ESISTENZA. - È l'atto, il fatto o la ragione per cui si può dire che qualcosa «c'è», e si risponde alla domanda «se c'è» (se c'è stata o ci sarà).
Nel significato generico di «ragione», l'e. è l'apparenza del predicato al soggetto in una proposizione e quindi ciò che sta «a fondamento» di quel movimento dello spirito che li unisce (o li separa) nella affermazione (o negazione): l'e. è allora intesa come semplice rapporto concettuale astratto proprio della logica ed anche della matematica pura, della filosofia del valori (cf. W. Burkamp, Begriff und Beziehung, Lipsia 1927, § 49 sgg.). Ha per suo contrario la non e., che è la «ripugnanza», ovvero la contraddizione fra i concetti.
L'e. come fatto è data dalla constatazione sperimentale onde qualcosa può essere indicato e individuato come una realtà singolare nella storia e nell'esperienza. È il significato più corrente di e. usato spesso nella forma concreta (l'esistente, le e.) e accenata la caratteristiche di individualità (circostanze, fatti, situazioni...) di qualcosa o di qualcuno su cui si possa fondare il diritto di rivendicazione, di accusa e di difesa. Il suo contrario è la non e. come «possibilità» non ancora realizzata.
A questo senso di «realizzazione del possibile» si fermò la maggior parte delle filosofie tradizionali benché non tutte l'abbiamo concepita allo stesso modo. Così per alcuni è la singolarità reale in opposizione all'essenza astratta; per altri è la realtà contingente della creatura in quanto dice relazione alla causalità divina; per altri ancora è una modificazione dell'essenza singolare onde questa è tratta «fuori» della possibilità: ex-sistentia, etimologia rimessa in onore dagli esistenziali. E come ora fanno questi (cf. M. Heidegger, Sein und Zeit, 5ª ed., Halle sulla Stale 1941, § 9, p. 42 sgg.) si arrivò a distinguere lo esse essentia dello esse exsistentio (F. Suárez, Disput. Met., disp. 31, sect. VI), distinzione che rese ancora più intricata la controversia medievale sulla distinzione fra essenza ed e.
Nel tomismo la e. è lo esse come «actus essendi» della essenza individua singolare; è quindi una partecipazione dell'attualità divina ricevuta nella essenza con quale forma una composizione reale come di atto e potenza (C. Gent., II, 52-54). La e. come fatto, come realizzazione di esperienza o di storia è una risultanza, una conseguenza fenomenologica di tale unione ontologica. Perciò per a. Tommaso, lo esse è ciò che vi è di più profondo in ogni cosa: «Essa est illud quod est magis intimum culibet et profundus inest, cum sit formale respectu omnium quae in re sunt» (Sum. Theol., 1ª, q. 8, a. 1).
La filosofia moderna pare sia rimasta all'oscuro della nozione tomista. Fondamentale, per la filosofia posteriore, è la nozione leibniziana, che prende la e. come modo o posizione della cosa: «Exsistentia nobis concipitur tuquam res nihil habens cum essentia commune, quod tamen fieri nequit, quia oportet plus inesse in conceptu existentia quam non existentia, seu existentiam esse perfectionem; cum ravera nihil aliud sit explicabile in existentia, quam perfectissimam sertam rerum ingredi; ita eodem modo concipimus positionem ut quidem extrinsecum, quod nihil addat rei positus, cum tamen addat modum quo afficitur ab aliis rebus» (L. Couturat, Openades et fragments de Leibniz, Parigi 1903, p. 9). A questa nozione «extrinsecista» si avvicina la nozione che della e. ebbe Kant nel periodo precritico. La e. è ciò che in una cosa non può essere ridotto a concetto, ad elemento della essenza, ciò quindi «che non può mai essere un predicato». La e. è «la posizione assoluta di
una cosa»; e per Kant, che qui s'accosta inconsciamente alla posizione tomista, la e. è ciò che alla fine fonda la possibilità per modo che «la possibilità intrinseca di cose presuppone una qualche e.» (L'Unico argomento possibile per una dimostrazione della esistenza di Dio, in Scritti minori, trad. II. di P. Carabelliese, Bari 1928, p. 44). Nozione del tutto realista alla quale Kant rimase sempre fedele come ne fa fede l'esempio dei 100 talieri e la sua critica all'argomento ontologico: il difetto di Kant fu di essersi accontentato di questa cruda positività senza indagare oltre i rapporti fra la essenza e la e. onde arrivò a tacciare di argomento ontologico anche le prove a posteriori della e. di Dio di a. Tommaso.
La distinzione fra l'ordine logico e ontologico, che comunque era conservata nelle filosofie dualiste, scompare nel monismo razionalista di Spinoza prima e poi di Hegel. Per Spinoza la e. è un predicato della sola «Sostanza» a cui appartiene come esigenza necessaria (Ethica, parte 1ª, prop. VII). Nella filosofia hegeliana si separarono la e. e la realtà: la e. è il particolare, il fenomeno esterno che è reale solo in quanto è sussunto nella Idea, come elemento del tutto che è lo Spirito nello sviluppo della sua storicità (Scienza della logica, II, sez. 2, cap. 1). La e. quindi per Hegel caratterizza l'«apparire» della essenza, è la immediatezza che sorge dalla essenza, per cui nella e. si realizza la «unità indistinta» della essenza con la sua immediatezza.
Nella filosofia contemporanea varie direzioni di pensiero che si qualificano come «filosofie della e. (v. ESISTENZIALISMO) hanno fatto della e. il pilastro della opposizione al monismo panetistico e dialettico: la e. vi è intesa come la realtà primaria della «persona» singola isolata nella sua propria situazione nel mondo ed impegnata nei suoi compiti: «ec-sistere», cioè il mettersi fuori con l'atto della decisione personale.