DEVOTIONE

DEVOTIONE. -

I. NOZIONI GENERALI

Non sempre la parola d. viene intesa rettamente. Spesso si confonde questo termine con le d. al plurale. Queste ultime sono piuttosto alcuni mezzi per raggiungere la vera e propria d. Qualche altra volta il termine viene usato ad indicare l’attenzione ed un certo fervore sensibile nell’orazione. In senso stretto, si potrebbe definire: «un movimento rivendenziale e insieme affettuoso dell’anima verso Dio, che riconosciamo avere prerogative degne di amore e di rispetto». È un atto insieme dell’intelletto che conosce l’amabilità di Dio e della volontà che si dona al suo servizio. S. Tommaso l’annovera tra gli atti interiori della virtù della religione, assieme al-

l'orazione. L'oggetto dunque principale della d. è Dio, il quale ne è pure la causa principale, in quanto egli la dà, la sostiene, l'accresce, secondo il suo beneplacito (Sum. Theol., 2a-2a, q. 82, a. 3). Da parte dell'uomo esige però un atto della volontà, la quale deve essere decisa a rimanere costantemente consacrata al servizio di Dio, nonostante tutte le prove fisiche e spirituali. La d. infatti non è frutto del sentimento, ma della volontà. Il fervore stesso della d., che spesso erroneamente si crede dovuto al sentimento e quindi incostante, può essere invece uno stato permanente dell'anima, che sotto la spinta di una volontà robusta si tiene costantemente nell'esercizio totale del servizio di Dio. È necessaria come la virtù di religione cui appartiene. S. Ambrogio dice che la d. è «la prima virtù e il fondamento delle altre e Dio la esige da tutti» (De Abraham, I, 2).

II. QUALITÀ DELLA D

a) Distacco dalle cose terrene. Come nota giustamente s. Tommaso, d. (da devoveo) etimologicamente significa «consacrazione alla divinità». Ciò importa necessariamente una donazione totale senza interferenze di altri oggetti umani. b) Sommissione completa alla volontà di Dio in tutte le vicende liete e tristi della vita. c) Non ricercare affannosamente le consolazioni interiori che talora, per bontà di Dio, accompagnano la d., ma tendere disinteressatamente alla perfetta unione con Dio mediante la carità. d) Di conseguenza la d. deve ancorarsi, come la virtù di religione, in una fede cosciente e vissuta. Da tutto ciò segue che la vera d. non deve limitarsi ad una conoscenza meramente intellettuale delle esigenze di Dio, ma deve tendere ad una unione effettiva (Sum. Theol., 2a-2a, q. 182, a. 1 e 7).

III. MEZZI PER OTTENERLA

S. Tommaso ne indica uno, che egli chiama però «causa intrinseca della d. da parte dell'uomo». È la contemplazione o meditazione.

La meditazione deve avere presenti soprattutto due considerazioni: a) la bontà di Dio e i benefici che l'uomo da lui ha ricevuto; b) la coscienza delle proprie mancanze, che ci obbliga a levare gli occhi al cielo, per ottenere da Dio il perdono e l'aiuto. Secondo i migliori Dottori della Chiesa, un mezzo molto efficace è la meditazione dei misteri della vita, della Passione e Morte di N. S. Gesù Cristo. Altri mezzi che potrebbero aiutare ad ottenerla e ad accrescerla, sono: 1) la direzione spirituale; 2) l'uso frequente dei Sacramenti; 3) l'abitudine della vita interiore e dell'unione con Dio; 4) la preghiera, mezzo indicato pure da s. Tommaso; 5) la mortificazione delle passioni che turbano e distraggono l'animo dalla vera d.; 6) le d. particolari approvate dalla Chiesa e suggerite dai santi.

IV. EFFETTI DELLA D

Sempre secondo l'Angelico, sono la letizia spirituale, che sorge dalla considerazione della bontà di Dio, e insieme un senso di tristezza che ha origine dalla coscienza delle proprie mancanze e dell'influenza della nostra natura a compiere perfettamente i propri doveri verso Dio. La speranza, che diviene certezza, dell'aiuto di Dio, muta in serenità e in gioia anche questo sentimento di pentimento e di umiltà.

Da quanto finora si è detto si conclude che la vera d. non è un'esperienza né consiste nell'osservanza di alcune pratiche religiose determinate, bensì è sentimentale, emotiva, espressione viva e positiva della nostra fede in Dio e dell'affetto che sentiamo nel nostro cuore per lui. La d. suppone una profonda venerazione per Dio, una sincera riconoscenza verso lui, il desiderio di essergli uniti e la rassegnazione alla sua divina volontà.

V. PRATICHE DI D

Sono i mezzi per raggiungere il fine, che è la d., cioè l'atto interiore della virtù della religione. Pratiche di pietà e pratiche di d. sono 1a stessa cosa.

Le grandi d. cattoliche sono indirizzate alla S.ma Trinità, a N. S. Gesù Cristo, alla b. Vergine Maria, a s. Giuseppe, agli angeli, ai santi e alle stesse anime del Purgatorio (v. CULTO). Le pratiche di d. più comuni, come il segno della Croce, la Via Crucis, l'Ora Santa, la visita del S.ma Sacramento, le processioni, i nove primi venerdì ecc., hanno avuto l'approvazione esplicita o implicita della Chiesa e il favore dei maestri di spirito.

Queste d. offrono dei preziosi vantaggi (indulgenze, ecc.) e grazie particolari di ordine spirituale e anche materiale. Tutte producono effetti morali e sociali del più alto interesse. È nella pratica di queste d., così scioccamente disprezzate o neglette dagli spiriti miopi o ciechi, che piccoli e grandi, bambini e adulti, dotti e ignoranti, hanno appreso ed apprendono ad elevare le loro anime al di sopra delle volgarità o delle turpitudini di questo mondo. Occorre però evitare gli abusi. Le pratiche di d. divengono abusive quando fanno passare delle pratiche del tutto secondarie avanti agli atti fondamentali della religione; quando prendono nella vita una parte troppo preponderante, passando perfino dinanzi ai doveri del proprio stato; quando tutto l'effetto si fa dipendere dall'atto esterioro o peggio ancora da una particolare combinazione degli atti esteriori. Il culto interiore con la pratica della virtù cristiana è la condizione essenziale perché le pratiche di d. raggiungano il loro scopo e si eviti la superstizione. C'è inoltre un certo ordine da seguire nelle pratiche di d. Di obbligatorio in esse non c'è se non quello che Dio e la Chiesa prescrivono nel culto pubblico, nei Comandamenti e nei Precetti. C'è infine il rispetto per le norme della Chiesa in materia di culto. Alcune pratiche di d. sono state proscritte dalla Chiesa; così la devozione al Cuore di Gesù pentente (S. Uffizio, 15 luglio 1893), il titolo di B. V. Maria interiore (S. Uffizio, 13 dic. 1893), la devozione al Cuore di s. Giuseppe (S. Congregazione dei Riti, in Nanneten, 14 giugno 1873), la devozione all'amore annientato di Gesù, e il rosario delle SS. me Piaghe di N. S. Gesù Cristo (S. Uffizio, 12 dic. 1939; AAS, 32 (1940), p. 24).

Per le norme del CIC in proposito (can. 1259, 1261, 1279) V. CULTO. Il S. Uffizio con decreto del 17 maggio 1937 ritornava sull'argomento di non introdurre nuove forme di d. nella Chiesa (AAS, 29 (1937), p. 304). A questo decreto si richiama anche la recente enciclo. Mediator Dei et hominum del 20 nov. 1947 (AAS, 39 (1947), p. 588). Anche i libri di pietà e di d. non si possono tampare né da chierici, né da laici senza l'approvazione ecclesiastica (can. 1385).

Bibl.: H. Leclercq, Devotion (Formules de), in DACL, IV, coll. 706-25; A. Tanqueray, Compendio di teologia ascetica e mitica (trad. II. di F. Trucco-L. Giunta), Roma 1928, nn. 206-305, 921-24; pp. 198-202, 372-75; E. Dubhain, Devotion, in DThC, IV, coll. 680-85; A. L. Masson, Vie chrétienne et vie spirituelle, Parigi 1929, p. 60-63; F. Schubert, Andacht, in LTHK, I, coll. 402-403; I. W. Curran, The hoministic concept of devotion, River Forest, Ill. 1941; G. Schryvers, I principi della vita spirituale, Torino 1946, p. 62 sqq.; J. Bricout, Les dévotions catholiques, in R. Aigrain, Ecclesia, encyclopédie populaire des connaissances religieuses, Parigi 1948, pp. 226-48; E. Janssens, De praxibus devotio-nis extraliturgicis, in Collectanea Meckliniana, 34 (1949), pp. 433-34.