INTROITO

INTROITO. - Così si chiama nella liturgia romana il canto eseguito mentre il celebrante, nella Messa solenne, si reca all'altare. Come l'invitatore nell'Ufficio, l'ì interpreta ed esprime i sentimenti propri del mistero o dalle festa del giorno.

Il Sacramentario Gelasiano del sec. VIII lo dice «antiphona ad introitum» (cf. pure gli Ordines romani I [n. 8], II [n. 3], III [n. 8] e l'Ord. Ioannis Archicantoris); il Sacramentario Gregoriano Adrianeo gli dà invece il nome di «introitus» e l'Ord. rom. V (sec. XI) quello di «invitatorium».

Il Lib. Pont. (I, p. 230) ne fa istitutore Celestino I (422-32), ma il passo non è chiaro e non si sa se si riferisca all'ì, o piuttosto al canto dei salmi delle vigili, prima del Sacrificio. Perciò il Probst ne assegna la paternità a Gesù (492-96) e il Battifol ne porta l'introduzione al sec. XV.

L'ì è nato come canto della schola non dell'asse. Ciò spiega la ricchezza della melodia, ben diversa dal recitativo dei canti destinati alla massa dei fedeli.

L'Ord. rom. I (n. 40 e sgg.: M. Andrieu, Les Ordines romani, II, Lovanio 1948, p. 80) descrive così il canto dell'ì: i cantori si dispongono su due file davanti all'altare. Quando il Pontefice esce dal secretarium il parafonista (prior schola) intona l'antifona eseguita per interro- dal 1° coro, ripetuta poi dal 2°. Quindi il 1° canta i versetti del salmo, alternati dall'antifona-ritornello, cantata sempre dal 2° coro. Giunto il Pontefice all'altare si canta il Gloria a cui segue il versus ad repetendum (un versetto caratteristico, che aveva determinato la scelta del salmo) cantato dal 1° coro, mentre il 2° conclude con la ripetizione dell'antifona. Questa solenne esecuzione dovette essere semplificata nelle paroeciae (chiese rurali) e negli oratori monastici, dotati di scarso clero. Il salmo si ridusse a uno o due versetti. Poi anche l'antifona dopo i versetti fu ripetuta solo per metà (a Cluny, sec. XI: PL 149, 653), finché dispare del tutto, giungendo all'ordinamento attuale sanzionato dal Messale di Pio V (1570). La sigla Ps(almus) in luogo di V(ersus) rimasta tuttora prima del versetto ricorda la primitiva forma dell'ì. Pio X (Graduale Romanum, Roma 1907) restituì l'uso di cantare l'ì. «accidente sacerdote ad altare» e la S. Congr. dei Riti, di recente, ha concesso la facoltà di cantarlo «more antiquo» (cf. Ephem. lit., 62 [1948], pp. 248-55).

Fonte principale degli I. sono i salmi. Altri derivano dalla lettura (i più antichi) o da libera composizione, p. es., Salve sancta Parens di Sedulio; Gaudemus di s. Gregorio (m. nel 604), o da altre fonti come: Aciplicite iucunditatem del martedì dopo Pasqua, e Requiem della liturgia funeraria, ritenuti dal Morin tra i più antichi, perché tratti dal libro di Esdra, escluso dai libri canonici nel sec. IV. Non rara è la centonizzazione, come l'ì. Resurrexi di Pasqua. Nel medioevo anche gli I. TROPO (v.), ma tutti scomparvero.

BIBL.: H. Leclercq, s. V. in DACL, VII, coll. 1212-20; P. Batifol, Leçons sur la Messe, Parigi 1927, pp. 111-17; C. Callewaert, Introitus, in Ephem. lit., 52 (1938), pp. 484-89; A. J. Jungmann, Misarum solemnia, I, Vienna 1948, pp. 397-412; M. Ricchetti, Storia liturgica, III, Milano 1949, pp. 156-60.