DIREZIONE SPIRITUALE

DIREZIONE SPIRITUALE. - Assistenza prestata abitualmente a un'anima singola, per lo più in connessione con la Confessione sacramentale, per «condurla nelle vie di Dio, insegnarle ad ascoltare l'ispirazione divina e a rispondervi, suggerirle la pratica delle virtù conforme alla situazione in cui si trova; al fine di non solo conservarla nella purezza e nell'innocenza, ma di farla progredire nella perfezione e la santità» (N. Grou, Manuel des âmes intérieures, Parigi 1895, p. 109). S. Gregorio M. considerava la d. s. «l'arte delle arti».

I. NATURA E OGGETTO

Quantunque sotto il nome di d. s. qualche volta si intenda qualsiasi forma di assistenza spirituale interiore, esiste una netta differenza tra la d. s. e la direzione pastorale indirizzata a formare le anime affidate alla cura di un pastore spirituale, e la direzione sacramentale.

Oggetto infatti della d. s. è tutto ciò che riguarda la formazione spirituale. Essa quindi va oltre l'accusa delle colpe, poiché ricerca la causa dei peccati nel carattere, nel temperamento, nelle abitudini contrate, nelle tentazioni, nelle imprudenze, curando la possibilità di rimediarsi, in modo da colpire la raide del male. Si occupa delle virtù da praticare, degli esercizi spirituali capaci di arricchire l'anima di grazia, nonché della vocazione e delle grazie di stato, infine delle grazie «gratis data» e della chiamata ed ascesa alla perfezione: «proprie intelligitur in ordine ad perfeccionem, non ad simplicem vitam christianam tantum» (De Guibert, op. cit. in bibl., p. 167). Direttore spirituale, o maestro di spirito, è colui al quale un'anima abitualmente si affida, manifestandogli tutta la propria coscienza, affinché egli la dirige, istruendola ed eccitandola, nella via della perfezione, il che può avvenire sia entro la confessione, sia fuori (cf. de Guibert: op. cit. in bibl., p. 167, n. 184; E. de la Reguera, Praxis Theol. Myst., II, 8, q. 1, n. 17).

La d. s. deve limitarsi: 1) a presentare il piano della perfezione secondo il disegno preparato da Gesù Cristo ed interpretato dai Santi nella loro vita; 2) a determinare le vie della perfezione più pratiche e più conformi alle forze e all'indole dei singoli soggetti; 3) ad assicurare il costante progresso nella perfezione; 4) a segnalare le difficoltà che si incontrano nella via della perfezione e a fissare i mezzi più opportuni per evitare. R. Plus (op. cit. in bibl., pp. 15-28), precisa ancora meglio i limiti e le finalità della d. s.: «la d. s. ha un triplice oggetto: illuminare lo spirito, aiutare la volontà, consolare nelle pene». Deve illuminare lo spirito, scoprendo all'anima le mire di Dio su di lei, «soprattutto quando si tratta di scoprire e determinare lo stato di vita, o di prendere importanti decisioni, o di sottomettere a controllo un modo di orazione, o di praticare questa o quella penitenza, una guida è sommamente preziosa» (cf. F. Strowski, St François de Sales, p. 48). Deve fortificare la volontà, sostenendo piuttosto che conducendo. Molti, specialmente le donne, credono che il consolare nelle pene sia solo o prevalente fine della d. s. Da tale errore provengono molti abusi, «il bisogno di farsi compattire e di sentire parole che calmino, lettere interminabili, o visite esagerate e per la lunghezza e per la frequenza» (Plus, p. 28).

II. NECESSITÀ

La necessità della d. s. si basa su di un reale bisogno dell'anima (Plus, p. 30 sg.; de Guibert, p. 186). La Chiesa ha condannato infatti più volte dottrine non favorevoli, o avverse alla d. s.; così nella condanna delle dottrine americane (lett. apost. Testem benevolentiae, 22 genn. 1899): «exterum magisterium omne ab iis, qui christianae perfectioni adipiscendae studere velint, tamquam superfluum, immo etiam minus utile recituri».

La ragione ne sarebbe perché «ampliora atque uberiora nunc, quam elapsis temporibus, in animos fidei, sum Spiritus Sanctus influit charismata eosque medio, nemine docet arcano quodam instinctu atque agit» (Denz-U, n. 1970). Contro tale dottrina, molto affine alle dottrine del protestantesimo, Leone XIII insegna che Dio «homines plerunque fere per homines salvandos decrevit, ita illos quos ad praestantiorum sanctimoniae gradum advocat per homines eo perducendos constituit».

La necessità della d. s. in ordine al conseguimento della perfezione, evitat le esagerazioni di alcuni teologi, quale L. Boccardo (op. cit. in bibl., I, p. 181), che sostengono l'uso della d. s. essere necessario per tutte le anime, quando non esista la vera impossibilità di averla, e di altri che al contrario negano una generale necessità della direzione, ammettendone solo l'utilità (Ami du clergé, 1921, p. 427), si può così sintetizzare: 1) La d. s. è il mezzo ordinario e normale col quale Dio suole condurre le anime alla perfezione. «Troviamo — osserva Leone XIII nella lettera apostolica citata — alle origini stesse della Chiesa una celebre manifestazione di questa legge; benché Saulo... avesse inteso la voce di Cristo stesso... fu inviato ad Anania... Così fu sempre praticato nella Chiesa: questa è la dottrina unanimemente professata da tutti coloro che nel corso dei secoli rifulsero per scienza e santità» (cf. G. B. Scaramelli, Direttorio ascetico, I, trattato 1, a. III, c. 1; oltre Act. 9, 6, 17, allega II Reg. 3, 9).

Inoltre sia gli incipienti quanto coloro che sono inoltrati nelle vie spirituali sono soggetti al pericolo delle illusioni soggettive, ed hanno sempre bisogno di stimolo e di luce, sia nello stato di aridità spirituale, sia per coltivare meglio i doni dello Spirito Santo, e rispondere con generosa e costante docilità alle ispirazioni divine. Perciò quando la d. s. si può avere, senza straordinari sforzi e sacrifici, non è lecito disprezzare un tale ausilio fornitoci dalla Grazia, senza grave temerità e danno dell'anima. Il grado di tale utilità e necessità può variare e varia semplicemente col variare dei diversi fattori, quali il grado della vita spirituale raggiunto, lo stato di vita, le circostanze straordinarie, la ricchezza dei doni mistici.

«Le persone che sono in uno stato straordinario hanno bisogno più delle altre di essere guidate, e non devono mai fidarsi dei propri lumi» (Ecrits spirituels du vénéré, Libermann, Parigi 1891, pp. 355-56).

III. STORIA DELLA D. S. - Non è stata ancora esaurimentemente studiata. Negli epistolari di s. Cipriano, s. Girolamo, s. Agostino, s. Basilio, e di numerosissimi altri Padri, vi è ampia miniera per tale studio.

Per quanto concerne l'archologia cristiana, nel 1880 a Bath, in Inghilterra, fu scoperto un foglio di piombo con scrittura corsiva (E. W. B. Nicholson, *Vinius to Nigra, a IVth cent. christian letter, written in South Britain, and discovered at Bath, now deciphered, translated, and annotated*, Londra 1904): la lettera scritta da un certo Vinisio, probabilmente sacerdote, a Nigra, dama sposata, dà brevi ma sapienti consigli di d. s. (A. Baudrillart, *Vinius à Nigra. L'original d'une lettre de direction écrite il y a seize cents ans, in La quinzaine*, 12 [1905], pp. 243-46).

La d. s. ha le sue prime manifestazioni presso il monachismo orientale, nell'uso prescritto ai giovani monaci, di manifestare i loro difetti ai più anziani, per riceverne consigli (Cassiano, *De coenob. instit.*, V, 2; PL 7, 12). Hanno importanti accenni alla d. s. e sua necessità, riguardo ai monaci, s. Giovanni Climaco (*Scala paradisi*, grad. IV, 5-12; PG 88, 680-81; Cassiano (*Collationes*, coll. 11, capp. 1-13; PL 49, 526-42); s. Basilio (*Reg. brevius tractata*, 227; PG 31, 1233); s. Gregorio Magno (*Dialog*, 1, 1; PL 77, 153); s. Bernardo (*Serm.*, 8 De Diversis, 7; ibid. 183, 546) insistono sulla necessità per i novizi religiosi di avere un maestro «qui docet, deducat, fovet vos» poiché senza una tale direzione sono esposti a mancare di discrezione.

S. Caterina da Siena con le sue lettere funge da direttore spirituale per la «bella brigata», ossia il cerchio di anime amiche e discepole, strette intorno a lei. Gerone accenna all'utilità della d. s., specie per le anime mistiche (*Epist., contra praed. defens.*, in *Opera omnia*, I, pp. 80-82). Va ricordato in modo particolare il trattato *De vita spirituali* (parte 2a, cap. 1) di S. Vincenzo Ferreri.

S. Teresa inculca la necessità di un buon direttore spirituale per anime che seguono vie straordinarie (*Castello spirituale*, V stanza, cap. 1; *Vita*, cap. 13); lo consiglia anche per le anime più non religiose (*Castello interiore*, III stanza, cap. 11); Nel *Cammino della perfezione* dà aurei insegnamenti sulla scelta e sul modo di aprirsi al direttore spirituale. S. Giovanni della Croce ha lasciato 15 massime spirituali sul maestro spirituale e sulla direzione dello spirito (H. Hoonaert, *Oeuvres spirituelles de St Jean de la Croix*, II, p. 153).

L'autore del *Combattimento spirituale* raccomanda al cap. 19 di aprirsi col direttore spirituale. Battista da Crema dirige s. Gaetano Thiene e s. Antonio Zaccaria; Filippo Neri dirige s. Camillo de Lellis, il Leonardi, Federico Borromeo; un frate minore conventuale, Trebatio Marlotti della Verna, compone a Torino nel 1590 dei *Discorsi spirituali* per la *Direzione delle anime*. Ma soltanto a partire dal sec. XVI si trova consigliata in modo generale la pratica della d. s., tanto alle persone del mondo, quanto alle anime religiose. Due cause influiscono su questo risultato: da una parte la pratica dei ritiri spirituali accreditati dagli esercizi spirituali di s. Ignazio, e le formali insistenze dei primi autori ascetici della Compagnia di Gesù, dall'altra i consigli di s. Francesco di Sales (R. Plus, p. 32 sg.).

Nel 1600 buoni scrittori si occupano della d. s. quali Alfonso Rodriguez (*Pratica della perfezione e delle virtù cristiane*, parte 3a, tratt. 7), Alvarez de Paz (*De vita spirituali*, 1620, I, 1, 5, capp. 12-13); Ludovico da Ponte (*Guida spirituale*, I, IV, cap. 2, n. 2), G. Negrone, *De necessitate magistri*, cap. 3, nn. 33-34.

S. Francesco di Sales è il primo che promulga la necessità inevitabile della d. s. per le anime, essendo la d. s. per lui «il consiglio dei consigli» (*Introduzione alla vita devota*, parte 1a, cap. 4).

La dottrina della d. s. presso il Salesio si trova sparsa in tutti i suoi scritti. Dopo, il p. Francesco Guilloré, va segnalato come uno dei più notevoli maestri della d. s.; buona parte delle sue opere ne tratta, con particolare riguardo alle anime chiamate a stati mistici superiori (*La manière de conduire les âmes dans la vie spirituelle*, Parigi 1675). Anche Fénelon ha lasciato buoni indirizzi per la d. s. delle anime, che vuole basata sull'amore, ed indirizzata al cuore più che allo spirito (M. Cagnac, *Fénelon, Etudes critiques*, ivi 1910, p. 337). Di Fénelon son celebri le *Lettres de direction* (ed. 1902). Bossuet ha lasciato nelle sue «Lettre di direzione» ottimo saggio di direzione ispiratrice dell'amore, e adattata ai bisogni di ogni anima (*Correspondance de Bossuet*, a cura di Ch. Urbain e E. Levesque, 5 voll., Parigi 1909-12; Jean Olier fu ottimo maestro della d. s.; le massime sue in tale materia, furono raccolte dal suo discepolo Louis Tronçon (*Il direttore spirituale secondo lo spirito di Giovanni Olier*, trad. it., Milano 1943). S. Alfonso M. de' Liguori ha buoni accenni alla d. s. nella sua morale e nelle sue lettere. W. Faber compone due celebrate opere sulla d. s.: *Growth in Holiness* (1854), e *Spiritual Conferences* (1859). Nell'epoca recentissima vanno ricordati come eccellenti maestri della d. s., il Gay (*B. Du Boisrouvray, Mgr Gay*, évêque d'Anthédon, sa vie, ses oeuvres*, Tours 1922, cap. 4, *Le directeur de conscience*, M. d'Hulst, L.-G. de Ségur, L. Beaudenon, W. Sandreau, C. Marmion).

IV. LIMITI

Per riuscire utile e sana, la d. s. deve essere collocata nei giusti limiti di una «saggia via media la quale conservando allo Spirito Santo il primato della d. delle coscienze, evita di lasciar cadere tutte le anime in una passività e in una introspezione dannose, senza volerle però privare dell'immenso beneficio di una d. ben compresa» (Plus, p. 47).

Il primato nella d. s. spetta sempre all'azione dello Spirito Santo, poiché secondo l'Olier, il direttore deve rassomigliare alla stella dei Magi, o a s. Giovanni Battista. «La d. s. è il mezzo discreto per aiutare l'anima a camminare, e tanto migliore si mostrerà, quanto più l'anima, grazie ad essa, diventerà capace di camminare da sola. La d. assidua e gelosa è un non senso, come sarebbe per una madre il portare sempre in braccio il suo figlio invece di insegnargli a camminare» (F. Lippert; cf. Libermann, *Ecrits spirituels*, Parigi 1891, p. 360 sg.). Il direttore non deve mai imporre ad un'anima i suoi gusti e il suo modo di vedere le cose spirituali.

Al direttore spirituale, in ciò che si appartiene al suo ufficio non compete un'autorità vera e propria. Di conseguenza il direttore non sottostà all'esercizio della virtù dell'obbedienza. Gli autori che, come S. Francesco di Sales, sembrano insistere sull'obbedienza dovuta al direttore, intendono tale obbedienza in senso largo (Vincent, *op. cit.* in bibl., p. 408). Quella del direttore spirituale è piuttosto un'autorità morale alla quale debbono corrispondere da parte del direttore una sottomissione, frutto più di prudenza e di umiltà, che di obbedienza. Onde il direttore spirituale non è soltanto un amico; deve considerarsi come avente, per il suo ufficio, una certa superiorità, quale educatore o maestro, alla quale corrisponda nel soggetto una vera sottomissione.

Il pretendere di esercitare una troppo stretta autorità sulle anime da parte del direttore spirituale porta allo svernamento spirituale delle stesse, e ad incoraggiarne la passività, poiché «è cosa pericolosa fare della direzione una superstizione» nota il Faber (*op. cit.* in bibl., cap. 18), il quale aggiunge «non ho mai inteso parlare di una persona che, avendo un direttore, abbia dovuto lamentarsi di essere troppo poco diretta. Il numero invece di quelle, che hanno sofferto per una d. forza, riempirebbe l'ospedale di una città considerevole».

L'accesso di autorità nella d. fu fortemente critico anche in direttori eminenti, come il Fénelon (cf. R. Navatel, *Fénelon et la confrérie secrète du pur amour*, Parigi 1914, p. 7 sg.); e anche, a torto, in s. Francesco. Perciò gli avvisi e le norme del direttore spirituale, se pur debbono essere ritenute come espressioni di un giudizio prudente, al quale normalmente si deve accedere, è falso l'asserire che tutto ciò che vien detto, o ordinato dal direttore spirituale, sia una certissima manifestazione del divin beneplacito intorno alle circostanze particolari della nostra esistenza (così sostiene il Boccardo, I,

p. 321); ma l'assenza di una vera autorità nel direttore spirituale basta a confutare tale tesi. Interessanti sono le lettere dell'Olier sull'obbedienza al direttore (lettera 218, e lettera 38). Il direttore spirituale non può quindi imporre precetti propriamente detti, salvo che sotto forma condizionata (ad es.,: «se tu non fai questo non posso assumere, o continuare la tua d. »). Può dichiarare, nel caso particolare, attese le circostanze, quello che considererà essere volontà di Dio, al cui giudizio il direttore può indumentemente sottomettersi. Per la direzione degli scrupolosi, nevropatici e psicopatici, valgono però norme particolari.

Comporre la sottomissione dovuta al direttore spirituale con l'obbedienza verso i superiori ecclesiastici o religiosi è cosa piuttosto delicata, che esige molta prudenza e posta ezza da parte del direttore.

Sono noti, in questa materia, gli errori di Molinos, condannati nelle proposizioni 65-68 (Denz-U, 285), nei quali si negava all'autorità ecclesiastica il diritto di inquisire e giudicare intorno al modo con cui uno guida le anime. Nella pratica, in un possibile caso di conflitto tra il giudizio del direttore spirituale e l'obbedienza dovuta al superiore, il direttore potrà, con prudenza, dichiarare che, secondo le norme generali della teologia morale, un determinato precetto non obbliga; oppure, in caso di libertà lasciata dalle autorità al direttore, il direttore può dichiarare esistere nel particolare caso una obbligazione, ma non può affatto esimere il suo diretto dal vincolo dell'obbedienza e dell'autorità.

Quando non si tratti di vero precetto, ma di eseguire regole o ordini indirettamente obbligatori, oppure «de bono meliori animae », il giudizio del direttore spirituale potrà divergere da quello del superiore, ma il direttore spirituale deve attendere al fatto che spesso, se egli ha una più profonda cognizione dell'anima diretta, il superiore può conoscere molte circostanze della vita del direttore, ignote al direttore spirituale in ordine al suo carattere, difetti, e osservanza della vita religiosa. Onde occorre nel direttore spirituale molta prudenza ad evitare possibili abusi del suo consiglio da parte del direttore.

Si deve portare obbedienza al direttore spirituale in ordine alla vocazione o elezione di uno stato di vita? Parecchi direttori spirituali si prevalgono della loro autorità per imporre ai diretti i loro particolari punti di vista sulla vita religiosa, sulla permanenza nel mondo, ecc. Il Boccardo (III, pp. 639-42) stabilisce che, in materia di vocazione, il direttore deve completamente dipendere dal direttore, e solo può esporre le ragioni che reputa per o contro la scelta di un particolare stato. Il direttore spirituale può bensì dichiarare con prudenza che il direttore è chiamato o no alla vita religiosa, sacerdotale, coniugale, e che lo reputa più o meno idoneo a tali forme di vita, e giudicare se i motivi edotti dal direttore sono soprannaturali, buoni, o deboli e illusori; «ma, posto ciò, non il direttore, ma il figlio spirituale stesso deve essere portato a scegliere l'ultimo giudizio pratico: dunque è volontà di Dio che venga seguito questo genere di vita (de Guibert, p. 175).

È consigliabile il voto di obbedienza al direttore spirituale? Fu praticato da parecchi Santi, per assicurarsi un maggior merito e sicurezza nella vita spirituale. La Chiesa non lo riprova, ma non si pronuncia in merito. Si può considerare il problema distinguendo vari casi. Se si tratta di scrupolosi inguaribili è completamente sconsigliabile. Ad essi si deve raccomandare l'ubbidienza passiva, non permettere il voto. Se si tratta di scrupolosi d'occasione, da cui si può sperare il pronto ritorno alla saggezza, è necessaria la più grande prudenza: può darsi che l'impiego di un voto sia per loro il mezzo di guarigione, ma è molto più prudente vedere se si può ottenere sottomissione, senza il voto.

In caso di anime ferventi il direttore spirituale non deve mai arbitrarsi di proporlo da parte sua al direttore. Se spontaneamente il figlio spirituale chiede di pronunciarlo, non si conceda facilmente, e solo entro limiti ben definiti, per evitare angustie di spirito, oltre che al direttore, anche allo stesso direttore che, erigendosi a superiore, verrebbe ad assumere la responsabilità di tutte le azioni del direttore di fronte a Dio. Teoricamente si può chiedere in forza di quale virtù obblighi tale voto. Si risponde: in forza della virtù della religione, e non dell'obbedienza, perché il voto non vale a costituire un vero superiore.

È particolarmente da sconsigliare la pratica di obbligarsi con voto a non mutare direttore, o a tener segreto ogni suo insegnamento, o a non consigliarsi con altri. Tutto ciò è dannoso alla vera pietà. È celebre, in merito, il caso di S. Giovanna di Chantal (cfr. S. Francesco di Sales: Epist. 221 e 223, in Oeuvres 1-12, pp. 277-283). A chi è nello stato matrimoniale non è da consigliarsi il voto di obbedienza al direttore, salvo casi speciali.

V. IL DIRETTORE SPIRITUALE

L'ufficio di direttore spirituale ordinariamente va riservato ai soli sacerdoti sia in ordine all'economia generale del soprannaturale, sia per la facile connessione che la d. s. ha con la Confessione, sia per la maggior preparazione e attitudine che il sacerdote possiede a tale ufficio. Vi sono teologi, come F. Guilloré (Secret de la vie spirituelle, I, 1, 8, 2-3) e L. Boccardo (I, p. 145), che vogliono riservato in modo esclusivo l'ufficio di direttore spirituale ai soli sacerdoti. Non si può però ignorare che in passato vi furono esempi luminosi di tale ufficio esercitato da non sacerdoti come s. Francesco d'Assisi, s. Ignazio di Loyola prima del 1537, ecc. Celebre fu la Bernières-Louvigny (v.), il quale, oltre i confratelli dell'ecmiataggio, dirigeva anche borghesi, monaci, religiosi, religiose, nonché sacerdoti. Perciò, col De Guibert, si può asserire: «ex absoluta et universalis solis sacerdotibus omnino reservans directi- tionem animarum statui posse non videtur» (p. 173, n. 190).

La storia della vita ascetica registra anche il caso di donne direttrici spirituali, benché M. Viller osservi (L'abrégé de la perfection de la Dame milanaise, in Revue d'ascétique et mystique, 12 [1931], p. 82) «è difficile ammettere che una donna possa senza illusione esercitare l'ufficio di vero direttore». S. Caterina da Siena primeggia tra queste, e le sue «Lettere» sono veramente capolavori di d. s. Teresa di Gesù è la direttrice dei suoi Carmeli, Isabella Cristina Bellinzaga è la direttrice del p. Achille Gagliardi e di altri suoi confratelli della Compagnia di Gesù (cf. H. Bremond, Histoire littéraire du sentiment religieux en France depuis la fin des guerres de religion jusqu'a nos jours, XI, Le procès des mystiques, Parigi 1933, cap. 1, pp. 5-18). Relazioni di d. s. intercorrono anche tra Madame Guyon e il suo direttore Fé- nelon (E. Masson, Fénelon et madame Guyon, 1907). H. Lacordaire poteva scrivere a Madame Swetchine in una ora triste della sua vita: «voi siete la prima che mi avete guidato» (M. J. Rouet de Journel, Madame Swetchine, Parigi 1929, p. 257).

La d. s., per un complesso di esigenze teoriche e pratiche che regolano la serie di giudizi pratici i quali debbono regolare la coscienza diretta, suppone nel direttore speciali qualità.

Si possono fissare a sei e principali qualità richieste nel direttore spirituale:

1) santità, essendo la d. s., in modo particolare, opera di cooperazione all'azione della Grazia e dello Spirito Santo, il direttore deve considerare nelle anime unicamente Dio. «Dobbiamo noi per i primi essere pieni di Dio, se ne vogliamo riempire gli altri» (Olier, op. cit. in bibl., p. 141), «l'arte della direzione è una scienza non di studio, ma di orazione, non di speculazione, ma di amore» (Bérulle, Memorial pour la direction des supé- rieurs).

2) Scienza, anzitutto teologica, dalla dogmatica all'ascetica e mistica, con una sufficiente cognizione della storia e letteratura della spiritualità, affinché possa ben dirigere e regolare le letture spirituali, e conosca le varie

opinioni e soluzioni dei problemi. Sarà utile anche una
cognizione estesa delle discipline psicologiche e psico-
patologiche.

3) Prudenza soprannaturale e retto giudizio fortificato
dal dono di consiglio, che il direttore deve particolar-
mente chiedere allo Spirito Santo. Dovendo condurre
l'anima nella corrispondenza alla Grazia, mai deve ispi-
rarle i propri gusti e le proprie inclinazioni, né guidarla
secondo il suo modo di vedere. Il direttore che si rego-
lasse così stornerebbe spesso le anime dalla condotta di
Dio e contrarierebbe spesso la Grazia di Dio in loro.

4) Esperienza, che deve trarre sua dalla pratica per-
sonale di santità, sia dalla molteplicità della d. s.
(G. B. Scaramelli, t. I, trattato 1, a. 3°, cap. 3, p. 70-71,
n. 107-108).

5) Spirito di adattamento, col saper dare una d. s.
appropriata e progressiva. Non essendovi due anime
identiche in materia di d. s. «la sola legge veramente
assoluta, è che non vi sia legge assoluta» (H. Bremond,
Hist. litt. ecc., IX, Parigi 1932, p. 368). «Le vie di Dio
sulle anime sono differenti, ma ciascuno non può per-
fezionarsi se non seguendo quella per la quale Dio vuole
che cammini». Perciò i direttori debbono applicarsi in
modo tutto particolare a discernerle, per non condurre
mai le anime se non per la via ad esse propria.

6) La carità, «che è un affetto soprannaturale e fra-
terno che gli fa vedere nei diretti dei figli spirituali af-
fidatigli da Dio stesso» (A. Tanqueray, Compendio di teo-
logia ascetica e mistica, C. V, a II, n. 544 A).

VI. METODO

Il direttore spirituale deve cono- scere l'anima diretta, la sua indole, le sue doti e difetti naturali, gli abiti buoni e cattivi acquisiti, il tempera- mento e il carattere, i peccati commessi, le tentazioni e le inclinazioni, gli impulsi attuali della Grazia, i progressi attuali, i celesti favori, ecc. Deve guidare sapientemente l'anima ad aprirsi evitando ogni esa- crazione od eccessiva loquacità, con opportune in- terrogazioni, esigendo relazioni minuziose dello stato spirituale, suggerendo buone letture di formazione, esortando alla introspezione. L'anima va istruita nella via spirituale gradualmente, cogliendo tutte le occa- sioni.

Non è necessario che nella d. s. il direttore si serva
unicamente delle cognizioni avute dall'anima, ma può
servirsi di notizie certe, anche se avute da fonti esterne.
Nella istruzione del diretto non si trascuri di dare una
generale informazione dei principi spirituali, dimo-
strando come il consiglio dato si fonda sul dogma e sulla
esperienza, deducendo, con prudenza, i principi alla
pratica concreta.

Deve inoltre favorire la buona volontà del diretto
procurando l'esecuzione pratica dei propositi. Talvolta
può essere utile o necessario alla formazione e pro-
gresso dell'anima imporre prove, umiliazioni, o usare
modi duri, ma questi mezzi vanno usati con somma cau-
tela. Quantunque spesso si usi dai direttori spirituali
aiutare e consigliare le anime dirette anche negli affari e
cose temporali, affine di procurare il bene spirituale, e,
quando si tratti di donne prive di ogni altro consiglio
(A-M. Meynard, Trattato della vita interiore, I, To-
rino 1938, 11), nondimeno essendo molti i pericoli ed
inconvenienti in questa materia si sconsigliano i diret-
tori dal farlo, eccetto in casi veramente straordinari.

Il direttore deve evitare il dispotismo che imponga
le idee proprie o tenga l'anima in uno stato di continua
inferiorità, la vana gloria e la compiacenza della d. s.,
la perdita di tempo e vana curiosità, la debolezza ed
il rispetto umano che impedisce di dirigere severamente
l'eccessiva affettuosità e famigliarità, e l'attacco del cuore
alle anime dirette. Pericolo da cui guardarsi è l'illumin-
smo, cioè la pretesa di dirigere le anime con lumi speciali.

La persona diretta deve evitare la pusillanimità,
la falsa sicurezza sulla attribuzione di ogni responsabilità
al direttore, la pigrizia nel volere e nell'agire, la vana
gloria e l'amor proprio sviluppantesi nel parlar troppo
di sé, l'eccessiva affettuosità verso il direttore.

Chi scegliere per direttore? Per molti il direttore
è indicato dalle circostanze ordinarie e naturali del-
l'ambiente, come, per molte anime, il parroco, il
padre spirituale delle comunità, ecc. Per alcuni
casi particolari la scelta o disposizione può avvenire
per vie di speciale ispirazione divina; così il b. Claudio
de la Colombière per s. Margherita M. Alacoque.

All'infuori di questi casi, l'elezione ordinaria-
mente si faccia con libertà, umiltà e discernimento,
ponderando attentamente le circostanze e le possi-
bilità di realizzazione. È noto come il CIC lasci am-
pià libertà in materia di d. s.

È consigliabile che il direttore spirituale sia unico,
il che non esclude la possibilità per il figlio spirituale
di prendere consigli anche da altri uomini prudenti in
casi determinati e particolareggiati. La moltitudine dei
consiglieri genera confusione nelle anime; il che vale
in modo tutto speciale per chi è propenso ad ansietà e
scrupolosità.

Un'anima, una volta eletto il direttore, può cam-
biarlo. Talvolta questo cambio è imposto dalle stesse
vie provi-venziali; se, p. es., il direttore o il diretto ven-
gano mutati di luogo, o se il direttore, per la scarsezza
del suo tempo, non possa dare all'anima diretta se non
un tempo molto limitato o quasi nullo, oppure limitare
la sua d. alle sole lettere spirituali.

Anche per intrinseche ragioni si può consigliare
questo cambio; così la difficoltà di aprirsi con un deter-
minato direttore, che non sia mera tentazione, timidità
o spirito di superbia; l'inefficacia della d. particolare,
nata da defecenze teoriche o pratiche del direttore. Il cambio
deve esser fatto con prudenza, senza fretta, dopo aver
ascoltato l'illuminato parere di terze persone.

Ma si debbono attentamente evitare l'incostanza e
l'amor proprio.

VII. FORME SPECIALI

1. La d. s. delle donne. Questa esige particolare avvedutezza e delicatezza. «Creatura d'intuizione come è di sentimento più che non di fredda ragione, la donna si trova esposta, forse più dell'uomo, ad errori ed esagerazioni, a man- canze di ponderazione», particolarmente in mate- ria spirituale (Plus, p. 129 sg).

Occorre particolare avvedutezza, perché, come nota il
La Bruyère, le donne amano il molto parlare, e sotto
apparenza di ubbidire e di essere dirette, spesso amano
i loro gusti, comandare e dirigere il direttore: «Vogliono —
dice il La Bruyère, — un direttore a loro modo, un diret-
tore cioè di cui esse stesse siano le direttrici, suggerendo il
modo con cui egli deve dirigere».

2. La d. s. dei fanciulli. «Dirigere il fanciullo
consiste nell'inizialo direttamente e personalmente
alla pratica delle virtù e alla riforma delle sue cat-
tive abitudini. È insegnargli come deve fare a
diventare un perfetto cristiano, come deve correg-
gersi da un determinato difetto che sfugura la sua
anima, come deve acquistare un determinato modo
di pensare, una determinata regola di condotta, ri-
chiesta dalla sua situazione attuale. Mediante la d.
s. il fanciullo impara a utilizzare nella sua condotta
personale e nei rapporti col prossimo le grazie rice-
vute nella Comunione e Confessione» (E. Poppe, La
d. s. dei fanciulli, trad. it., Milano, p. 33).

La sede migliore della d. s. è per il fanciullo la Con-
fessione. Si consiglia di prendere particolarmente come
materia di d. la preghiera, la mortificazione (con spe-
ciale riguardo alla modestia e purezza); e i doveri sul pro-
prio stato. E. Poppe consiglia in modo particolare la d.
s. anche «dogmatica», cioè quella d. s. fondata sulla
formazione dottrinale, poiché non è desiderabile una d.
s. unicamente morale.

La d. s. se è un mezzo ordinario di perfezione per
ogni cristiano adulto, è un mezzo assolutamente indispen-
sabile per il fanciullo e per il giovane, come riconosce
anche J. J. Rousseau nell'Emilio (I. V.). «Un fanciullo e,

tanto più un adolescente, e un giovane, non arriverà mai da solo, senza un miracolo, alla pienezza della vita cristiana» (C. Gnocchi, op. cit. in bibl., p. 15). L'uso largo e profondo della d. s. per i giovani incontra molti ostacoli da parte dei confessori, per mancanza di fiducia nell'esito buono, e per pretesa mancanza di tempo, e per parte dei giovani, molti dei quali la ignorano, o sono prevenuti contro, o non ne comprendono bene i limiti, spesso dannosamente oltrepassandoli e rimanendone sfiduciati. Nel fanciullo e nel giovane la dote fondamentale di un buon metodo di d. s. è la gradualità. Nei fanciulli e nei giovani bisogna in modo particolare curare la formazione al vero, rità, alla coscienza morale, alla volontà, educando in loro la personalità cristiana, ed infine l'educazione alla pienezza del cristianesimo. Consigliabile per tutti i direttori spirituali la lettura del capitolo I giovani, in A. Grazioli, La pratica dei confessori nello spirito del C. Casso (Asti 1945, pp. 139-44).

3. D. s. per via epistolare. — Il modo ordinario di donare la d. s. che si deve sempre usare quando non si oppongono gravi ragioni è la d. s. orale «ero» — nota il De Guibert (cap. IV, sect. 2, II, p. 193) — ubi haberi potest aeque bona directio ore accipienda, avvertendus sunt homines ab eadem per epistulas quaerenda: «la semplice difficoltà di mutare direttore o di aprirsi con un altro non sembra un motivo sufficiente al cambio, salvo particolari eccezioni nella difficoltà di aprirsi.

La d. per lettera, data a persone che non si siano prima conosciute personalmente, tranne lumi speciali, non è da ripuarsi utile ed efficace, almeno che non si tratti di risposte a questionari particolari.

Una occasionale d. s. data per lettera, se è preceduta da una d. s. orale occasionale, ad es., nel tempo degli esercizi spirituali, solo raramente può essere utile, salvo che non serva a completare norme di direzione già iniziate oralmente.

Può essere utile la d. s. epistolare nel caso particolare che il direttore abbia già diretta per lungo tempo l'anima, e questa si trovi dinanzi a difficoltà particolari, e d'altra parte l'attuale direttore spirituale non emerga per una particolare capacità direttiva.

Nella d. s. epistolare sono infatti da evitare numerosi pericoli e difficoltà, tra le quali sono da segnalare il forte sciopero di tempo, non compensato da proporzionato frutto, perché spesso raggiungibile con altre forme meno gravose, e la difficoltà di adeguare bene la risposta epistolare allo stato dell'anima nel momento in cui riceverà la lettera (Plus, VII, pp. 149-52).

Tuttavia, come nota il Plus, di lettere di d. s. ve n'è una quantità immensa. Le due dottrinali (mons. D'Hilst), altre più psicologiche (s. Francesco di Sales), altre più descrittive (P. Didon); le une contengono consigli generali, e servono per un certo numero di anime (s. Vincenzo De' Paoli), le altre hanno di mira casi particolari (come le lettere del p. De la Colombière a s. Margherita Maria. Plus, VII, p. 148). Sono celebri le Lettere di d. s. di mons. D'Hilst, edite da A. Baudrillart.

Norme: 1) scrivere in vista della sola gloria di Dio; 2) essere sobri, poiché come osserva il Marmion: «le lunghe, frequenti lettere di d. fanno più male che bene» (Lettera del nov. del 1919, nelle Vie, p. 264); 3) con le donne non indulgere al sentimento; 4) con le donne non si debbono mai far confidenze personali.

4. La d. s. dei sacerdoti. — Intorno alla d. s. dei sacerdoti bellissimi sono gli insegnamenti del b. Caffaso, contenuti in mons. A. Grazioli, La pratica dei confessori nello spirito del b. Caffaso (Asti 1945), pp. 311-20.

5. La d. s. degli anormali psichici. La psicoterapia, antica quanto l'umanità nei suoi processi di menti empirici, come scienza moderna fornisce preziose nozioni e principi metodici alla d. s. degli psicopatici. Nella quale direzione occorre tenere presente la classificazione sistematica delle malattie dello spirito in psicosi generali, che nelle forme più acute può giungere alla perdita totale della ra

duttivi, donde la sua prominente importanza nell'assicurare all'azienda piena efficienza.

La figura del d. d'i. non proprietario né imprenditore, da un lato, specie nelle grandi imprese anonime, appare come la creatura della funesta separazione tra capitale e lavoro, dall'altro però è un esempio di ciò che anche il semplice lavoratore capace potrebbe diventare, indipendentemente dalla disponibilità di capitali, con un'adeguata preparazione. Tanto opportunamente perciò Pio XII, nel messaggio natalizio del 1942 (AAS, 35 [1943], p. 9 ss.), auspica l'attuazione di provvidenze sociali che diano ai figli dei lavoratori, dotati di particolare ingegno, la possibilità di una formazione superiore.

Sui compiti del d. d'i. molto si è scritto in questi ultimi tempi e si sono indicate, in una più o meno lunga catalogazione, le leggi secondo le quali egli deve attendere al governo dell'azienda. Basta ricordare, tra i nomi più celebri, quelli dell'Emerson, del Taylor, dell'Alford, del Fayol, del Vilbois, del La Vallière, del Raymond, del Le Chatelier, del Landauer, ecc. (cf. F. Mauro, Il capo nell'azienda industriale, 4a ed., Milano 1946). Quasi tutti però si sono limitati in prevalenza all'aspetto tecnico e artistico della direzione aziendale. Ma non bisogna sottovalutare l'aspetto etico che ha massima importanza per chi, come il direttore di un'impresa, ha rapporti con un mondo umano molto vario, di tendenze e mentalità diverse, e spesso contrastanti.

È vero che in un'impresa nella quale le leve di comando sono maneggiate da un capitale anonimo o da un imprenditore esclusivamente preoccupato del suo tornaconto, le possibilità del d. d'i. sono assai limitate e coartate; tuttavia, anche solo per l'importanza del suo ufficio, egli ha sempre un raggio d'influenza abbastanza vasto. Molteplici pertanto sono i suoi doveri sia in ordine all'impresa che al personale e al bene comune.

Nel confronto dell'impresa, ha il dovere di curarne il buon funzionamento; e questo non solo per obbligo di rigorosa giustizia verso i datori di lavoro, ma anche per un debito di giustizia, almeno sociale, verso i dipendenti. Osserva infatti Pio XI, nella Quadragesimo anno, che talora l'azienda non è in grado di corrispondere alle proprie maestranze un salario giusto a causa dell'indolenza, incapaci a non curandare del progresso tecnico ed economico (cf. I. Giordani, op. cit. in bibl., p. 328, n. 33).

È di ciò la responsabilità può ricadere anche sul d. d'i.; e tanto più vi ricade se nell'amministrazione di essa ha una parte preminente; il che oggi si verifica con notevole frequenza, poiché, specie nelle imprese a grandi dimensioni, la proprietà è spesso divisa e perfino polverizzata tra i molti e moltissimi azionisti estranei alla vita dell'azienda ed effettivamente investiti soltanto del potere di designarne gli amministratori. Il d. d'i. è tenuto quindi ad essere al corrente dei progressi della tecnica e delle fluttuanti situazioni del mercato. È tenuto inoltre, come è ovvio, ad essere obbiettivo nella stesura dei bilanci, imparziale nella scelta del personale e nell'assegnazione dei compiti, attivamente vigile nell'assicurare l'igiene e sanità morale negli ambienti di lavoro, premuroso a che trovino debita soddisfazione le esigenze religiose e familiari dei suoi dipendenti ed informato ad umana comprensione nei confronti dei loro bisogni e delle loro legittime aspirazioni. Oggi più che mai l'azienda, pur rimanendo una combinazione economica dei fattori della ricchezza, assume volto e valore di una comunità di lavoro; perciò l'impegno morale del d. d'i. assume importanza sempre maggiore e per la sua posizione d'intermediarietà fra detentori del capitale e prestatori d'opera può essere elemento determinante della progressiva instaurazione di un ordine economico-sociale fondato sull'umana solidarietà e fattiva collaborazione.

Bibl.: P. Saraceno, Profilo del capo d'azienda, in Studium, 37 (1941), pp. 221-26; id., Proprietà e direzione aziendale nella moderna organizzazione industriale, ibid., 39 (1943), pp. 337-343; I. Giordani, Le encicliche sociali, 2a ed., Roma 1945, p. 328, n. 33; F. Mauro, Il capo nella azienda industriale, 4a ed., Milano 1946; J. Joubert, Les problèmes de direction du personnel, association nationale des directeurs et chefs de personnel, Parigi 1948, Luigi Morstabilini