KEYNES, JOHN MAYNARD. - Economista inglese, n. a Cambridge il 5 giugno 1883, m. a Londra il 21 apr. 1946. Si rese noto fin dal 1912 con il dirigere l'Economie Journal, poi divenne professore di materie economiche all'Università di Cambridge e fu chiamato a far parte d'una commissione economica per le finanze dell'India (1913); durante la prima guerra mondiale, ebbe importanti incarichi ministeriali, che mantenne anche alla successiva Conferenza della pace.
Nelle sue opere: The economic consequence of the peace (Londra 1919; trad. it., Milano 1920); A revision of the Treaty (Londra 1922; trad. it., Milano 1922), critica le prevedibili tragiche conseguenze economiche del Trattato di Versailles; seguono: A tract on monetary reform (Londra 1923; trad. it., Milano 1925); A short view of Russia (Londra 1925), e, importantissima, The general theory of employment interest and money (ivi 1936). In quest'ultima opera, difficile per le nuove terminologie e la sconnessione degli argomenti, la preminenza, fino allora riconosciuta ai problemi della distribuzione, viene trasferita a quelli del reddito e dell'occupazione. Studiose e polemisti, sviluppando le vedute del K. sui «cili di depression» circa la disoccupazione e in senso più largo sulle relazioni tra interesse, risparmi e investimenti, crearono la teoria economica della keynesismo.
Il carattere rivoluzionario della teoria e, in verità, assai minore di quanto asseriscono i keynesisti e il K. stesso volle in primo tempo lasciar credere; notevolissimo, invece, è il progresso nei metodi di indagine e di rappresentazione dei fenomeni. L'opera, scritta durante la crisi inglese del 1932-35, ne rispecchia le vicende, riconoscendo alle manovre della politica economica una importanza prevalente sulle conquiste positive della scienza economica applicata.
A differenza dell'opinione dei classici, la formazione del risparmio non è vista in correlazione con il tasso d'interesse: il basso costo del denaro facilita i nuovi investimenti, incrementa il lavoro e i redditi, quindi il risparmio, e viceversa (ciò era già nel Turgot delle Reflexions sur la formation et la distribution des richesses [Limoges 1766], dove il tasso d'interesse è paragonato a un livello marino che, innalzandosi o abbassandosi, sommerge grandi distese di territorio oppure le restituisce a coltura). Il maggior problema dell'economia sarebbe perciò quello di fissare il tasso di interesse più conveniente: detto saggio d'equilibrio, poiché ad esso, e al corrispondente tasso di sconto, è legato l'equilibrio generale dei prezzi.
Questo saggio evidentemente sarà fissato dalle grandi banche, come si era già espresso l'economista svedese K. Wicksell, le cui idee sull'interesse monetario il K. aveva accolte nel suo Treatise on Money (Londra 1930). Modificando però, in parte, tale opinione, tenendo conto delle molte critiche (in specie del Hawtrey) e traendo ispirazione da un indirizzo di studi sorto in Italia (v. HALLESISMO), il K. approfondì i lati reali dell'equilibrio dinamico, concludendo che il tasso d'interesse, seppure non determina il risparmio, influisce però sulla sua ripartizione tra forme liquide e investimenti produttivi. Il saggio d'equilibrio, tendendo allo zero, consentirebbe perciò la massima occupazione attraverso un massimo d'investimenti, specie in beni strumentali e non di consumo.
Il K. è però del parere che il passaggio da una posizione di equilibrio all'altra, colmando la defezza di capitalizzazione, non possa attuarsi per reazione spontanea dei risparmiatori, cioè per automatico in senso liberista; formazione del risparmio e trasformazione di forme liquide in nuovi investimenti produttivi debbono pertanto venire stimolate e guidate dallo Stato, mediante una politica generale del basso interesse integrata da lavori pubblici, partecipazioni industriali dirette, nazionalizzazioni, governo della circolazione monetaria (i keynesisti accennano volentieri a sagge e tempestive misure inflazionistiche) ogni qualvolta un dislivello tra risparmio e investimenti preannunci un nuovo ciclo depressivo.
Il K., pur ispirando a tali vedute il Rapporto degli esperti britannici a Bretton Woods, redatto nel 1943 sotto la sua direzione, lasciò largamente attingere alla parte formale dell'indirizzo italiano di studi sopracenato, che intende invece risolvere i medesimi problemi per via
unicamente tecnica, eliminando gli ostacoli che si frappongono ad una intensa capitalizzazione del risparmio. Tali sono soprattutto i rischi di perdita, di immobilizzazione e di svalutazione, contro i quali valgono il contratto di assicurazione e perfezionamenti tecnico-giuridici nei contratti di capitalizzazione, che conferiscano ai titoli d'investimento massima commercialità e inalterabilità di valore (v. SICUREZZA SOCIALE).
La polemica sul keynesismo è quindi tra i fautori della politica economica a oltranza e i difensori dell'economia tradizionale: lontani gli uni e gli altri da ogni veramente nuova tecnica economica.