FORTEZZA. - Nel suo primo significato indica robustezza, gagliardia, vigore, forza, si in senso fisico, sia in senso morale. Può essere considerata: 1) come virtù morale naturale; 2) come virtù infusa; 3) come dono dello Spirito Santo.
I. Virtù morale naturale
Lessio la definisce: «virtù che modera i movimenti dell'animo nel sostenere e nel regolare le circostanze terribili dell'esistenza, soprattutto i pericoli della vita» (De iustitia et iure coeterisque virtutibus cardinalibus, ParigiFORTEZZA - La F. Affresco di Raffaello (1500) - Perugia, Collegio del Cambio.
è uno splendido argomento per dimostrare la divinità della religione cattolica. Per questa ragione quasi tutti coloro che trattano della f. si diffondono lungamente a parlare del martirio cristiano.
III. DONO DELLO SPIRITO SANTO
È il dono che perfeziona la virtù della f. dando alla volontà impulso ed energia soprannaturali. Differisce dalla virtù in quanto non proviene dai nostri sforzi sia pure aiutati dalla Grazia, ma soltanto dall'azione dello Spirito Santo. La virtù della f. non toglie una certa esitazione, un certo timore degli ostacoli e dei pericoli; il dono della f. invece vi sostituisce la decisione, la speranza certa del successo e porca quindi i sultati molto più grandi. Esempio tipico si ha in Act. 6, 8 la dove si parla di s. Stefano: «Stefano non pieno di grazia e di f., compiva prodigi come si ribilì». E più avanti: «Stefano essendo ripieno di Spirito Santo, fissati gli occhi in cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio» (ibid., 7, 55).IV. MEZZI PER ACQUISTARLA
A ottenerla, oltre la preghiera, serve l'umile riconoscimento della nostra impotenza. La provvidenza si serve di solito degli strumenti più deboli, che abbiano però coscienza della loro infelicenza, per compiere le imprese più grandi (cf. I Cor. 1, 27-29). Giovano inoltre la pazienza nel sopportare le circostanze avverse della vita, e le piccole prove quotidianhe, la continuità nello sforzo per compiere sempre costantemente il proprio dovere, per sopportare i difetti altrui, per vincere il rispetto umano per professare apertamente la propria fede. Fare tutto ciò abitualmente è già eroismo, cioè la virtù della f. portata al vertice più alto.V. VIZI CHE SI OPPONGONO
Alcuni si oppongono per difetto, ad es., la timidità; altri per eccesso: la temerità e l'audacia.La timidità è un eccesso di timore nell'affrontare ciò che si deve compiere. La temerità è l'audacia sono vizi contrari: si hanno quando uno per superare un malumore in fantasia e di inconveniente o in sé o nel tempo o nel modo.
VI. VIRTÙ PRINCIPALI CONNESSE
Due ci aiutano a fare le cose difficili: la magnanimità e la magnificenza. Due altre ci aiutano a ben sopportarle: la pazienza e la costanza. La magnanimità, chiamata anche grandezza d'animo o nobiltà di carattere, è una disposizione nobile e generosa: intraprendere grandi cose per l'odio e per il prossimo. La magnificenza o magnificenza è una consapevolezza della magnanimità e ci porta a fare grandi cose e ad incontrare per queste anche grandi sacrifici finanziari. La pazienza è la virtù cristiana che fa sopportare, per amore di Dio, le sofferenze fisiche e morali. La costanza consiste nel sopportare questi dolori senza cedere alla superstizione o allo scoraggiamento.VII. MERCENARIO
Sacerdote e patriota, n. a Fratta Polesine il 26 apr. 1784, m. ivi il 28 maggio 1848. Modesto cappellano alla Fratta, venne coinvolto nel processo dei carbonari polsani per essersi lasciato affilare alla carboneria senza neppure conoscere gli statuti. Condannato a morte del tribunale sedente a Venezia, la pena capitale gli fu commutata in quindici anni di carcere duro.Trascorse cinque anni allo Spielberg, sino alla grazia sovrana elargitagli alla fine del 1827. Nel carcere fu esempio di virtù cristiane e consolatore soave dei suoi concapitivi: l'Orboni e il Villa spiravano nelle sue braccia, da lui ricondotti alle pratiche della fede. Dopo la liberazione tornò a vivere umilmente nel paese nato, dandosi all'insegnamento elementare.
Il Pellico ne parla con commossi simpatia nelle Mie prigioni: così pure l'Andrèyane nei suoi Memoires d'un prisonnier d'Etat.
VIII. LUGLI
Gesuiti, 20° generale dell'Ordine, n. a Verona il 26 febbr. 1749, m. a Roma il 27 genn. 1829. Colto dalla soppressione della Compagnia (1773) mentre insegnava lettere nel Collegio di Ferrara, passò, dietro invito del duca Ferdinando, a Parma, nel Collegio dei nobili. Nel 1794 rientrò fra i Gesuiti, indi fu provinciale di Roma e vicario del generale, trattenuto in Russia. Era quindi bene addestrato nell'arte del governo, quando il 18 ott. 1820 fu eletto generale dell'Ordine.I tempi, infatti, erano ancora burrascosi e parecchi avversari i Gesuiti contavano nella stessa Roma, anzi nelle stesse loro file, i quali sopravano mutamenti e risorse compromettenti. Il F., che ad una serena affabilita sapeva congiungere un'energia paterna e una vigorosa operosità, superò ottimamente la prova: all'impulso nuovo per la formazione dei novizi degli studenti e per la direzione pratica dei maestri e dei predicatori corrisposte un aumento notevole di religioni, tanto che furono presto necessarie nuove divisioni di province. In tanto negli Stati pontifici gli fu restituito il Collegio Romano (1824), la direzione del Collegio dei nobili (1826), la reintegrazione del Collegio Germanico (1828), oltre la fondazione del Collegio di Spoleto (1828), accanto ai già esistenti di Fano, Orvieto, Forlì, Ferentino, Tivoli. Con la bella Plura inter Leone XII confermava nel 1826 gli antichi privilegi dell'Ordine e ne aggiungeva dei nuovi. Così pure case e collegi vennero restituiti in Piemonte, Sardegna, Milano, Napoli, Modena. Nelle altre nazioni di Europa, il lavoro, in continuo aumento, era ostacolato dal sempre nuove difficoltà da parte degli avversari; si giunse anche a proscrizioni ed esili, come nella Spagna e nella Russia; ma i proscritti servirono a colmare le necessità di altri paesi. Alla morte del F. la Compagnia di Gesù contava più di 9 province e 2 missioni assai promettenti negli Stati Uniti: quella del Maryland (1823) e quella del Missouri (1829).
IX. LUGLI
L'Ordine, n. a Verona il 26 febbr. 1749, m. a Roma il 27 genn. 1829. Colto dalla soppressione della Compagnia (1773) mentre insegnava lettere nel Collegio di Ferrara, passò, dietro invito del duca Ferdinando, a Parma, nel Collegio dei nobili. Nel 1794 rientrò fra i Gesuiti, indi fu provinciale di Roma e vicario del generale, trattenuto in Russia. Era quindi bene addestrato nell'arte del governo, quando il 18 ott. 1820 fu eletto generale dell'Ordine.I tempi, infatti, erano ancora burrascosi e parecchi avversari i Gesuiti contavano nella stessa Roma, anzi nelle stesse loro file, i quali sopravano mutamenti e risorse compromettenti. Il F., che ad una serena affabilita sapeva congiungere un'energia paterna e una vigorosa operosità, superò ottimamente la prova: all'impulso nuovo per la formazione dei novizi degli studenti e per la direzione pratica dei maestri e dei predicatori corrisposte un aumento notevole di religioni, tanto che furono presto necessarie nuove divisioni di province. In tanto negli Stati Pontifici gli fu restituito il Collegio Romano (1824), la direzione del Collegio dei nobili (1826), la reintegrazione del Collegio Germanico (1828), oltre la fondazione del Collegio di Spoleto (1828), accanto ai già esistenti di Fano, Orvieto, Forlì, Ferentino, Tivoli. Con la bella Plura inter Leone XII confermava nel 1826 gli antichi privilegi dell'Ordine e ne aggiungeva dei nuovi. Così pure case e collegi vennero restituiti in Piemonte, Sardegna, Milano, Napoli, Modena. Nelle altre nazioni di Europa, il lavoro, in continuo aumento, era ostacolato dal sempre nuove difficoltà da parte degli avversari; si giunse anche a proscrizioni ed esili, come nella Spagna e nella Russia; ma i proscritti servirono a colmare le necessità di altri paesi. Alla morte del F. la Compagnia di Gesù contava più di 9 province e 2 missioni assai promettenti negli Stati Uniti: quella del Maryland (1823) e quella del Missouri (1829).