GIORDANI, PIETRO. - Scritto-re, n. a Piacenza il 10 gen. 1774, m. a Parma il 14 sett. 1848. Compiuti gli studi di filosofia e di legge a Parma, raggiunse il fratello
nel monastero benedettino di S. Sisto a Piacenza. Già suddicano, nel giugno del 1800 uscì dall’Ordine e si impiegò come segretario del governo provvisorio delle Alpi Apuane; tre anni dopo chiese ed ottenne la dispensa dai voti.
Tentò vari uffici; nel 1808 fu pro-secretario dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, ma nel 1815 per le sue idee liberali venne espulso; a Piacenza, dove si condusse, confortato dalla cospicua eredità paterna, per uno scritto inopportuno fu dalla duchessa Maria Luisa mandato in esilio; da Firenze nel 1830 fu cacciato dal granduca insieme col Poercio; a Parma nel 1834 fu carcerato. Nonostante queste avventure, il G. visse il suo ideale del perfetto scrittore, fedele alla tradizione della lingua «buona e bastante» dell’aureo Trecento, nelle prose elaboratissime e sazie dei suoi panegirici (Allo imperatore Napoleone; Ad Antonio Canova), nei discorsi (Per le tre legazioni riacquistate dal Papa; Della religione in Italia, opera incompiuta contro il papato, Degli improvvisatori e dell’ordine dello studiere la storia e della tortura data a Galileo), nei lavori di filologia (Istruzioni a un giovane italiano per l’arte di scrivere; Dei volgarizzatori trecentisti; Degli studi degli Italiani nel sec. XVIII), nelle polemiche (Il peccato impossibile) contro i teologi, nelle traduzioni e nelle epigrafi meritatemente famose. Ostile alla Chiesa, ebbe tuttavia lodi per il valore religioso dell’opera del Manzoni, e degnamente rivalutò i grandi scrittori gesuiti del Seicento: Bartoli, Segneri, Pallavicino. Fu piuttosto il mito della parola la sua cosiddetta religione, il culto cioè della parola bellezza formale e di una sobria e armoniosa eloquenza, la quale sovrasta e designa, ancora oggi, la sua vasta opera frammentaria, che godè, tra l’altro, l’ammirazione grandissima del Leopardi (di cui il G. fu intimo amico e rivelatore) e del Carducci. Sono all’Indice de-nes corrigantur le Opere (decret. 5 sett. 1825) e l’Epistola-rio, edito da A. Gussalli (decret. 7 apr. 1856).
