GENTILE da FABRIANO. - Gentile di Niccolò
di Giovanni di Massio, pittore, n. a Fabriano ca. il
1370, m. a Roma nel 1427. I dati biografici sono i
seguenti: nel 1408, a Venezia, dipinge un'ancora
per Francesco Amadi, e viene compensato il doppio
del pittore Niccolò di Pietro. A Venezia esegui pure
un affresco, perduto, nella sala del Maggior Consiglio
in Palazzo Ducale, rappresentante la battaglia navale
tra i Veneziani e Ottone III. Il 17 apr. 1414 G. da
F. si trova a Brescia, impegnato a dipingere una cap-
pella, distrutta, nell'antico Broletto. I documenti
(Archivio comunale di Fano) indicano il procedere
dei lavori fino al 18 sett. 1419. Viene invitato a Roma
dal papa Martino V; forse ritorna invece a Fa-
briano (1420).
Comunque, il 21 nov. 1422 G. è a Firenze, iscritto
nelle matricole all'Arte dei medici e speziali. Nel
maggio 1423 è compiuta l'Adorazione dei Magi agli
Uffizi. Al 1425 risalgono tre opere di G., che docu-
mentano anche un suo viaggio a Siena e uno ad
Orvieto: il «polittico Quaratesi» per la Chiesa di
S. Niccolò Oltrano a Firenze, la Madonna dei Notai,
a Siena (perduta), l'affresco (Madonna col Figlio) nel
duomo di Orvieto. Ritornato a Siena nell'ott. 1426,
G. si trovava certamente a Roma nel genn. 1427.
Il ciclo di affreschi da lui eseguiti in S. Giovanni in
Laterano, poi proseguiti (1431) dal Pisanello, è andato
perduto.
La tradizione (posteriore al Vasari) che scorge le
origini artistiche di G. nella corrente pittorica marchigiana
trecentesca del Nuzi e del Ghissi, appare ormai inacce-
tabile. In realtà la pala di G. da F., già nel Museo Fede-
rico di Berlino (un tempo in S. Niccolò di Fabriano),
la prima opera oggi nota dell'artista (ca. 1390-95) di-
nostra un preciso riferimento alla miniatura e pittura
lombarda (ricordi, cioè, del Tacuinum sanitatis, di Gio-
vannino de' Grassi, di Michelino di Besozzo) e l'influsso del gotico e internazionale a (tramite, forse, la scuola di Colonia). Nel «politico di Valle Romita» (Milano, Brera; 1400-1405), si inseriscono motivi senesi (da Taddeo di Bartolo), unitamente all'ingenuo naturalismo lombardo. Poco dopo l'artista dovette eseguire la Madonna col Banno, nella Pinacoteca di Perugia.
Del periodo veneziano resta soltanto la Madonna Kress, proveniente da Belluno (Washington, Museo); guasta, ma dal ritmo aperto, con il Bambino in atteggiamento frontale rispetto al movimento della Vergine; centro di politico che richiama quelli veneti. Invece la Vergine in Adorazione del Museo civico di Pisa, nella ripresa di goticismo sottile, miniaturistico; nello stesso suggerimento letterario (dovuto all'ambiente colto di una corte) della scritta a caratteri arabi ai margini del tessuto su cui giace il Bambino, fa pensare ad un'opera del soggiorno bresciano. Quivi G. poté conoscere miniature franco-fiamminghe, dei fratelli di Limbourg, il cui ricordo è evidente nella Adorazione dei Magi, eseguita in Firenze per Palla Strozzi. Dove è mirabile la capacità di G. a rivivere, in un linguaggio pittorico sereno, narrativo, e ad unificare le impressioni più diverse ed opposte. Si tratta ancora di impressioni lombarde, senesi, francesi, e dei primi contatti con l'ambiente fiorentino. Affinità con Masolino e con il Ghibetti, riferimenti all'antico, e persino un ingenuo ma scacismo (scene sulla stola del s. Nicola) si sviluppano poi nel «politico Quaratesi», già in S. Niccolò Oltrano, ed in altro politico per la medesima chiesa (Uffizi, de posti). Il «politico Quaratesi», smembrato, si compone della «Madonna col Bambino e angeli» (Londra, National Gallery); dei laterali con 4 santi (Firenze, Uffizi); della predella con storie di s. Nicola (Città del Vaticano, Pinacoteca; Washington, Museo).
Nel bellissimo affresco del duomo di Orvieto, prevalgono i richiami al delicato senso del colore senese (ricordi di Simone Martini) insieme alla monumentalità dovuta all'esperienza dell'arte fiorentina. Un effetto largo, compatto, tramite la riduzione degli elementi ornamentali, esprime la Madonna nel Capitolo del duomo di Velletri, unica opera sicuramente del momento romano (1426). L'impressione è quella di un pittore che interpreta il gotico con misura classica: non diversamente da un Andrea Pisano o un Jacopo della Quercia. Verosimile appare l'attribuzione a G. di un Crocifisso dipinto a fresco, nel refettorio del convento di S. Paolo fuori le mura (Lavagnino), equidistante tra Masolino e il maestro fabrianese. Al quale si attribuiscono giustamente: l'Incoronazione della Vergine (Parigi, Collezione Heugel); la Madonna col Figlio e angeli, già Davis (Nuova York, Metropolitan Museum); la Madonna già Goldman (Washington, Museo); la Madonna - frammento nella Collezione Berenson (Settignano); il S. Francesco già Fornari (Milano, proprietà Carminati), ed altre opere.
Il cosmopolitismo pittorico di G. da F. rivela un fondamento individuale nel trasporre l'amore del frammento naturalistico sul piano della poesia, nell'incanto del colore e di un racconto fiabesco.
della Pubblica istruzione dal 1922 al 1924 e promosse la nota riforma scolastica, che porta il suo nome. La fondazione dell'Università cattolica di Milano ebbe il suo appoggio e la sua firma di ministro. Senatore, dal 1922 al 1935, promosse e diresse l'Eucìlopedia italiana. Molte altre iniziative culturali si devono alla sua attività intelligente ed infaticabile di studioso e rinnovatore.
Il G., il filosofo dell'«idealismo attuale» o dell'«attualismo» (v.), è stato tra i maggiori pensatori italiani della prima metà del nostro secolo. La sua ricca e profonda umanità lo portò ad essere soprattutto uomo di scuola, maestro: G. era educatore nato, come attestato sia il largo seguito (ed anche il fascino) che ebbe sui giovani delle Università dove insegnò, sia il fatto che quasi tutti i suoi scritti fondamentali sono nati dall'insegnamento. Ciò spiega la sua identificazione del filosofare con il processo etico dello spirito e, in definitiva, con l'«educare», che è «autoduecarsi».
Lo stesso G. così delinea la derivazione del suo pensiero: «La filosofia attualistica storicamente si riconnette alla filosofia tedesca da Kant a Hegel, direttamente e attraverso i seguaci, espositori e critici che i pensatori tedeschi di quel periodo ebbero in Italia durante il secolo scorso. Ma si riconnette alla filosofia italiana della Rinascenza (Telesio, Bruno, Campanella), al grande filosofo napoletano Giambattista Vico, e ai rinnovatori del pensiero speculativo italiano dell'età del Risorgimento nazionale: Galluppi, Rosmini e Gioberti» (Introd. alla filo. [Firenze 1933], p. 20). Bisogna però, più di quanto non appaia da queste righe, rilevare l'influenza del Fichte e dello Spaventa e precisare che la filosofia italiana, dal Rinascimento al Gioberti, si riconnette all'attualismo solo perché il G. dà di pensatori indiscutibilmente cattolici, come il Campanella, il Vico e il Rosmini, un'interpretazione immanente (kantiana ed idealistica). Così pure, come ha dimostrato la critica più recente, la innegabile derivazione dallo Spaventa va intesa nel senso di un'interpretazione personale del G. di alcuni scritti del filosofo napoletano, e il ripensamento di Hegel come la eliminazione di quanto di realistico vi è ancora nel sistema del filosofo tedesco. Ciò appare chiaro proprio dai primi fondamentali scritti teoretici del G. raccolti nel volume La riforma della dialettica hegeliana (Palermo 1913). È qui che il G. chiama la sua filosofia «idealismo attuale», perché l'«idea» vi è considerata come «atto» e perché si stabilisce «l'equazione del divenire hegeliano con l'atto del pensiero, come unica concreta categoria logica» (ibid., prefaz.). Lo Hegel, invece, secondo il G., presuppone astrattamente l'essere e il non-essere al divenire che, in tal modo, non si può più possedere né spiegare. L'essere non va presupposto al pensiero; l'essere è un prodotto del pensiero. Ad Hegel mancò l'esigenza della «soggettività», e perciò la sua logica, ferma nella posizione delle idee platoniche, è movimento apparente delle «idee pensate» e non divenire reale del pensiero pensante» (ibid., p. 25). È questo precisamente il nuovo punto di vista conquistato dal G.: l'oggetto del pensiero è lo stesso atto del pensare, il pensiero, che è il pensiero comincia a pensare come altro da sé» (ibid., p. 207). In breve, il pensato è lo stesso pensiero pensante che si auto-oggettiva. Il metodo di questa filosofia è quello dell'«immanenza», il quale «consiste nel concetto della concretezza assoluta del reale nell'atto del pensiero, o nella storia; atto che si trascende quando si comincia a porre qualche cosa (Dio, natura, legge logica, legge morale, realtà storica come insieme di fatti, categorie spirituali o psichiche di lì dalla attività della coscienza) che non sia lo stesso lo come posizione di sé, o come Kant diceva, l'«Io penso» (ibid., p. 208). Fuori dell'atto del pensare non c'è oggetto concreto: l'«Io ha coscienza dell'oggetto in quanto ha coscienza di sé nell'atto di pensarlo, di porlo cioè in quanto autocoscienza.
Tutte le opere del G. sviluppano, con ricchezza di motivi, questo concetto del pensiero come atto a cui tutto è immanente e lo applicano a tutti i problemi filosofici e ad ogni forma di attività dello spirito, dal Sommario

di pedagogia (2 voll., Bari 1912), alla Teoria generale dello spirito come atto puro (Pisa 1916), ai Discorsi di religione (Firenze 1920), al Sistema di logica come teoria del conoscere ( 2 voll., Bari 1920-23), che, insieme
2. - ENCICLOPEDIA CATTOLICA. - VI.
assoluti del divenire dello Spirito: a) arte, o momento della soggettività pura e perciò astratta: «... nella sua immediatezza sfugge ad ogni sforzo che il pensiero faccia per raggiungerla» (La filo. dell'arte, p. 119). Perché l'arte si comprende bisogna che il momento della pura soggettività, in cui essa consiste, venga considerato nello sviluppo dialettico dello spirito, che è pensiero, cioè bisogna che entri «nell'attualità spirituale» (ibid., p. 125). b) Religione, o il momento della pura soggettività, come coscienza dell'oggetto, di fronte a cui il soggetto si annulla. La verità è prodotto del pensiero nella sua formazione e per consentire a Dio si svela nel carattere divino della verità, in manente al pensiero: «la personalità di Dio, di cui non è possibile dubitare, è la personalità dell'Ido...» (Natura dimostrazione dell'esistenza di Dio, in Introduzione alla filo. p. 220). Più tardi il G. nel breve scritto La religione (Firenze 1943) si professa «cristiano» e «cattolico»: «cristiano perché la religione cristiana è la religione dello spirito, per la quale Dio è spirito; e «cattolico» perché «religione è Chiesa» con un Capo, «dichiamo pure un papa». Però il Dio di cui qui il G. parla, è ancora l'Ido assoluto o lo Spirito trascendentale, e cattolico, e il pensiero è il generico riunirsi in una Chiesa e perché «ognuno è cattolico a modo suo». c) Filosofia, o il Pensiero nella piena conquista e trasparenza di sé a se stesso, in cui, come momenti dialettici di esso, trovano la loro concretezza il sentimento artistico e quello religioso. La filosofia è il logo concreto (che in sé risolve il logo astratto) con cui s'identifica la realtà che è storia o la totalità delle categorie del reale nel suo sviluppo logico o dialettico. Storia e filosofia s'identificano e sono la stessa dialettica nella sua «storicità» o la realizzazione dialettica dell'umanità. Piuttosto che verum et factum convertuntur bisogna dire verum et fieri convertuntur.
Ma è proprio l'«attualità del pensiero pensante» che resta, si direbbe, per aria nella filosofia del G. e il cui approfondimento è la chiave di volta per criticare dall'interno tutto il sistema. Infatti, il pensiero pensante, sempre attuale, è sempre inattuato: trascurando l'atto ed ogni atto. Nella sua pura trascendenza, talità sfugge a se stesso, non si può cogliere, si perché è più di ogni suo atto, sia perché, come pura soggettività, è astratto ed è costretto a mediarsi nel rapporto dialettico di soggettività-oggettività. L'atto a cui tutto è immanente, come atto perenne ed infaegurabile, è autotrascendenza. E siccome il G. identifica l'oggetto o l'essere con l'atto stesso del pensare, da cui è dedotto, consegue che l'attualità pura dell'atto è vuota. Da questa trascendenza, immanente alla stessa trascendentalità pura, è impossibile passare alla trascendenza autentica, in quanto la trascendentalità gentiliana è Soggettività: manca in essa un elemento oggettivo, cioè l'idea come verità data alla mente. Perciò assoluto è lo stesso Soggetto, non la verità. Ma con ciò il G. nega proprio l'idealismo in quanto l'idea non è più l'elemento oggettivo, pensato ma non creato dal pensiero, ma lo stesso atto, cioè lo stesso soggetto. Ma è negato con ciò anche il Soggetto pensante, in quanto è pensiero della sua stessa soggettività, cioè vuoto pensare. Le negazioni di Dio come essere trascendente, della realtà dei soggetti (attualismo e solipsismo), come della libertà e della morale, sono conseguenze del presupposto non-idealistico (in quanto nega proprio l'idea) della riduzione dell'idea alla soggettività dell'atto del pensiero e della implicita (ed ingiustificabile) concezione della filosofia come «sviluppo», e non come «scoperta» della verità. Ciò portò il G. ad identificare la filosofia con la storia e con questa tutto il reale in un immanentismo, che è positivismo e non più idealismo autentico; e se non lo è fino in fondo, si deve alla felice contraddizione che il pensiero pensante trascende tutto il pensiero pensato e perciò la storia. È approfondendo questo punto, fino a capovolgere le premesse e le conclusioni, che l'attualismo può farsi fecondo ai fini di un ripensamento dell'idealismo classico (che è realismo) e della giustificazione di quei valori (lo spirito, la libertà, l'interiorità, la religione) per la cui rivendicazione il G. spese il suo nobile e vigoroso ingegno.
Tutte le opere del G. sono all'Indice (dec. 20 giugno 1934).