GENTILE, GIOVANNI

GENTILE, GIOVANNI. - Filosofo, pedagogista e uomo politico, n. a Castelvetrano (Trapani) il 30 maggio 1875, m. assassinato a Firenze il 15 apr. 1944. Studiò alla Scuola Normale di Pisa (1893-97), dove, tra gli altri, ebbe come maestro l'hegeliano D. Jaia. Insegnò prima nei Licei di Campobasso e di Napoli (1898-1906) poi, dal 1903, come libero docente, nella Università di Napoli; dal 1907 storia della filosofia nella Università di Palermo, dove svolse una notevole attività anche come presidente della «Biblioteca filosofica». Nel 1914 successe a Pisa alla cattedra del suo maestro, che tenne fino al 1918, anno in cui passò a Roma, dove insegnò fino alla morte. Dal 1903 al 1922 fu collaboratore attivissimo di La critica del Croce ed ebbe un'influenza decisiva sulla filosofia italiana; nel 1920 iniziò la pubblicazione del Giornale critico della filosofia italiana, organo ufficiale dell'attualismo e ancora oggi rivista rappresentativa del pensiero (non più attualista) di alcuni suoi scolari e seguaci. Fu ministro

della Pubblica istruzione dal 1922 al 1924 e promosse la nota riforma scolastica, che porta il suo nome. La fondazione dell'Università cattolica di Milano ebbe il suo appoggio e la sua firma di ministro. Senatore, dal 1922 al 1935, promosse e diresse l'Enciclopedia italiana. Molte altre iniziative culturali si devono alla sua attività intelligente ed infaticabile di studioso e rinnovatore.

Il G., il filosofo dell'«idealismo attuale» o dell'«attualismo» (v.), è stato tra i maggiori pensatori italiani della prima metà del nostro secolo. La sua ricca e profonda umanità lo portò ad essere soprattutto uomo di scuola, maestro: G. era educatore nato, come attestano sia il largo seguito (ed anche il fascino) che ebbe sui giovani delle Università dove insegnò, sia il fatto che quasi tutti i suoi scritti fondamentali sono nati dall'insegnamento. Ciò spiega la sua identificazione del filosofare con il processo etico dello spirito e, in definitiva, con l'«educare», che è «autoeducarsi».

Lo stesso G. così delinea la derivazione del suo pensiero: «La filosofia attualistica storicamente si riconnette alla filosofia tedesca da Kant a Hegel, direttamente e attraverso i seguaci, espositori e critici che i pensatori tedeschi di quel periodo ebbero in Italia durante il secolo scorso. Ma si riconnette alla filosofia italiana della Rinascenza (Telesio, Bruno, Campanella), al grande filosofo napoletano Giambattista Vico, e ai rinnovatori del pensiero speculativo italiano dell'età del Risorgimento nazionale: Galluppi, Rosmini e Gioberti» (Introd. alla filos. [Firenze 1933], p. 20). Bisogna però, più di quanto non appaia da queste righe, rilevare l'influenza del Fichte e dello Spaventa e precisare che la filosofia italiana, dal Rinascimento al Gioberti, si riconnette all'attualismo solo perché il G. dà di pensatori indiscutibilmente cattolici, come il Campanella, il Vico e il Rosmini, un'interpretazione immanentistica (kantiana ed idealistica). Così pure, come ha dimostrato la critica più recente, la innegabile derivazione dallo Spaventa va intesa nel senso di un'interpretazione personale del G. di alcuni scritti del filosofo napoletano, e il ripensamento di Hegel come la eliminazione di quanto di realistico vi è ancora nel sistema del filosofo tedesco. Ciò appare chiaro proprio dai primi fondamentali scritti teoretici del G. raccolti nel volume La riforma della dialettica hegeliana (Palermo 1913). È qui che il G. chiama la sua filosofia «idealismo attuale», perché l'«idea» vi è considerata come «atto» e perché si stabilisce «l'equazione del divenire hegeliano con l'atto del pensiero, come unica concreta categoria logica» (ibid., prefaz.). Lo Hegel, invece, secondo il G., presuppone astrattamente l'essere e il non-essere al divenire che, in tal modo, non si può più possedere né spiegare. L'essere non va presupposto al pensiero; l'essere è un prodotto del pensiero. Ad Hegel mancò l'esigenza della «soggettività», e perciò la sua logica, ferma nella posizione delle idee platoniche, è movimento apparente delle «idee pensate» e non divenire reale del «pensiero pensante» (ibid., p. 25). È questo precisamente il nuovo punto di vista conquistato dal G.: l'oggetto del pensiero è lo stesso atto del pensare, il «pensiero, che è il pensiero comincia a pensare come altro da sé» (ibid., p. 207). In breve, il pensato è lo stesso pensiero pensante che si auto-oggettiva. Il metodo di questa filosofia è quello dell'«immanenza», il quale «consiste nel concetto della concretezza assoluta del reale nell'atto del pensiero, o nella storia; atto che si trascende quando si comincia a porre qualche cosa (Dio, natura, legge logica, legge morale, realtà storica come insieme di fatti, categorie spirituali o psichiche di là dalla attività della coscienza) che non sia lo stesso lo come posizione di sé, o come Kant diceva, l'«Io penso» (ibid., p. 208). Fuori dell'atto del pensare non c'è oggetto concreto: l'Io ha coscienza dell'oggetto in quanto ha coscienza di sé nell'atto di pensarlo, di portò cioè in quanto autocoscienza.

Tutte le opere del G. sviluppano, con ricchezza di motivi, questo concetto del pensiero come atto a cui tutto è immanente e lo applicano a tutti i problemi filosofici e ad ogni forma di attività dello spirito, dal Sommario

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(per cortesia della «Fondazione G. Gentile») GENTILE, GIOVANNI - RITTATO.
di pedagogia (2 voll., Bari 1912), alla Teoria generale dello spirito come atto puro (Pisa 1916), ai Discorsi di religione (Firenze 1920), al Sistema di logica come teoria del conoscere (2 voll., Bari 1920-23), che, insieme con la Introduzione alla filosofia (cit.), rappresentano i suoi scritti teoretici fondamentali. Impossibile seguire tutta la problematica gentiliana, ma indispensabile fissarne l'essenziale.

Il Sommario, uno dei testi classici della pedagogia (che «come scienza dell'educazione» s'identifica con la «filosofia quale scienza della realtà spirituale» [I, p. 64]), è la prima robusta sistemazione dell'attualismo. Il G. vi svolge e precisa il concetto della identità-distinzione dei gradi dello spirito: l'unità dell'atto spirituale non consente distinguere sensazione, percezione, rappresentazione, volere, ecc., in quanto tutti si risolvono nell'atto unico del pensare. Ogni atto spirituale è coscienza approfondita di un atto anteriore: non fenomenologia dei gradi dello spirito, ma dell'unico atto spirituale che, come eterna mediazione, è eterno sviluppo attraverso momenti infiniti (Somm., parte 1ᵃ). Nulla può essere presupposto al pensiero: tutto – la natura e il logo – vanno dedotti da esso, perché tutto è sua realizzazione. L'atto del pensare «si libra tra due sé, il primo dei quali è soggetto e l'altro oggetto soltanto in questo mutuo rispecchiarsi dell'uno nell'altro, per l'atto concreto e assoluto del pensiero» (Teoria, 5ᵃ ed., p. 245). Evidentemente l'Io trascendentale, Soggettività assoluta, risolve in sé le soggettività particolari o gli io empirici, di cui è l'unità: non sono reali e immortali gli io empirici, è immortale l'unico Io trascendentale. Lo Spirito unifica le cose, che sono molteplicità nell'unità della coscienza: unità e molteplicità sono momenti di un unico atto, che è lo Spirito come processo costruttivo. Lo Spirito è dialettica non del pensiero pensato, ma del pensiero pensante, «il quale nella sua attuosità, che è divenire e svolgimento, pone bensì come suo proprio oggetto l'identico, ma appunto mercé il processo del suo svolgimento, che non è identità, cioè unità astratta, ma unità e molteplicità insieme, identità e differenza» (Teoria, pp. 44-45). Lo stesso processo dialettico si applica ai tre momenti

assoluti del divenire dello Spirito: a) arte, o momento della soggettività pura e perciò astratta: «... nella sua immediatezza sfugge ad ogni sforzo che il pensiero faccia per raggiungerla» (La filos. dell'arte, p. 119). Perché l'arte si comprenda bisogna che il momento della pura soggettività, in cui essa consiste, venga considerato nello sviluppo dialettico dello spirito, che è pensiero, cioè bisogna che entri «nell'attualità spirituale» (ibid., p. 125). b) Religione, o il momento della pura oggettività, come coscienza dell'oggetto, di fronte a cui il soggetto si annulla. La verità è prodotto del pensiero nella sua formazione e per conseguenza Dio si svela nel carattere divino della verità, immanente al pensiero: «la personalità di Dio, di cui non è possibile dubitare, è la personalità dell'Io...» (Nuova dimostrazione dell'esistenza di Dio, in Introduzione alla filos., p. 220). Più tardi il G. nel breve scritto La mia religione (Firenze 1943) si professa «cristiano» e «cattolico»: «cristiano» perché «la religione cristiana è la religione dello spirito, per la quale Dio è spirito»; e «cattolico» perché «religione è Chiesa» con un Capo, «diciamo pure un papa». Però il Dio di cui qui il G. parla, è ancora l'Io assoluto o lo Spirito trascendentale, e cattolicesimo è il generico riunirsi in una «Chiesa» e perciò «ognuno è cattolico a modo suo». c) Filosofia, o il Pensiero nella piena conquista e trasparenza di sé a se stesso, in cui, come momenti dialettici di esso, trovano la loro concretezza il sentimento artistico e quello religioso. La filosofia è il logo concreto (che in sé risolve il logo astratto) con cui s'identifica la realtà che è storia o la totalità delle categorie del reale nel suo sviluppo logico o dialettico. Storia e filosofia s'identificano e sono la stessa dialetticità nella sua «storicità» o la realizzazione dialettica dell'umanità. Piuttosto che verum et factum convertuntur bisogna dire verum et fieri convertuntur.

Ma è proprio l'«attualità del pensiero pensante» che resta, si direbbe, per aria nella filosofia del G. e il cui approfondimento è la chiave di volta per criticare dall'interno tutto il sistema. Infatti, il pensiero pensante, sempre attuale, è sempre inattuato: trascende l'atto ed ogni atto. Nella sua pura trascendentalità sfugge a se stesso, non si può cogliere, sia perché è più di ogni suo atto, sia perché, come pura soggettività, è astratto ed è costretto a mediarsi nel rapporto dialettico di soggettività-oggettività. L'atto a cui tutto è immanente, come atto perenne ed inadeguabile, è autotrascendenza. E siccome il G. identifica l'oggetto o l'essere con l'atto stesso del pensare, da cui è dedotto, consegue che l'attualità pura dell'atto è vuota. Da questa trascendenza, immanente alla stessa trascendentalità pura, è impossibile passare alla trascendenza autentica, in quanto la trascendentalità gentiliana è Soggettività: manca in essa un elemento oggettivo, cioè l'idea come verità data alla mente. Perciò assoluto è lo stesso Soggetto, non la verità. Ma con ciò il G. nega proprio l'idealismo in quanto l'idea non è più l'elemento oggettivo, pensato ma non creato dal pensiero, ma lo stesso atto, cioè lo stesso soggetto. Ma è negato con ciò anche il Soggetto pensante, in quanto è pensiero della sua stessa soggettività, cioè vuoto pensare. Le negazioni di Dio come essere trascendente, della realtà dei soggetti (attualismo e solipsismo), come della libertà e della morale, sono conseguenze del presupposto non-idealitico (in quanto nega proprio l'idea) della riduzione dell'idea alla soggettività dell'atto del pensiero e della implicita (ed ingiustificabile) concezione della filosofia come «sviluppo», e non come «scoperta» della verità. Ciò portò il G. ad identificare la filosofia con la storia e con questa tutto il reale in un immanentismo, che è positivismo e non più idealismo autentico; e se non lo è fino in fondo, si deve alla felice contraddizione che il pensiero pensante trascende tutto il

pensiero pensato e perciò la storia. È approfondendo questo punto, fino a capovolgere le premesse e le conclusioni, che l'attualismo può farsi fecondo ai fini di un ripensamento dell'idealismo classico (che è realismo) e della giustificazione di quei valori (lo spirito, la libertà, l'interiorità, la religione) per la cui rivendicazione il G. spese il suo nobile e vigoroso ingegno.

Tutte le opere del G. sono all'Indice (decr. 20 giugno 1934).

BIBL.: Opere complete (in corso di pubblicazione: sono già usciti 16 voll.), Firenze 1928 seg. Studi: E. Chiocchetti, La filos. di G. G., Milano 1922; V. L'AIA, L'idealismo attuale di G. G., Trani 1925; F. D'Amato, G. G., Milano 1927; A. Baratono, Filos. in margine, ivi 1930, pp. 241-314; N. Papafava, L'idealismo assoluto, ivi 1930; A. Carlini, Il mito del realismo, Firenze 1936; P. Carabelese, L'idealismo italiano, Napoli 1938; B. Varisco, Il pensiero vissuto, Roma 1940, pp. 93-110; A. Pittaluga, La riforma della dialettica hegeliana di G. G., in Logos, 24 (1941) pp. 40-60; 261-70; M. F. Sciacca, Il Secolo XX, I, 2ª ed., Milano 1942, pp. 364-402; II, ivi 1942, pp. 794-805 (bibl.); id., Il problema di Dio e della religione nella filos. attuale, 2ª ed., Brescia 1946, pp. 80-93; autori vari, G. G., La vita e il pensiero, I, Firenze 1948; II, ivi 1950; il III, in corso di pubblicazione, contiene tutta la bibl. completa degli scritti di G. G. Michele Federico Sciacca
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“GENTILE, GIOVANNI.” Enciclopedia Cattolica, vol. VI (1951), p. 46. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/gentile-giovanni.