I discepoli di G. B., che non erano organizzati come gli Apostoli, dopo la morte del maestro forse passarono al cristianesimo. Secondo Act. 19, 1-7, un gruppo di 12 fedeli di Efeso aveva ricevuto solo il battesimo di G. B.; famoso è il caso di Apollo (Act. 18, 24-26). Più tardi si parla delle sette dei gioanniti, degli emerobattisti, ecc. (cf. Buzy, pp. 370-72). G. B. occupa un posto mandei (v.). Roma gli ha dedicato la sua Cattedrale (S. Giovanni in Laterano «omnium urbis et orbis ecclesiarum mater et caput»).
La critica razionalista ha tentato di mettere in dubbio la storicità della nascita miracolosa di G. B., trattandola quale «preistoria», e di minimizzarne il ministero e di considerarne il martirio come leggenda popolare (Goguel). Ma la storicità dei dati evangelici non si può mettere in dubbio, presentandosi con abbondanza di particolari, e con tutti i requisiti di credibilità; è confermata del resto da Fl. Giuseppe.
Secondo i cattolici, il battesimo di G. B. si distingueva da quello di Gesù perché doveva servire a stimolare alla penitenza ed a simboleggiare la purità interiore e rimetteva i peccati non ex opere operato ma ex opere operantis, cioè in virtù delle disposizioni individuali, intuitu meritorum Christi.
G. B. non era uno ioghi indiano (Renan), né un esseno (Graetz, Rubinstein). Rappresenta il Vecchio
Testamento che si purifica nel deserto di Giuda come al tempo di Mosè nel Sinai, e vi dimora nello stato di vigoria e di semplicità come Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre, e ne esce con la potenza del leone, predicando la necessità della purificazione e delle opere buone per andare incontro al Messia che fonda il Regno di Dio. G. B. non è la luce, ma il prisma che la riflette (Io. 1, 8); non è il Messia, ma colui che ne ripercuote la voce (Io. 1, 20-23); non è lo sposo, ma il paraninfo che gli presenta la sposa (Io. 3, 29); non ha il Battesimo nello Spirito (Mt. 3, 11), ma battezza colui che vivifica nello Spirito (Mt. 3, 13-17); è « il più grande tra i nati di donna » (Mt. 11, 11).
Bonaventura Mariani
LITURGIA. - L'elogio di s. G. B. fatto da Nostro Signore (Mt. 11, 11) e le singolari circostanze della sua prigionia e morte (ibid. 14, 1-12) conferirono, sin dal sec. IV, al culto del Precursore un carattere eccezionalmente universale, dovuto anche all'invenzione e alla rapida diffusione delle sue reliquie, vere o presunte, e all'interesse che ebbero i monaci per il loro prototipo. In rapporto alla sua missione di Battista gli vennero dedicati di preferenza oratori nei battisteri. In Palestina sin dallo scorcio del sec. IV è attestata l'esistenza di santuari sui luoghi sacri al Precursore, come, ad es., nella località dove battezzò Cristo a Qaṣr el-Jehūd e sul sepolcro che si credeva esistesse a Sebaste (cf. s. Circolano, Comm. in Osee e Comm. in Michaeam, I, 1: PL. 25, 825, 1156). A decorrere dalla stessa epoca in Oriente e in Occidente incomincia ad aumentare il numero degli edifici sacri a lui dedicati che nel medioevo si moltiplicarono in un modo straordinario. A Costanti-
nopoli c'erano, ad es., una quindicina di edifici sacri fra oratori, battisteri e chiese, tra cui quella di Heldomon dove l'imperatore Teodosio avrebbe fatto deporre il capo; a Roma se ne contavano almeno una diecina: da ricordare l'oratorio del Battistero Lateranense e, in seguito, la Basilica omonima, dedicata al Salvatore, di cui il Precursore divenne compaiono; nel tardo medioevo si credeva possederne il capo in S. Silvestro «in capite». A Ravenna, sotto Galla Placidia, gli fu eretta una basilica; s. Benedetto e Teodolinda gliene dedicarono a Montecassino e a Monza.
In quanto al suo ciclo festivo, si deve tener presente che esso fu stabilito in rapporto al Natale di Cristo al 25 dic. La Conceptio (23 sett. in Oriente, 24 sett. in Occidente), ricordata nel Martirologio Geronimiano e nei Sinassari, è oggi una festa prettamente orientale. I calendari mozarrabici ricordano al 24 sett. la Decollatio (cf. J. Vives-A. Fabura, Calendarios hispanicos anteriores al siglo XII, in Hispania sacra, 2 [1949], p. 27; id., ...anteriores al siglo XIII, ibid., pp. 22, 28, 34, 40, gli articoli hanno numerazione propria). Il Natale genuinum, la nascita (24 giugno; si noti il parallelismo delle Kalender: VIII Kal. Iul. = 24 giugno, VIII Kal. Oct. = 24 sett., VIII Kal. Ian. = 25 dic.), e la Passio, la decollazione (29 ag., data che ricorda non la decollazione, ma una traslazione di reliquie), sono feste ancora comuni alle due Chiese e sono già attestate da s. Agostino (Serm. 196, 287, 288-93; PL. 38, 1021, 1301-35), dal Martirologio Geronimiano, dai Sacramentari romani (il Leonianum ha solo il 24 non il 29; il Gelatianum tutte e due), dai Sinassari e Menologi. I Sinassari ricordano pure una sinassi in suo onore il giorno dopo l'Epifania. Il Concilio di Agde (can. 21) del 506 annovera la festa del 24 giugno fra le feste maggiori e rimase di precetto sino all'inizio del sec. XX. La festa, già preceduta da vigilia con digiuno e seguita da ottava, era, specie in Roma, polititurgica sino a ca. il sec. XI (doppio Ufficio notturno, cf. Amalario, Liber de ordine Antiphonarii, 59, tre o due Messe di cui una ad Jonten, cf. i vari Sacramentari). Gli inni dell'ufficienza sono del monaco cassinese Paolo Diacono (m. nel 799); dal primo Guido d'Arezzo estrasse i nomi delle note musicali.
ARCHEOLOGIA. - L'arte cristiana primitiva ha rappresentato il Precursore nelle scene del Battesimo di Cristo nel Giordano. Nel cimitero di Callisto, nella regione detta di Lucina, G. B. è imberbe e porta l'esomide (Wilpert, Pitture, tav. 29, p. 237); nello stesso cimitero, nel cubicolo A3, veste solo la tunica esomide (id., op. cit., tav. 23, 3, p. 238) come nel cimitero «ad duas lauros» (id., Ein Cyclus Christologischer Gemälde aus der Katakombe der heiligen Petrus und Marcellinus, Friburgo in Br. 1891, tavv. 1-4; id., Pitture, p. 238). Nel cimitero di Ponziano il B. è nimbato, con lunghi capelli e barba; veste l'esomide ed ha un lungo pedo nella sinistra (id., op. cit., tav. 259). Nel sarcofagi è barbato e veste il solo pallio come in un coperchio di sarcofago del Museo Lateranense, nel sarcofago di S. Maria Antiqua (Wilpert, Sarcofagi, pp. 18, 21 e tav. 8, 2) mentre nel fronte del sarcofago 119 dello stesso Museo è vestito con una pelle di leone (id., op. cit., p. 24 e tav. 8, 4), come in un frammento del Museo di Arles (id., op. cit., p. 21 e tav. 11, 2); in un sarcofago all'Accademia reale di Madrid porta la tunica

Nell'abside dell'oratorio di S. Venanzio al Laterano (G. B. De Rossi, Musaici cristiani delle chiese di Roma anteriori al sec. XV, Roma 1899, tav. 19) e nel musaico della cattedrale di Parenzo G. B. ha il nimbo, veste tunica e pallio, fa con la destra il gesto oratorio e con la sinistra stringe una lunga Croce (Wilpert, Mosaiken, p. 928, fig. 442).
In una miniatura del codice Cosma Indicopleuste della Biblioteca Vaticana (VIII-IX sec.) G. B. è rappresentato nimbato, barbato, con lunghi capelli in tunica e pallio; egli stringe nella sinistra una lunga Croce (C. Stornajolo, Le miniature della topografia di Cosmas Indicopleuste, Milano 1908, f. 76).
Nella cattedra eburnea di Massimiano in Ravenna circondato dai quattro Evangelisti sta il Precursore; egli è barbato, in tunica e pallio e sopra questo ha una pelle di cammello; nella sinistra tiene un disco in cui è inciso l'agnello divino. Pure in abito sacro è in un avorio del Museo di Lione (G. De Jerphanion, La voix des monuments, Parigi 1930, tav. 33); ha in più il nimbo negli affreschi di Deledjlar Kilissé (id., op. cit., tav. 34), di Elmale Kilissé e di Toqale Kilissé e di Djémil in Cappadocia (id., op. cit., tav. 35, 1 e 2); nelle miniature del Vangelo di Iviron,
nell'Evangelario Urbinate Vaticano; nel ms. siriano 535 della Biblioteca nazionale di Parigi, nel fonte battesimale di Liegi. Nimbato con barba e lunghi capelli e in tunica e pallio è nel musaico absidale del Laterano dell'a. 1290 (G. B. De Rossi, Musaici cristiani, tav. 37).
Il martirio di G. B. è rappresentato nell'Evangelario di Sinope (VI sec.), oggi nella Biblioteca nazionale di Parigi, illustrante il Vangelo di s. Matteo che dà la narrazione del delitto di Erode (14, 6-12); più tardi in una miniatura di un Messale di Chartres del sec. IX (J. Psichari, Salomé et la décollation de st Jean-Baptiste, in Revue de l'histoire des religions, 72 [1915], pp. 131-58). Lo Strzygowski propose di riconoscere il capo del Precursore in un frammento di papiro su cui è dipinta una testa staccata dal corpo posata sopra un piatto (Eine alexandrinische Weltchronik, in Denkschriften der Kaiserlichen Akademie der Wissenschaften, Philosoph. Histor. Klasse, Vienna, 51 [1906], p. 153, fig. 12 e tav. 8). Anche nei musaici di S. Marco a Venezia è rappresentata Salome in atto di reggere sul suo capo il piatto con la testa di G. B.
La scena del suo martirio era pure rappresentata nel musaico dell'atrio della Basilica Lateranense, del tempo di Alessandro III (1159-81; Wilpert, Mosaiken, p. 212).
ICONOGRAFIA. - Mentre nell'antichità si trova alternato il tipo del B. in esomide o vestito di pelli con il tipo in abito sacro in tunica e pallio, durante il medioevo i due tipi risultano ormai fusi, e il B. viene rappresentato vestito di pelli, mentre indica l'agnello crocenimbato o la figura di Cristo che gli è generalmente vicina (v. VERONICA).
Particolare fortuna ha la figura del Precursore durante il Rinascimento e se ne potrebbe anche indicare la causa nella preferenza che l'artista di questo periodo ha per le forme naturalistiche, tanto che, è stato notato, il B. è il più rappresentato dopo s. Sebastiano e s. Girolamo. In questa preferenza è da ricercare anche la ragione che porta appunto la figura del B., nell'arte italiana, ad umanizzarsi, a perdere definitivamente la ieraticità con cui era stata trattata dai bizantini - umanizzazione che si trova già esemplificata nel sec. XIV in quelle rappresentazioni del s. Giovannino condotto nel deserto dall'angelo, come quella della tavoletta riminese della Pinacoteca Vaticana.
Numerosissime le rappresentazioni del B. isolato, da quella scultorea del Ghiberti in Orsanmichele, a quella di Benedetto da Majano nel Museo nazionale di Firenze, alle varie di Donatello; in pittura si citano quelle di A. Vivarini all'Accademia di Venezia, quella solenne di Cima da Conegliano, il nudo eroico di Tiziano all'Accademia di Venezia. Quale predicatore del deserto, famosa è la rappresentazione del Veronese nella Galleria Borghese o quella di D. Dossi a Brera. Molto rappresentato è anche durante il Rinascimento il s. Giovannino che entra a far parte delle numerose S. Famiglie, e nelle quali il piccolo Santo, spesso con i segni caratteristici della futura attività, gioca e scherza con Gesù Bambino, come nelle opere più famose di Raffaello e di Leonardo da Vinci.
Le rappresentazioni cicliche, frequenti specialmente nei battisteri (v. Venezia), offrono lo svolgersi della vita del B. dalla sua nascita (confusa spesso, perché iconograficamente molto simile, con quella della Vergine) alla sua decapitazione; certamente fra i più noti e fra quelli artisticamente più elevati sono gli affreschi di Masolino alla Collegiata di Castiglion d'Olona. Tra gli altri cicli più importanti si
citano quelli di Filippo Lippi nel duomo di Prato, di D. Ghirlandaio in S. Maria Novella, di A. Del Sarto nel chiostro dello Scalzo a Firenze.
Nella pittura dell'età barocca hanno lasciato interessanti raffigurazioni di fatti della vita del B., tra gli altri, il Bazzani, i due Tiepolo, e, fuori d'Italia, P. Trogher.
FOLKLORE. — La festa di s. G. B. è quella che dà luogo alle più importanti e caratteristiche manifestazioni del culto popolare in tutti i paesi dell'Europa, dalla Scandinavia a Malta, dalla Russia alla Spagna e alla Grecia. È un intero ciclo di forme rituali e di usanze che ha inizio la vigilia, 23 giugno, e si chiude con la festa di s. Pietro (29 giugno). Il ciclo comprende anche feste intermedie (s. Eligio, 25 giugno, ss. Giovanni e Paolo, 26 giugno). La sera e la notte della vigilia vengono accesi i fuochi di s. G., falò formati con mucchi di paglia o di stipe o con cataste di legna, accumulate talora, come in molti paesi della Francia, intorno a un palo centrale adorno di ghirlande di fiori. Essi vengono accesi preferibilmente sulle alture, ma anche nelle piazze, nei crocicchi, presso le chiese ecc. Intorno, cantano e ballano schiere di giovani e ragazze e popolani, che saltano sopra le fiamme, con l'idea di guarire da varie malattie (mal di schiena, febbre, ecc.). Sui fuochi o sulle loro ceneri si fa passare anche il bestiame, sempre a scopo profilattico. Tizzoni spenti vengono conservati nelle case ed esposti contro i temporali. Si crede anche a virtù terapeutiche del fumo che si sprigiona dai fuochi o dalle ghirlande che in essi vengono gettate. Fiaccole, fasci di paglia accesa, ceri, lumi, razzi e girandole sono gli aspetti mobili che assume l'elemento fuoco, caratteristico della festa.
In una vasta zona dell'Europa centrale, che giunge fino alle Alpi, vengono lanciati giù per il pendio della montagna dei dischi di legno acceso (in Garnia detti cidulis) fra grida di gioia e di augurio: in taluni paesi dell'Europa centro-occidentale vengono fatte ruzzolare grandi ruote di legno accese e inghirlandate. È credenza ovunque diffusa che nella notte di s. G. le acque e le erbe acquistino virtù soprannaturali: è perciò ritenuta particolarmente benefica la guazza di quella notte per la guarigione di varie malattie; e quindi i popolani si rotolano sui prati bagnati di quella rugiada e vi fanno passare il bestiame e le greggi; le donne espongono all'aperto le vesti e le stoffe in genere, credendo che la guazza le preserverà per tutto l'anno dalle tarle. Le acque dei fiumi e di particolari fontane acquistano poteri salutiferi straordinari e la gente vi si tuffa replicatamente, o vi tuffa gli armenti: l'acqua del mare diventa dolce e dà gli stessi benefici effetti. Anche varie specie di erbe posseggono quella notte eccezionali virtù curative: il popolino le raccoglie e le conserva per servirsene alle occorrenze. Si usa porre tali erbe a bagno in un catino esposto al cielo notturno e si crede con ciò di aumentarne l'efficacia: la mattina ci si lava con quell'acqua. Varie secondo i diversi luoghi sono le erbe di s. G.: tra le più comuni si ricordano: l'iperico (hypericum perforatum), la menta, la verbena, la camomilla, il timo, il tiglio, il meliloto, il sambuco, l'artesimisa.
In tale notte si traggono anche le sorti, specialmente da parte delle ragazze da marito. I modi sono eguali a quelli in uso per Capodanno o la Befana, come il gettare dei pezzetti di piombo fuso nell'acqua e dedurre dalla forma che essi acquistano, la professione o la condizione del futuro sposo. Si ascoltano anche, nei crocevia, le parole della gente che passa, e se ne traggono oroscopi fausti o infausti.
Tra amici o amiche o anche tra persone di sesso diverso e tra fanciulli, si usa stringere il comparatico. Esso si compie con speciali riti e forme: in Sardegna fin dal 1° di apr. un giovane chiede per comare una ragazza e il giorno di s. G. insieme si recano in processione alla chiesa fuori del villaggio e con una serie di usanze festose

(libagioni, canti, danze) celebrano il comparatico. In Sicilia i fanciulli si prendono per il mignolo della mano destra, si strappano ciascuno un capello, l'annodano e lo gettano, cantando una canzoncina che ricorda i doveri dei compari. In molte regioni, specialmente dell'Italia meridionale, il comparatico stretto per s. G. è legame morale fortissimo e il venirvi meno è considerato sacrilegio.
Si crede che fenomeni straordinari si compiano la notte di s. G. Gli animali si saziano con niente: i cavalli parlano. La felce in poche ore fiorisce e sfiorisce. L'acqua si trasforma in vino. I tesori nascosti rivelano la loro presenza. Dalle viscere delle montagne giungono voci lamentevoli. Città e castelli sommersi divengono visibili; torce accese si vedono girare attorno ai campanili e poi svanire.
Nella notte stessa le streghe sono in giro, dotate di poteri straordinari: a questa credenza alludono alcune tarantelle, canzoni popolari romane che si cantavano la notte di s. G. Credenza analoga è diffusa in Norvegia circa i troll, spiriti maligni che escono dalle cavernose profondità delle montagne apertesi magicamente in quella notte. Nelle regioni che si affacciano al mare si attende con ansia il momento in cui il sole sorgerà dalle onde; si dice che il sole, nell'uscire, danza sul mare, e non solo quando spunta, ma fino a una certa altezza; o anche che esso si tuffa tre volte nel mare e ogni volta una nuvoletta bianca ne asciuga la faccia. Nella sfera del sole si vede il volto di s. G. che si lava nel mare in una conca d'oro, o anche il suo capo grondante sangue.
Per quel principio che gli etnologi chiamano «ambivalenza del sacro» il s. G. può anche arrecare lutti e incidenti imprevisti, quasi che le forze straordinarie che agiscono in questo giorno possano anche esercitarsi in senso malefico. Si temono perciò disgrazie, annegamenti ecc. Si crede pure che per s. G. farà burrasca e si recitano apposite formole per scongiurarla.
Per molto tempo ha tenuto il campo la teoria secondo cui la festa di s. G. avrebbe soppiantato un precedente culto solare e antichissimi riti per il solstizio d'estate; le più recenti ricerche tendono a toglier valore a tali opinioni e spiegano il complesso delle usanze popolari come residuo di riti agresti di purificazione, profilassi e propiziazione. Tuttavia in alcuni paesi ove il cristia-
nesimo attecchì tardi, specie nel Nord Europa, sono ancora visibili tracce di riti pre-cristiani e vi si trovano riferimenti a divinità o figure mitiche pagane: Kupalo in Russia, Ligo in Lettonia, Balder in Norvegia.
In Italia anticamente la festa di s. G. dava luogo in alcune città a manifestazioni grandiose. A Firenze i preparativi cominciavano fin dal maggio e la festa durava diversi giorni, con palii, mostre, doni e pubblici tributi al capitolo di s. G., processioni, luminarie, accensione dei fuochi in Piazza della Signoria, e sacre rappresentazioni. A Roma, il Papa pontificava in S. G. in Laterano e benedicava il popolo dalla loggia. A Ravenna aveva luogo una fiera annuale frequentatissima. Ora tutte le usanze vanno rapidamente sparendo o attenuandosi: ma si notano anche riprese e aggiornamenti come, p. es., in Roma per iniziativa di istituzioni per gli svaghi popolari: nel quartiere di s. G. la festa si celebra tuttora con canti, carri, girandole, libagioni: cibo caratteristico le lumache.
La Chiesa ha cercato di inquadrare, fin dove ha potuto, le principali manifestazioni entro le forme liturgiche, con processioni, benedizione dei fuochi e delle fonti, ecc. - Vedi tavv. XLII-XLIII.