HENOCH, LIBRO DI

HENOCH, LIBRO di. - apocrifi (v.), aventi per protagonista il patriarca H., distinti secondo le lingue che li hanno tramandati nella forma più completa (etiopico, slavo, ebraico).

I. «H.» ETIOPICO. - È detto così perché è stato conservato nella letteratura etiopica, in lingua ge'ez, intero nonostante le peripezie della doppia traduzione (in greco, e dal greco in etiopico) e della trasmissione manoscritta.

Dall'Abbissinia lo portò in Europa J. Bruce nel 1773 in tre esemplari; gli altri esemplari (poco più di 20) vanno dal sec. XVII in poi, salvo due o tre di poco anteriori. R. Laurence (Oxford 1838) ne pubblicò il testo su tre manoscritti; A. Dillmann (Lipsia 1851) su cinque; R. H. Charles (Oxford 1906) su ventitré. Condotta su una versione greca, la versione etiopica forse sarà penetrata in Etiopia al sec. V o VI, attraverso il patriarcato di Alessandria, con la Bibbia etiopica tradotta dai Settanta.

Il testo originale fu scritto in ebraico per alcune parti e in aramatico per le parti più estese (Charles). Della versione greca (sec. IV o V) restano solo i frammenti: 6-9, 4; 8, 4-10, 14; 15, 8-16, 1, conservati da G. Sincello (cf. W. Dindorf, Corpus Script. hist. Byz., I, Bonn 1829, p. 19 sq.); 1-32, frammento del sec. VIII (cf. U. Bouriant, Fragments du texte grec du Livre d'Hénoch [Mémoires niss. arch. franc., 9], Parigi 1892), in contrasto con Sincello, ma conforme all'etiopico; 97-107, frammento dal sec. V (papiro Chester Beatty). Della versione latina, si ha solo qualche linea.

Importante prodotto dell'apocalittica apocrifa, l'H. non è un libro organico, ma è una raccolta di vari scritti, diversi per indole e per dottrine, con concetti sul Messia, sul giudizio, la gehenna, il Regno dei cieli, e sulle speranze messianiche della vigilia. apocalittica (v.), è in forma di visioni e di rivelazioni; ebbe larga influenza sull'apocalittica posteriore. La persona di H. (il rivelatore) dà una certa unità alla compilazione.

Quanto alla provenienza, appare dal testo l'esistenza di due cicli apocalittici anteriori: uno di H. (una diecina di scritti) e uno di Noè (frammentario): un insieme di scritti che avrebbero avuto un'esistenza distinta prima di essere compilati (Lagrange). Nel fatto un gruppo di documenti versa intorno all'«Eletto» (39, 6; ecc.), ed un altro intorno al «Figlio dell'uomo» (46, 1-5; 48, 2-7; ecc.). Charles scorge un principio di distinzione anche nelle espressioni «l'angelo che era con me» (40, 2; 46, 2; ecc.): nei testi sul «Figlio dell'uomo» e «l'angelo della pace» (40, 8-10, ecc.): nei testi sull'«Eletto».

È da escludersi una provenienza cristiana, perché le predizioni messianiche non escono dal quadro delle idee messianiche vigenti presso i giudei, a parte qualche interpolazione. L'origine giudaica è, invece, comprovata dalla dipendenza dell'appellativo «Figlio dell'uomo» (v.).

Da Daniele (7, 9-27), e rispecchierebbe la situazione spirituale del giudaismo palestinese nell'epoca di transizione al cristianesimo ed al rabbinismo.

Il tempo dei singoli scritti è posto da A. Dillmann tra il 170 ed il 65 a. C.: giudei ortodossi, tra i mali innumerevoli, si consolavano volgendo lo sguardo al futuro ed alla immancabile giustizia vendicatrice.

Il libro contiene:

1. Introduzione (1-5)

Un personaggio antico predice cose future, a punizione degli empi ed a trionfo e premio dei giusti; elementi meteorologici nonché esseri umani e sovrumani, secondo le idee dell'epoca, formano lo scenario; le visioni e i simboli non sono che accenni velati a fatti già avvenuti. Iddio discende sul Sinai, una seconda volta, circondato dagli angeli per punire i cattivi e benedire i giusti: è il tema ideale e ampio del libro. È in vista un mondo migliore, un Eden rinnovellato e l'innocenza primitiva, per quanto il desiderio di essere uniti a Dio (1, 8) vale quanto l'esseré sotto la sua Provvidenza (cf. 38, 45; 48).

2. Caduta degli angeli (6-36)

Sull'origine del male. Quanto sono incolpati gli angeli del peccato contro natura e d'aver insegnato all'uomo gli strumenti del disordine: gli idoli, le arti, la guerra, gli ornamenti, il lusso, ecc. Il male si espande, ma infine non prevale; l'ordine della natura inanimata sarà in seguito ristabilito. Molto rilievo è dato alla catastrofe universale, al giudizio, all'albero della vita, ed a Gerusalemme, fatta centro di tutto. F. Martin e M.-J. Lagrange (Le Messianisme chez les Juifs, Parigi 1909, V. indice) assegnano il brano all'a. 170 a. C.; Charles lo fa anteriore al 125.

3. Libro delle parabole (37-71)

Sulla marcia delle potenze del male e sulle speranze d'Israele, da realizzarsi sui rottami del mondo, l'autore in tre visioni tratta il tema centrale imperniato su un Individuo misterioso, chiamato «Eletto», «Figlio dell'uomo», «Messia».

È tempo di lotta tra il potere della carne ed il «Signore degli spiriti». L'«Eletto», distinto dagli «eletti» (contro Messel), non è un angelo, perché è scelto ad introdurre l'umanità nel Regno (39, 6 sqq.); non preesiste, né è di esistenza terrestre; è posto al di sopra degli angeli, ma non in una sfera divina (61, 10), ed entusiasma Israele con la prospettiva del Regno di Dio; suo compito è di giudicare (60, 1, ecc.) mediante la parola del «Signore degli spiriti» (61, 8 sqq.). Il «Figlio dell'uomo» si combina con l'Eletto per la funzione di giudice (48, 7) e per la scelta (62, 7 sqq.); ma si diversifica perché preesiste (48, 3) e per la carriera terrestre (48, 2-5). Il «Messia», aggiunta cristiana secondo Lagrange, porta l'«Eletto» sullo stesso piano del «Signore degli spiriti» (48, 10) e lo dice forte e potente sulla terra (70, 4). Affianca la causa divina, non un ministro e servitore (secondo le idee del disposto orientale), non un viceré (perché Iddio regna angustia, ma un Individuo che è preposto all'esercizio della giustizia divina e che, con riferimento ad Ex. 34, 15 (cf. Is. 63, 8; Mal. 3, 1), rappresenta Dio molto da vicino.

4. Libro astronomico (72-82)

Sui segreti e sulle leggi degli astri. Martin è molto indulgente nel vedervi saggi di costruzione scientifica. Manca invece ogni osservazione attenta dei fatti, in questi residui di tradizioni di leggende popolari.

5. Libro dei sogni (83-90)

Rappresenta in maniera simbolica personaggi ed epoche della storia ebraica, da Adamo a Giuda Maccabeo. Tori sono i patriarchi; pecore, gli Israeliti (da Giacobbe in poi); lupi, gli Egiziani; cinghiali, gli Edomiti; leoni e tigri, gli Assiri ed i Caldei; corvi, i Siri; uomini, gli angeli. Da Giuda Maccabeo il terreno della storia viene abbandonato: il mondo ha un centro nuovo, dove occorrono tutte le nazioni sotto il vincastro del novello Adamo.

6. Libro dell'estrazione e della maledizione (91-108); Apocalisse delle settimane

Nel mondo impera l'idolatria (99, 7-14, ecc.) e vi sono apostati (99, 2); in tono amaro è minacciata tutta la società (99, 13) nell'attesa di un giudizio formidabile con la distruzione di ogni esistenza e l'inaugurazione dell'al di là (103, 3 sqq.).

Non sono giudicate le nazioni a beneficio d'Israele; ma si tratta del gran giudizio contro i peccatori e del

risveglio dei giusti fino alla suprema consumazione (100, 5), ad incoraggiamento dei giusti e per conversione dei peccatori (98, 4). In tutto il blocco, e più ancora nella piccola Apocalisse delle settimane (93; 91, 12-12), l'epoca delle guerre religiose è supposta incominciata con felici risultati. È plausibile la supposizione del 152 a. C. come tempo di composizione.

BIBL.: Edizioni e traduzioni: F. Martin, Le livre d'Henoch, Parigi 1906, pp. cxli-xlii; J.-B. Frey, in Istituzioni Bibliche, 1, 5a ed., Roma 1937, pp. 176-179. Studi: N. Messel, Der Menschensohn des Henoch, in Revue biblique, 31 (1922), p. 624; F. Nau, Apocryphes, in DFC, 1, col. 166; I. B. Frey, Apocryphes, in DBs, 1, coll. 326-354; id., Apocryphes de l'Anci. Test., ibid., 1, coll. 380 sq.; N. Gressmann, Der Menschensohn in H., Tubinga 1929; A. Vitti, Ultime critiche su Enoch etiopico, in Biblica, 12 (1931), pp. 316-325; M.-J. Lagrange, Le Jus-datisme avant Jésus-Christ, Parigi 1931; H. Kaupel, Die Straf-engel im Buche H., in Theologie und Glaube, 27 (1935), pp. 186-195; id., Der Herr der Geister, in Biblische Zeitschrift, 24 (1939), pp. 249-251; F. Zimmermann, The bilingual character of I Enoch, in Journal of biblical literature, 60 (1941), pp. 159-172; C. C. Torrey, Notes on the Greek texts of Enoch, in Journal of the American oriental society, 6 (1942), pp. 52-60; S. Zunts, Notes on the Greek Enoch, in Journal of biblical literature, 61 (1942), pp. 193-204; id., The Greek text of Enoch 102, 1-3, ibid., 63 (1944), p. 53 sq.; J. Ruwet (sul 1° e 3° di H. presso i Padri), in Biblica, 24 (1943), pp. 48-50; id., Les apocryphes dans les oeuvres d'Origène, in Biblica, 25 (1944), pp. 143-166, 311-341; L. Gry, H. 10, 19 et les belles promesses de Papias, in Revue biblique, 53 (1946), pp. 197-206; J. Gilbert, L'espérance de la justice messianique dans le Livre d'Henoch, in Collectanea Mecklinienica, 32 (1947), pp. 634-651.

II. «H.» SLAVO. - Rielabora l'H. etiopico e dipende da un testo greco. È pure chiamato Libro dei segreti di H. Contiene il viaggio di H. per le sette sfere cec- lesti.

Il testo originale semitico sembra elaborato in Pa- lestina prima della distruzione del Tempio. Ebraico o aramaico che fosse quel testo, i traduttori greci ne hanno cavato probabilmente due versioni, la più lunga delle quali, di sapore dottrinario ellenistico, denunzia un autore giudeo-alessandrino.

L'unzione dà ad H. l'aria di Messia: viene, così, ad esercitare la missione del rivelatore sulla terra (22, 8 sgg., testo B), rivelando i segreti del cielo. Torna al cielo per sempre (cap. 64) e toglie i peccati del mondo quasi redentore (Charles e Morfill: «redeemer of the sins of man» [testo A]; cf. nondimeno come poco darsi il medesimo libro nega espressamente tale dottrina [53, 1; secondo A e B]).

BIBL.: Delle recensioni, la più lunga (A) è pubblicata da A. Popov nel 1880 secondo un manoscritto in dialetto meridionale russo del 1679; la più breve (B), da S. Novakovic nel 1884, secondo un manoscritto serbo del sec. XVI. L'edizione è di M. J. Soc- kolof, Slavanska Kniga Enokha, Mosca 1910. Le due recensioni sono tradotte in tedesco da G. N. Bonwetsch (Das slavische Henochbuch, Berlin 1866), e dal medesimo, fatto pure oggetto di più ampia e critica discussione (Die Bücher der Geheimnisse Henochs [Texte und Untersuch., 44, 11, Lipsia 1923]; P. Riessler, Altijdisches Schrifttum ausserhalb der Bibel, Augusta 1928, pp. 425-73, tratta la recensione B. Una versione latina dà Sokolof, op. cit., 1, pp. 1-64, secondo la recensione A. Quanto a quella inglese, W. R. Morfill traduce da Popov-Novakovic, e R. H. Charles (The Book of Enoch, Oxford 1896), la divulgazione in più libri pubblicandola poi in The Apocrypha und Pseudepigraphica (II, 11, 1913, pp. 925-69) insieme con N. Forbes.

III. «H.» EBRAICO. - Scritto in ebraico dopo la ri- voluzione di Bar Kökhébhâ', è detto «di rabbi Jisâmâ'el ben 'Elîsâ', gran sacerdote». Questi visse nel sec. II. d. C.; ma il libro sembra abbia avuto l'ultima re- dazione sullo scorcio del sec. III.
Il rabbi narra di essere salito al cielo per vedere il trono (markébhâh) di Dio, passando per le sei sfere inter- medie, e si imbatte in H. detto Meqârôn. L'idea del- l'ô mêrô Ôpôvov (Odeberg, pp. 125-42: «su colui il cui trono è vicino al trono per eccellenza»), non dipende dall'H. etiopico o slavo, ma è un'eco delle controversie sul Grande Assistente.

Il Metatron è inteso vicario di Dio: è nominato dopo del Signore; ha la veste di gloria e il diadema regale, con impresso le lettere mistiche; è rivelatore della dot- trina divina ed intermediario divino nel governo del mondo. Vicino a Dio, ma non Dio; e non è giudice (16, 2).

BIBL.: H. Odeberg, Three Enoch or the Hebrew book of Enoch, Cambridge 1928; cf. Revue biblique, 39 (1930), p. 452 sq.; Per il pensiero patristico, cf. J. Ruwet, in Biblica, 24 (1943), pp. 48-50. Emmanuele da San Marco.