DELFI, ORACOLO di. - È l'oracolo principale della Grecia situato nella Focìde, a 573 m. sul mare, sul declivio meridionale del Parnaso, presso la fonte Cassotis su di una fenditura del terreno (χάσμα γῆ).
Prima divinità occupatrice del luogo, destinato a così grande avvenire mantico, fu la Terra (Τῆ) rappresentata dal serpente Pitone (Πύθων) nome applicato anche alla rocciosa località; il che si spiega data la natura del terreno comunicante con il sotto-suolo. La preistorica santità del luogo è documentata da ritrovamenti dell'epoca minoica. A questo luogo, dopo la temporanea signoria di Posidone, successo alla Terra, giunse una tribù dorica adoratrice di Apollo che vi insediò il suo dio, il quale, vinto il serpente, divenne signore dell'oracolo.
Da principio i responsi vi erano dati da segni esterni: canto e volo degli uccelli, pietruzze; ma in un secondo tempo questa mantica di tipo inferiore fu sostituita da quella intuitiva, cioè per ispirazione del nume, che dava i responsi per bocca della sua particolare sacerdotessa, giovane e vergine, la Pizia.
Questo cambiamento sembra dovuto all'influsso della religione dionisiaca la quale assai presto raggiunse D. ed è caratterizzata dal furore sacro da cui sono prese le adepte del culto bacchico. Lo scoliaste di Pindaro (Pyth., 297) considera Dioniso perfino come anteriore ad Apollo nel possesso di D. Quivi ogni due anni si celebrava la festa di Dioniso e nell'interno del santuario era venerata la sua tomba; quivi sul frontone posteriore del tempio era raffigurato un thiaso dionisiaco e i tre mesi dell'inverno durante l'assenza di Apollo, che partiva per le regioni iperboree, erano a lui consacrati. Eschilo (fragm. 341) chiama Apollo «il bacchico, suscitatore di mania, ornato di edera».
Parte essenziale del santuario era il sotterraneo del tempio (ἐξύτοον) dove si trovava: 1) l'orfalo (= ombelico), simbolo del centro religioso ideale della terra, pietra cilindrica terminata a forma ovoidale coperta di bende

di disposte a rete o spioventi, che ricordava la tomba del serpente Pitone vinto da Apollo ed era simbolo del santuario; su di esso perciò si trova sovente, nelle figurazioni, seduto Apollo; 2) il tripode, alto supporto costituito da tre aste tenute insieme da un cerchio che sosteneva un catino (ἀξίφης) sul quale sedeva la Pizia nel momento dell'accesso divino (Plut., Pyth. orac., 6) dopo aver bevuto l'acqua della fonte Cassotis e aver preso in bocca una foglia di lauro; 3) la tomba di Dioniso. I consultanti (ἐξοφάνιοι) udivano le parole della Pizia, senza poterla vedere.
Presiedeva all'oracolo un sacerdozio reclutato tra l'aristocrazia delfica, costituito da due leξεις che assistevano la Pizia, raccoglievano e interpretavano le parole e i suoi da quella emessi, spesso ambigui tanto da meritare ad Apollo il titolo di λοξίας, l'αθλιώνα, che venivano poi formolati in esametri o in giambi sebbene non fosse esclusa anche la prosa. V'erano anche gli ὀσιοί, «puri» in numero di cinque addetti alle consultazioni e gli ἐξηγέται «esegetti», che spiegavano agli interroganti l'ottone, non responso, confermandolo con procedimenti divinatori.
Le consultazioni avevano luogo, un tempo, una volta all'anno, il giorno 7 del mese di Bysios (marzo-apr.), in seguito una volta al mese, detratti i tre mesi invernali sacri a Dioniso.
Il mantenimento del santuario dipendeva dal contributo degli stati greci; perciò nei momenti politicamente decisivi l'oracolo ebbe sempre una politica vacillante: «medizzo» durante le guerre persiane (Erodoto, VII, 149), «filippeggiò» durante l'azione di Filippo il Macedone (Dem., Or., 58, 37); osteggiò in genere i tiranni, dato il suo spirito eminentemente aristocratico e conservatore.
La sua azione fu assai benefica nel dirigere la colonizzazione dei Greci, che all'oracolo, centro di osservazione di primo ordine per affluenza di genti di ogni provenienza, domandavano consiglio. Ebbe anche indirettamente attività legislativa scegliendo i legislatori di una città o approvandone l'opera; provvide anche alla manomissione degli schiavi che, sborsata una somma avanti a testimoni, diventavano liberi in quanto addetti al santuario che ne garantiva l'acquistata libertà.
Attorno al santuario era costituita una Anfizionia
(ἀμφι-κτίονες «quelli che abitano vicino») formata dai rappresentanti delle varie tribù (non città) greche: gli anfizioni esercitavano la soprintendenza del santuario, organizzavano i giochi pittici in onore di Apollo, giudicavano le questioni tra le città anfizioniche e con ciò contribuirono a dare ai Greci il senso della loro unità oltre le barriere civiche, e a far sentire D. come il filosofare comune (κοινή, ἐστία: Plut. Arist., 20) del popolo greco.
Oltre queste benemerenze politiche l'oracolo contribuì anche a ingentilire il costume, riservandosi di giudicare la vendetta del sangue (Oreste è colpevole nel fòro esterno come matricida, ma è giudicato innocente nel fòro interno) educando la coscienza morale dell'individuo; sono note le sentenze: «conosci te stesso» (γνῶθι σχινόν), «evita ogni eccesso» (μηθέν ἄγαγον), fuggi «la tracotante protervia» (ὑβρις).
Dopo la cosiddetta guerra sacra (600-590) tra D. e quei di Crissa, nel cui territorio stava il santuario da cui i Crissi pretendevano tributi, questo acquistò la sua autonomia che aprì per esso un'epoca di grande prosperità attestata dagli edifici che fioriscono intorno al santuario. L'ingerenza macedonica, che si esercitò anche a D., fece decadere la fama del santuario il quale inoltre subì una duplice invasione dei Galli (279 e 109 a. C.) e poi l'occupazione romana.
Gli imperatori si sforzarono di restaurare il culto e il santuario. Augusto riorganizzò l'anfizionia, Dominiano restaurò il santuario spogliato da Nerone, Traiano portò a 30 gli anfizioni con l'intento di costituire un consiglio amministrativo per la provincia di Macedonia e Achaia; Adriano e gli Antonini contribuirono al rifiorire della città. Durante questo periodo Plutarcò fu per venti anni, dal 105 al 126, sacerdote del santuario e ci ha lasciato tre scritti sul medesimo.