GENOVESI, ANTONIO. - Filosofo ed economista, n. a Castiglione (Salerno) il 1° nov. 1712, m. a Napoli il 23 sett. 1769. Entrato diciottenne in seminario, a Salerno, più per volere del padre che per propria inclinazione, vi divenne sacerdote e maestro d'eloquenza. Ma già nel 1738 lasciò Salerno per Napoli, dove completò i suoi studi filosofici e poté, per intercessione di mons. Celestino Galiani, prefetto degli studi, il quale anche in seguito si dimostrerà suo valido protettore, insegnare metafisica (1741) ed etica (1745) all'Università di Napoli. Una relativa spregiudicatezza di pensiero e l'accoglienza aperta, se pur vigile e critica, che trovavano in lui le novità filosofiche d'oltralpe e d'oltremanica gli valsero l'ostilità degli ambienti accademici più rigidamente conservatori; tanto che nel 1747 gli fu precluso il concorso per la cattedra di teologia (gli Universae Christianae theologiae elementa usciranno postumi a Venezia, nel 1771). D'altra parte l'indole stessa del G. lo portava a riuscire assai meglio nelle scienze pratiche che nelle speculative, come si vide dopo che, nel 1754, per la munificenza del fiorentino Bartolomeo Intieri, fu istituita nell'Università di Napoli
una cattedra di Meccanica e commercio, la prima cattedra d'economia politica in Italia, se non in Europa. L'Intieri la dotò di 300 ducati annui e pose come condizione che il primo ad occuparla fosse il G. il quale, iniziato l'insegnamento il 5 nov. 1754, lo continuò per tutta la vita.
Sulla formazione filosofica del G. influirono, oltre agli antichi, il Locke, lo Hume, i sensisti ed il Leibniz. La cultura illuministica entrò nel Regno di Napoli soprattutto per merito del G., che aveva compreso l'utilità di studiare le nuove dottrine, non foss'altro che per combatterne gli errori con le stesse armi logiche. I suoi Elementa metaphysicae mathematicum in morem adornato (Napoli 1743-47; 2ª ed. ivi 1751, dedicata a Benedetto XIV) rivelano infatti un fondo apologetico: la prima parte, ontosofia e cosmosofia, confuta panteisti e fatalisti, specialmente Spinoza; la seconda, teologia, i deisti; la terza, psicosofia, gli epicurei ed i materialisti in genere; la quarta, supplementare, trattando di morale combatte i libertini. Nel 1755 l'opera fu denunciata alla S. Congregazione dell'Indice per panteismo e giansenismo; in verità, se la prima accusa era infondata, la seconda sembrava avere un certo fondamento. Gli Elementa artis logico-criticae (ivi 1754) interessano soprattutto per l'impostazione fin da allora praticistica della concezione genovesiana della conoscenza: impostazione che si delinea compiutamente nel Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze (1753), che segna la svolta decisiva del G. verso le scienze pratiche, sebbene anche in seguito egli non lasciasse di coltivare la filosofia pura, pubblicando nel 1758 le nobili Meditazioni filosofiche sulla religione e sulla morale, nel '59 le autoapologetiche Lettere filosofiche e nel 1766 la Logica e la Metafisica per i giovanetti. Il Discorso del '53 dichiara vano e nocivo ogni studio che non sia rivolto «alla soda utilità degli uomini»; è qui il programma dell'insegnamento economico del G., raccolto nelle Lezioni di commercio, o sia di economia civile (ivi 1766).
L'opera consta di due parti di cui la prima, più generale, pone le premesse politiche e psicologiche («molla del dolore») della scienza economica, tratta delle classi sociali, delle arti (distinte in fondamentali, miglioratrici e di lusso), dell'utilità delle classi non produttrici (condizionata dalla «legge del minimo possibile») e, infine, del commercio e delle finanze. La seconda parte considera concetti più tecnicamente economici, quali il prezzo, la moneta, il credito, i cambi e gli interessi. Il G. è di solito fatto rientrare nella scuola mercantilista, e ciò essenzialmente per la sua preoccupazione che la bilancia commerciale sia resa attiva con dazi sulle importazioni, specialmente di prodotti finiti, e con incoraggiamenti ai produttori nazionali. Quello che il G. accoglie peraltro, è un mercantilismo temperato e corretto su alcuni punti, quali la credenza nel valore intrinseco e preminente dell'oro: il G. rileva che l'oro e la moneta in genere sono «ricchezze di segno», mentre la ricchezza effettiva non può essere prodotta che dal lavoro. E, soprattutto, il G. non accetta del mercantilismo la concezione della ricchezza in funzione della potenza bellica dello Stato, di cui l'individuo verrebbe ad essere un semplice strumento (Troisi). Inoltre è rilevante sul G. l'influsso dei fisicratici: l'agricoltura è considerata non l'unica, è vero, ma certo la prima fonte di ricchezza; la libertà di commercio è auspicata almeno entro i confini del Regno; i calmieri sono dichiarati inutili; la naturalità e inderogabilità di certe leggi economiche è chiaramente riconosciuta, per cui non si può dire che l'ordine economico dipenda, per il G., interamente dalla nostra volontà.
Il G., assorbendo ed elaborando le dottrine di molti economisti stranieri (Hume, Mirabeau, Duhamel, Ulloa, ecc.) contribuì anche a farli conoscere in Italia; egli stesso curò traduzioni e commenti. Le Lettere raccolte da D. Forges Davanzati lo mostrano in continua corrispondenza con amici in Italia e fuori, che gli fornivano dati e statistiche economiche utili ai suoi studi. Molte sono in lui le intuizioni e le anticipazioni dovute al suo senso pratico; manca,
invece, nel complesso, una sistemazione rigorosamente scientifica. Le Lezioni furono poste all'Indice il 23 giugno 1817, con la riserva donee corrigatur, per il loro accentuato anticurialismo, che al G. derivava in parte dal Giannone; per il G. la Chiesa deve occuparsi delle cose spirituali e lo Stato delle temporali; ma tra quest'ultime egli comprende non solo i beni ecclesiastici, ma la stessa persona dei sacerdoti ed il culto esterno. In ciò, come nella lotta contro la manomorta, i privilegi, ecc. si rivela il carattere illuminista del G., contemperato però da una viva esigenza etica. Il Voltaire ed il Rousseau furono da lui giudicati aspramente, e contro il secondo sono rivolte le Lettere accademiche sulla questione se siano più felici gli ignoranti o gli scienziati (1764). L'etica del G., che egli vuole indipendente, ma non contrapposta alla teologia, è contenuta nella Diceosina, o filosofia del giusto e dell'onesto (1766; vol. II, postumo, 1777), che si riconnette in parte col De iure et officiis del 1764.
La regola della virtù è, per il G., «riconoscere a ciascuno il suo diritto»; i doveri nascono dal fatto che ogni uomo possiede, per nascita, determinati diritti, che si devono rispettare. Modificazioni di questo diritto primitivo sorgono dalla necessità umana di formare organismi politici. Con il patto sociale gli individui cedono allo Stato una parte della loro libertà; lo stesso Stato, però, è creato in vista della felicità dei singoli. La correlazione, anzi, la compenetrazione che il G. persegue tra giure e morale, fa sì che la Diceosina assuma l'aspetto di un trattato di diritto naturale e, spesso, corra parallelamente ad opere istituzionali di diritto romano.
La scuola del G. fu feconda d'ingegni, ed i suoi influssi si estesero ben oltre i confini del Regno di Napoli. Dal suo insegnamento trassero frutti, direttamente o indirettamente, il Galanti, il Filangieri, il Palmieri, il Beccaria, l'Algarotti e il Romagnosi, per limitarsi ai nomi più illustri.
GENESERICO, re dei VANDALI. - Figlio naturale del re Godigiselo, salì al trono dopo la morte del fratellastro Gunderico (428). Piccolo di statura, zoppo, malizioso, era però un guerriero ed un abile politico. Pressato dai Visigoti nella Spagna, ed approfittando delle tristi condizioni dell'Africa, divisa da lotte religiose e trascurata dall'autorità imperiale, ne intraprese la conquista. Nel 429 vi sbarcò saccheggiandola, bruciando chiese, uccidendo ecclesiastici e perseguitando i cattolici. L'anno successivo assediò Ippona, ma dopo 14 mesi non riuscì ad espugnarla: durante l'assedio morì s. Agostino. Il conte Bonifacio, che si era rinchiuso nella città, tentò una battaglia campale, ma fu sconfitto (432) e G. rimase padrone della Mauritania, Numidia e di gran parte della Proconsolare. Nel 435 si accordò con la corte di Ravenna che gli riconobbe le conquiste fatte dietro promessa di non molestare Cartagine e pagare un tributo annuo. Quattro anni dopo però (439) ruppe i patti ed espugnò Cartagine. Ancora una volta la corte imperiale dovette accettare il fatto compiuto, e G. fu riconosciuto
ufficialmente come re del nuovo Stato indipendente, comprendente tutta l'Africa romana.
Ariano fanatico si diede a perseguire in tutti i modi i cattolici, e con agguerrite flotte sparse il terrore sulle coste del Mediterraneo assoggettandone le isole principali e saccheggiando frequentemente le coste dell'Italia meridionale. Alla morte di Valentiniano III (455) si ritenne libero dagli impegni assunti e tentò direttamente un colpo contro l'Impero. Il 3 maggio sbarcò ad Ostia; Roma in preda al tumulto ed al terrore non poté essere difesa. Solo il papa Leone Magno osò affrontare il re barbaro, come aveva fatto tre anni prima con Attila, ma poté ottenere soltanto che fossero risparmiati incendi ed uccisioni di inermi. Per 14 giorni la città fu sistematicamente saccheggiata e G. ritornò in Africa portando seco un ingente bottino e migliaia di prigionieri tra i quali erano l'imperatrice Eudossia e le figlie Placidia ed Eudocia. Ormai potente e temuto, G. tenne in scacco per parecchi anni le forze dell'Oriente e dell'Occidente collegate. Nel 460 distrusse una flotta di 300 navi pronta per assalirlo in Africa, e nel 468 seppe sventare il grave pericolo che lo sovrastava per le forze unite dei due Imperi e conquistò anche la Sicilia. Quest'isola fu poi ceduta nel 476 ad Odoacre dietro compenso di un tributo annuo. G. morì nel 477 lasciando un potente regno al figlio Unnerico.
Agostino Amore
GENESFLEISCH, JOHANN von GUTENBERG: V. GUTENBERG, GENSFLEISCH, JOHANN von.