - Firenze.
linee curve del fondale la dilatazione dinamica dello spazio interno; su tale via si posero i costruttori romani nel tardo Cinquecento e del Seicento, primo fra tutti il Della Porta cui spetta il merito di aver girato la duplice calotta del michelangiolesco S. Pietro non senza qualche modificazione rispetto al progetto definitivo del maestro. Poi le timide calotte impostate su pianta ellittica si articolano in vere c. secondo una successione nella quale primeggiano gli architetti operanti a Roma dal Vignola a Francesco da Volterra e agli stessi Bernini e Borromini. Il sesto diviene ancora più complesso ed il tamburo si articola plasticamente in S. Carlo ai Catinari, in S. Andrea della Valle o in S. Carlo al Corso a Roma; e in S. Ivo alla Sapienza il Borromini compone la c. continuando e raccordando le sezioni convesse-concave delle strutture perimetrali con meraviglioso ardimento costruttivo. Poi la c. tende a dominare con la sua massa l'intera chiesa concepita come suo basamento ed il problema di percepire appena sull'ingresso lo spazio interno da essa limitato determina varie modificazioni di pianta e d'alzato. Fuori di Roma le c. del Guarini con le loro sorgenti luminose ricavate nella calotta o inserite fra le due calotte non concentriche generano effetti di singolare scenografia. Con lo Juvara a Superga si ha un ritorno alle forme più composte e misurate accolte in genere nel Settecento.

Fra le c. ottocentesche eredi della tradizione si possono citare quelle della Gran Madre di Dio a Torino, di S. Carlo a Milano, del S. Francesco di Paola a Napoli, ecc. Poi la tecnica nuova spinta fino alle sue estreme conseguenze lascia nel S. Gaudenzio a Novara un esempio curioso di tamburo a vari ordini sovrapposti che viene meno agli scopi e agli effetti che si richiedono ad una vera e propria c. Mutato il modo di sentire lo spazio, le c. sembrano destinate a tramontare col prevalere del cemento armato; poi sono riaffiorate dalla molteplicità formale dell'elettismo ottocentesco e moderno le nuove interpretazioni dei tiburi romanici ed infine ancora qualche c. nella scia della tradizione cinquecentesca. - Vedi tavv. LXIX-LXXII.

BIBL.: A. Choisy, L'art de bâtir chez les Romains, Parigi 1882, passim; id., L'art de bâtir chez les Byzantins, ivi 1886; Venturi, VIII e XI, passim; A. E. Brinsmann, Die Baukunst des
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“CUPOLA.” Enciclopedia Cattolica, vol. IV (1950), p. 629. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/cupola.