FRÖBEL, FRIEDRICH

FRÖBEL, Friedrich. - Pedagogista, istituto dei moderni «giardini d'infanzia», n. a Oberweisbach (Turingia) il 21 apr. 1782; m. a Marienthal (St.-Meiningen) il 21 giugno 1852. Figlio di un padre protestante, entusiasta del metodo pestalozziano, osservato più volte a Yverdon, dopo alcuni tentativi non riusciti per attuare il suo disegno di istruzione domina e la fanciulla tedesca nell'arte di educare i figli, aprì finalmente a Blakenburg (1837) il suo primo «giardino d'infanzia» per i bambini dai 3 ai 7 anni. Però, questo tipo di scuola, pur condotto avanti con entusiasmo e affiancato da conferenze stampa, sottoscrizioni, ecc., fallì finanziariamente; ma per interesse, smentito della baronessa Berta Marenholtz-Bulow, entusiasta dell'idea fröbeliana, fu riaperto nel Castello di Marienthal, concesso dal duca di Sassonia. Alla morte del F., la duchessa, da lui chiamata madre dell'idea «gli successe», nella direzione; e ad essa si deve il moltiplicarsi e l'estendersi dei «giardini» per tutta l'Europa e in America.

Non è facile cogliere i presupposti filosofici della pedagogia del F., perché egli non li elaborò organi-mente; si possono tuttavia ricostruire dai suoi scritti. La sua pedagogia si fonda su premesse mistico-estetiche, derivate dal romanticismo e specialmente da Schelling, e che sanno di monismo immanente e dialettico: la natura è un unico principio, Dio creatore che si confonde con essa, e che essa manifesta attraverso l'armonia delle forme più varie, tanto più complesse quanto più si salda alla natura inanimate al vivente. Ora la manifestazione del divino nell'umano avviene attraverso la spinta all'istituto creatrice, mediante la quale l'uomo riproduce, in quanto più, l'opera di Dio. L'educazione perciò non deve porre un qualche modello esterno, a cui conformarsi, ma assecondare per così dire il modello interno, Dio, creatore attivo, e vigilare lo sviluppo della tendenza spirituale dell'uomo a fare; in altri termini si richiede, pur vigilando, la libera autodeducazione e autoformazione. E poiché il divino, che è nell'uomo, è anche in fondo alla natura tutta, che lo circonda, questa natura non dovrà soltanto considerarsi nella sua materialità fisica, ma piuttosto penetrarsi nella sua vita intima per cogliervi il simbolo di un'idea spirituale. Anche in questo l'educazione non impone, ma vigila sulla tendenza nel fanciullo a spiritualizzare la natura, e ad arrivarla con la sua fantasia.

Ora il divino nel fanciullo, la spontanea tendenza nell'attività creatrice si manifesta essenzialmente nel giuoco, non considerato soltanto come distrazione o divertimento, ma anche e più come lavoro, in quanto imitato e riproduce qualche fatto od oggetto (il movimento del contadino che semina il grano, il treno che sbuffa, il cavallo che trotta). E poiché la terra esercita un'attrattiva potente sul bambino, si attui il gioco-lavoro mettendolo a contatto con essa, facendolo scavare, seminare, coltivare e fare i fiori. Esso imparerà ad amare i prodotti della natura, lo sforzo fisico per averli, la bellezza e grandezza di Dio che ha creato la natura. Per questo gioco-lavoro, con il valore di simbolo di richiamo, il F. decò una serie di sei doni (la palla, la sfera, il cubo e il cilindro, il cubo diviso in otto cubi piccoli e uguali, il cubo diviso orizzontale in otto mattoni, il cubo diviso i cubetti uguali, ma alcuni tagliati secondo una o due diagonali; il cubo diviso in mattoni uguali, ma alcuni suddivisi nel senso della lunghezza; donde le idee di uguaglianza, di movimento, di figure geometriche, ecc.; si aggiungono talvolte di legno, astuccio, striscioline di carta adatte, intreccianti dosi variamente, produrre gli oggetti più vari). Si passa poi alle cosiddette «occupazioni»: riprodurre disegni ed ornamenti decorativi con cartoni e strisce; formare figure con perline, bottoni, pezzi di panno; lavorare in diversi modi con la sabbia; scavare gallerie, formare pupazzi, ecc.).

Il metodo fröbeliano corrisponde mirabilmente alla psicologia infantile: asseconda, infatti, le tre tendenze, così vive nel bambino e nel fanciullo: il piacere di osservare, il bisogno di attività, il senso della personalità, e questo favorendone la tendenza, non sostituendo ad esse. Per il F. il centro della scuola non è il maestro, ma l'alunno; massima, ora, comune almeno nelle teorie pedagogiche; ma allora misconosciuta e ardita. Gli si può rimproverare un geometrisco eccessivo nella formazione dei doni, una concezione religiosa e filosofica errata; ma siccome il metodo nella sua applicazione non richiede necessariamente questi presupposti, può trovare molto alimentato nei fatti della Scrittura e della vita di santi, e può applicarsi mirabilmente non tanto nella esecuzione materiale, quanto è più nello spirito, che lo anima, così si deve riconoscere nell'idea fröbeliana qualcosa di assai felice, che ha esercitato dappertutto un influsso vasto e ben meritato ed è anche ai nostri giorni fonte di splendidi successi, chi sappia bene attuarla; ad essa, infatti, ATTIVISMO (v.).

Il F. scrisse tra l'altro: Die Menschenreziehung (Keil-hass 1826; vers. II. con scritti e note di A. Salani, Torino 1939; di M. Brivio Claretta, Padova 1937); Familien, die erziehenden, Wochenblatt für Selbständigung und Bildung, Anderer (Lipsia 1826); Mutter- und Kochscheider, Ein Familienbuch (Blakenburg 1843); G. Palm, Der Mensch, Denker und Erzieher, Selbstzeugnisse (ivi 1940).

Bibl.: Opere: I. le raccolte più complete di F. sono ancora quelle di W. Lange, Gesammelte padag. Schriften, 3 voll., Burlino 1862 e di F. Siedel, Padag. Schriften, 3 voll., ivi 1883. - Studi: H. Marenholtz-Bulow, Die Arbeit und die neue Erziehung nach F.'s Methode, Berlino 1866; id., Erinnerungen an F. F., Cassel 1876; id., Handbuch der Fröbelschen Erziehungslehre, 2 voll., Berlino 1886-87; A. Pick, L'educazione moderna. Giornale per le diffusione delle teorie educative di F. F., Venezia 1860-71; B. d'Ercole, L'educazione dell'infanzia, secondo il metodo di F., Torino 1904; E. Formiggini-Santa Maria, Ciò che è vivo e ciò che è morto della pedagogia di F. F., Genova 1916; J. Prüfer, F. vers. it., Venezia 1927; G. Catalfamo, F. F., Messina 1948. E inoltre: F. d'Ercole, s. V. in Diz. III. di pedagogia di A. Martinasi, zoli e L. Credaro, I. Milano s. d., pp. 719-27; F. Weigl, s. V. in Lexikon der Pädagogik di E. M. Roloff, II, Friburgo in Br. 1913, coll. 108-14; ambedue con buona bibl. Celestino Testore.

FROBEN, Johann (Frobenius). - Tipografo ed editore tedesco, n. ad Hammelburg (cittadina della Bassa Franconia, in Baviera) nel 1460, m. a Basilea nel 1537.

Già corretto nella tipografia di Giovanni Amerbach, iniziò una propria attività tipografica con la stampa di una Biblia integra che porta la data di Basilea, 27 giugno 1491. Seguirono numerose altre opere bibliche, patristiche e varie, anche in greco e in ebraico, assai rinomate per la bellezza dell'edizione di la correttezza dei testi che gli meritarono l'appellativo di «princeps typographiae Basiliensis». Fu in rapporti d'amicizia con Giovanni Hausschein, detto latinamente Oecolampadius, e più con Erasmo da Rotterdam del quale stampò varie opere, fra cui gli Adagia (1531) e la rarissima sua prima edizione del Nuova Testamento in lingua greca (1516). Per le copiose illustrazioni poste nelle sue edizioni si servì dell'opera di Urs Graf e di Hans Holbein. Dopo la sua morte, l'attività tipografica fu continuata dal figlio Hieronymus (1501-63).

e dal genero Nikolaus Bischoff detto Episkopius (1501-1564).

Bibl.: R. Wackernagel, Rechnungsbuch der F. und Episkopius, 1557-64, Basilea 1581; C. W. Lucketbarn, The printers of Bute in the XV and the XVI centuries, Londra 1867; E. Vouillème, Die deutsche Erzherz der 15. Jahrhundert, 2a ed., Berlin 1922; H. Koegler, J. F.-Gedächtnis-Ausstellung, Basilea 1927; E. V. Rath, in Handbuch der Bibliothekswissenschaft, ed. F. Milikan, I, Lipsia 1931, pp. 430-31.