GERDIL, HYACINTHE-SIGISMOND

GERDIL, HYACINTHE-SIGISMOND. - Cardinale, filosofo, pedagogista e teologo, n. a Samoens (Savoia) il 23 giugno 1718, m. in Roma il 12 ag. 1802. Entrato a 16 anni nella Congregazione dei Barnabiti, compì gli studi superiori all'Università di Bologna. Insegnò filosofia nei Collegi di Macerata e Casalmonferrato; quindi etica naturale (1749) e teologia morale (1754) nell'Università di Torino.

Nel 1764 lasciò l'insegnamento, assunto a corte come precettore del principe Carlo Emanuele (il futuro re Carlo Emanuele IV). Nel 1776 fu chiamato a Roma dal papa Pio VI, e l'anno seguente eletto vescovo titolare di Dibona, quindi nel Concistoro del 23 giugno 1777 creato cardinale. Fu per un ventennio occupatissimo, sia negli uffici di Curia (tenne anche il governo della S. Congregazione de Propaganda Fide), sia nella compilazione di opere polemiche contro gli errori del tempo e gli attacchi alla Chiesa. Occupata Roma dai Francesi (febbr. del 1798), dovette ritirarsi in Piemonte (ivi trattato con qualche riguardo dai Francesi occupanti). Fu papabile nel Conclave di Venezia (1800; non riuscì per il veto posto dal card. Hertzan a nome dell'Imperatore d'Austria) dal quale uscì papa Pio VII; questi richiamò il G. a Roma, dove rimase fino alla morte. Fu socio di insigni accademie (Accademia delle scienze di Torino; Istituto di Bologna; Accademia della Crusca).

L'operosità scientifica del G. è prevalentemente filosofica. Come teologo, fuori delle polemiche contemporanee, non lasciò opere originali (bensì un ampio buon trattato di Teologia morale); a lui si deve inoltre la stesura della bolla Auctorem fidei (condanna del Sinodo di Pistoia, 1786). Come filosofo, accompagnò, con vigile

senso critico, gli sviluppi del pensiero per l'intero secolo; per cui nella sua attività si possono distinguere tre periodi: 1) nelle prime opere (L'immaterialité de l'âme démontrée contre Mr. Locke, ecc., Torino 1747; Défense du sentiment du p. Malebranche, ecc., ivi 1748) è schiettamente cartesiano, critica con acume il Locke (che pure apprezza), ed accoglie con entusiasmo l'ontologismo e l'occasionismo del Malebranche; 2) maturo d'anni e di studi, professa un platonismo più indipendente, con tendenza eclettica (Introduzione allo studio della religione, Torino 1755, opera di storia della filosofia, con, in appendice, due notevolissime dissertazioni: Dell'esistenza di Dio e dell'immaterialità delle nature intelligenti e Dell'origine del senso morale; Recueil de dissertations... Parigi 1760; ecc.); 3) infine trattò, su basi spiritualistiche e cristiane, i problemi morali e sociali in pieno sviluppo negli ultimi decenni del secolo, nei quali parevano signoreggiare il Rousseau ed in genere i maestri dell'empirismo irreligioso (De l'ordre, Torino 1770-73; Discours philosophiques sur l'homme, ivi 1769; De l'homme sous l'empire de la loi, ivi 1774; Précis d'un cours d'instructions sur l'origine, les droits, et les devoirs de l'autorité souveraine, ivi 1799).

L'attività culturale più strettamente religiosa del G. comprende trattazioni ascetico-religiose (Vita del b. Sauli, Roma 1805; Breve esposizione dei caratteri della vera religione, Torino 1767, operetta per qualche tempo diffusissima, tradotta anche in polacco, ecc.), di teologia positiva (Saggio d'instruzione teologica, Roma 1776), morale (v. SORA) o polemica (in confutazione di Raynal, Eybel, G. Febronio, Pfaff e altri).

Da un punto di vista complessivo, il pensiero filosofico del G., che può definirsi come uno spiritualismo critico e progressivo, obbedisce ad un duplice postulato sottinteso: fiducia nei poteri conoscitivi dello spirito umano e insieme nell'intrinseca necessaria armonia della ragione con la fede; e si espande lungo le seguenti direttive: 1) difesa dello spiritualismo cartesio-malebranchiano, contro

l'empirismo sensistico lockiano e posteriore; 2) difesa, più generale, del razionalismo contro l'empirismo, e, soprattutto, dello spiritualismo cristiano contro il naturalismo materialistico e le tendenze panteistiche; 3) studio di problemi di filosofia matematica e naturale; 4) studio critico di problemi morali e politici, tanto fondamentali quanto di attualità.

Nelle dottrine politiche il G. accoglie il concetto di uguaglianza, ma ne elimina le deviazioni: gli uomini sono uguali per natura, ma sussistono necessariamente fra di essi delle disuguaglianze relative, e quindi lo stato di natura non contrasta di per sé con lo stato di società. Ciò non significa peraltro approvazione incondizionata della società, così come essa si trova costituita: anzi il G. è contrario alla concezione dello Stato patrimoniale e ad ogni forma paternalistica di governo, qualora ad essa faccia difetto il positivo e cosciente contributo dei sudditi.

BIBL.: Edizioni: Opere edite ed inedite, a cura di L. Scati e A. M. Grandi, 20 voll., in 4°, Roma 1806-21; Op. ed. ed. ined... nuova collezione... sopra tutto compiissima..., 7 voll., Napoli 1853-56 (nitida stampa su due colonne: ed. più completa della precedente, ma non migliore: dà tradotte in II. le opere scritte dal G. in francese). Studi: G. Piantoni, Vita del card. G. S. G., ecc., Roma 1851; O. Premoli, Storia dei Barnabiti dal 1700 al 1825, ivi 1925; G. Boffitto, Scrittori barnabiti, II, Firenze 1932, pp. 169-214, e IV, pp. 403-404 e 514; Hutter, V, 608-15; A. Vesco, Revisione dell'ontologismo di S. G., in Salesianum, 7 (1945), pp. 144-201; E. Garin, Storia della filosofia italiana, II, Milano 1947, pp. 425-28; A. Lantrua, G. S. G. Firenze 1950.

Antonio Lantrua

II. PEDAGOGIA

Il G. va anche considerato come insigne pedagogista per le varie opere, nelle quali svolge un compiuto programma di istruzione e di educazione.

Lasciando da parte le due operette, compete come precettore del principe di Piemonte, poi re Carlo Emanuele IV: Plan des études pour S.A.R. le Prince de Piémont, avec quelques opuscules relatifs à la même institution (Opere, I, p. 185 sgg.) e Pensées sur les devoirs des différents états de la vie (ibid., p. 285 sgg.), le opere che meglio rispecchiano le teorie e i metodi del G. sono: Considerazioni sopra gli studi della gioventù (ibid., p. 149 sgg.), in cui viene biasimata la riforma introdotta nella scuola, perché essa proclamava l'adozione di metodi facili, sbrigativi e compendiosi, l'aumento del numero delle materie e badava più alla quantità delle cognizioni da apprendere all'alunno, che non alla profondità e alla serietà. L'alunno, invece, deve persuadersi che lo studio importa sforzo e fatica; i metodi facili e sbrigativi non fanno presa sullo spirito, e neppure ne irrobustiscono le facoltà, né favoriscono l'arte di apprendere da sé. Allo stesso modo che le forze fisiche tanto più si accrescono, quanto più si esercitano e si addestrano a superare le difficoltà, così le forze intellettuali. Naturalmente questa fatica non deve gravare tutta sulle spalle dell'alunno, perché si disanimerebbe; ma deve essere resa dilettivevole con mille accorgimenti da parte dell'insegnante. Nel Plan des études pour un jeune seigneur appelé aux emplois les plus distingués pour le service du prince et de la patrie (ibid., p. 169 sgg.) il G. insiste sul fatto che oggetto della scuola non è, o non è soltanto, quello di ornare le mente di cognizioni, ma soprattutto di formarla; e che la grande arte dell'istruire consiste nell'esercitare la mente e nell'addestrarla a fare da sé, in modo da scoprire, quasi senz'avvedersene, le verità che il maestro si propone di insegnare. Soltanto così si rafforzano le abitudini preziose del riflettere, da cui dipendono poi le qualità più stimate dello spirito: giustezza, penetrazione, estensione, equilibrio. Il «giovin signore», che voglia rendersi utile al principe e alla patria, dovrebbe apprendere le regole della grammatica e la cultura dello stile, massime epistolare, la lingua nazionale e la latina, più con letture appropriate e con gli esercizi, che non con i precetti, la mitologia, la cronologia, la geografia, gli elementi della matematica, la filosofia, e di questa soprattutto la logica. Né deve trascurare o sottovalutare l'apporto dell'insegnamento religioso, che è il solo e saldo fondamento della morale.

Article illustration
GERDIL, HYACINTHE-SIGISMOND - Ritratto. Incisione di A. Capellan (1777) - Biblioteca Vaticana.
(da Cardinalium S.R.E. Imagines, III, f. 1/3)
Opera più importante ancora sono le Réflexions sur la théorie et la pratique de l'éducation contre les principes de J.-J. Rousseau (Torino 1763; ripubblicate poi col titolo di Anti-Emile, in Opere, I, p. 3 sgg.), che formano una serena, pacata e compiuta disamina e confutazione dell'Emile. Il filosofo ginevrino, infatti, tutto intento a difendere l'educazione che viene dalla natura e a subordinarle quella che deriva degli uomini, aveva fondato le sue osservazioni sopra tre principi: 1) Il fanciullo nasce buono, perciò i primi moti della natura sono sempre retti e quindi non si devono reprimere; 2) la società corrompe il fanciullo, che perciò non deve avere nessun punto di contatto con essa; 3) all'età di 10 o 12 anni la ragione del fanciullo non è ancora sviluppata e quindi l'insegnamento della religione e delle materie che servono a coltivare la ragione deve essere differito a più tardi.

Contro queste osservazioni il G. afferma: 1) L'esperienza quotidiana insegna che le inclinazioni, derivanti dalle sensazioni gradevoli o sgradevoli, si sviluppano in tutta la loro forza senza che possano essere o trattenute o moderate dalla ragione, troppo debole ancora nel bambino. Qualora esse non venissero represse e dominate fin dagli inizi, si formerebbero cattive abitudini, che più tardi la ragione dovrà condannare, ma non potrà vincere se non con grande difficoltà. 2) La natura stessa ha fatto l'uomo socievole, quindi ogni individuo deve essere educato in ordine alla società, di cui non potrà mai fare a meno. Tutto nell'universo è collegato; e come nel mondo fisico le nature corporee, perdendo le relazioni, che le legano le une alle altre, perdono della loro attività, così le nature intelligenti, fatte per occupare un posto nel mondo morale, cioè nella società, non possono rompere i legami che le uniscono senza snaturarsi e privarsi dell'esercizio delle loro più nobili funzioni; non si potrà mai fare un uomo perfetto, se non se ne fa un perfetto cittadino. 3) Il fanciullo, poi, è capace di ragionare parecchio prima dei 10 o 12 anni; sa, infatti, benissimo discernere quando è punito a torto o a ragione; sa distinguere un'azione buona da una cattiva; è quindi dannoso lasciare incolta questa capacità, che va invece coltivata e affinata. In particolare, poi, l'idea di Dio non è tanto sublime, che non la si possa acquistare, senza pericolo di false speculazioni, anche prima dei 10 o 12 anni, come pretende il Rousseau, perché il fanciullo sa pure che una casa, una statua, un quadro non si sono fatti da sé; egli domanda, infatti, subito: chi ha fatto questo? Per conseguenza è dannoso ritardare l'istruzione religiosa oltre il tempo, in cui le passioni troverebbero nella religione una norma direttrice e una forza dominatrice. E il G. conchiude; « Il disprezzo d'ogni religione rivelata e del cristianesimo in particolare, oserei dire, la dimenticanza della divinità, l'odio contro ogni governo stabilito, la rivolta contro ogni legittima autorità, uno spirito sfrenato di indipendenza e di libertà, l'obbedienza cancellata dal dizionario dei fanciulli, una falsa indulgenza a non reprimere le sfrenatezze della loro libertà naturale, un falso ritegno a non ragionare con loro, a non coltivare la loro mente con alcuno degli studi convenienti alla loro età: ecco i frutti del nuovo disegno di educazione ». La finezza delle osservazioni del G. venne riconosciuta dallo stesso Rousseau, il quale asserì che l'opera del G. era l'unica che egli avesse avuto la pazienza di leggere fino alla fine, solo rammaricandosi che l'autore non avesse compreso la sua.

BIBL.: Le opere pedagogiche del G. sono contenute nel vol. I delle Opere edite e inedite, a cura di L. Scati e A. M. Grandi, Roma 1806; G. Allievo, G. S. G. educatore e pedagogista, Torino 1896; G. B. Gerini, Gli scrittori pedagogici italiani del sec. XVIII, Torino 1901, pp. 323-50; L. Mapelli, a.V. in Dizion. illustrato di pedagogia, II, Milano s.a., pp. 47-51; M. Melillo, Due critici italiani della pedagogia di G. G. Rousseau, Foggia 1912; G. L. Arrighi, Le critiche all'Emilio del G. e del Capponi, Firenze 1924; E. Codignola, La pedagogia rivoluzionaria, Firenze 1924. Celestino Testore
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“GERDIL, HYACINTHE-SIGISMOND.” Enciclopedia Cattolica, vol. VI (1951), p. 80. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/gerdil-hyacinthe-sigismond.