DISTINZIONE. - Nel suo significato più ampio è la non identità di qualcosa rispetto ad un'altra: la vita e la conoscenza umana in quanto comportano una molteplicità di situazioni e di oggetti e un processo di sviluppo da parte del soggetto, suppongono l'esistenza della d. e la possibilità da parte della coscienza umana di prenderne atto.
La d. così si presenta in tutte le sfere della coscienza e della conoscenza: nella percezione, nella conoscenza scientifica e filosofica, nella riflessione morale, nella teologia e nella fede rivelata. In ognuna di queste sfere la d. si determina dentro il proprio tipo di attribuzione ovvero secondo i rapporti d'indennità e di opposizione caratteristici dell'oggetto della sfere stessa. A questo modo si può avere simultaneamente e rispetto ad una medesima cosa una molteplicità di predicazioni le quali sotto un aspetto affermano l'identità e sotto un altro la d.: ciò dipende in parte dall'intelletto nostro che in una cosa può apprendere diversi aspetti e di molte cose può farsi un'apprensione complessiva unitaria al di sopra delle particolari differenze. È a questo modo ch'è sotto il pensiero filosofico il quale movendo dalle conoscenze immediate di natura empirica e pragmatica, procede alle d. e opposizioni per elevarsi a considerazioni di natura sintetica superiore che fanno capo al Principio supremo sia nell'ordine logico (principio di non contraddizione) come in quello ontologico (Dio). D. non è quindi senz'altro separazione o assoluta estraneità, ma indica piuttosto la presenza di un'opposizione fra oggetti che per altro rispetto convengono o si trovano in una stessa sfera dell'essere e del conoscere.
C'è anzitutto la d. nel campo della percezione (sensitiva e spirituale) in cui si muove la vita vissuta, e si può
parlare di d. tanto di atti che di oggetti. La d. degli atti fa capo per sé agli oggetti concreti a cui tali atti si applicano. La d. degli oggetti poi è in funzione del contenuto unitario e totale ch'essi presentano alla coscienza, come hanno mostrato contro la psicologia associazionista la Ganzheitpsychologie (Scuola di Krüger) e della Ge- staltpsychologie (Wertheimer, Köhler, Koffka, Levin, ecc.).
La d. nel campo metafisico è in funzione della concezione della realtà propria alle varie scuole filosofiche. Nelle metafisiche moniste, realiste o idealiste che siano, l'unità rappresenta la forma stessa della realtà nella sua ultima condizione, mentre la d. viene ridotta a mera apparenza o fenomeno (Erscheinung). Per Platone c'è la d. formale dei «generi» e delle forme separate, per Spinoza quella dei modi e degli attributi della Sostanza unica, per Hegel quella delle «forme dello Spirito» (arte, religione e filosofia) e dei loro stadi di realizzazione, ecc. Nelle metafisiche dualiste o pluraliste, la d. dipende dal criterio adottato per isolare i diversi soggetti dell'essere e i diversi oggetti del conoscere: così si può avere un pluralismo atomistico (Democrito), monadistico (Leibniz), formale (platonismo e neoplatonismo, da cui derivano le posizioni medievali a sfondo formalista non solo di Scoto, ma degli agostinisti e perfino di autori vicini al sommo come Egidio Romano che attribuisce un'esse ad ogni formalità dell'ente). Nell'aristotelismo stima la d. metafisica dipende dalla rigorosa opposizione di contraddizione ed è sempre d. reale nel suo ordine: d. di materia e forma nell'essenza corporea, di essenza e atto di essere nell'ente finito, di creatore e creatura nell'ambito dell'ente come tale, di sostanza e accidente nella sfera dell'esistenza, di causa ed effetto in quella del divenire.
Nella sfera del pensiero logico puro la d. riguarda il rapporto in cui stanno i concetti fra loro: esso è regolato dalla dottrina dei cinque «predicabili» di Peirio (genere, specie, differenza, proprio, accidente). Una di logica ha valore, per s. Tommaso, in quanto si appoggia e corrisponde a una d. reale: così la distinzione di genere e differenza nella definizione di un corpo naturale ha per fondamento la d. reale di materia e forma nei corpi od almeno quella di essenza ed atto di essere comune anche nelle sostanze spirituali (cf. C. Gent., II, 95).
La d. nel campo teologico ha per unico fondamento la Rivelazione divina: la d. reale delle divine Persone è per i rapporti («relationes subsistentes») che significa come i termini di Padre, Figlio e Spirito Santo (Sum. Theol., 1ª, q. 29, a. 4); invece la d. fra gli attributi divini, è soltanto di ragione perché si identificano con la pienezza formale dell'essenza divina (ibid., q. 4, a. 2).
In generale poi in ogni campo dell'umana conoscenza si può parlare di d., ma il suo significato dipende dall'ultimo riferimento che di essa si può dare. Così si può parlare di d. spaziali e temporali, reali e intenzionali, naturali e soprannaturali, in quanto l'essere entro il quale ci si muove appartiene appunto a una sfera ben determinata che ha immanente, nel suo presentarsi, il criterio della d. stessa (percettivo, metafisico, logico, naturale, soprannaturale ovvero rivelato).