LACORDAIRE, HENRI-DOMINIQUE. - Insigne oratore e apologista domenicano, n. a Recey-sur-Ource (Costa d'Oro) il 12 maggio 1802, m. a Sorèze il 21 nov. 1862. Orfano di padre a 4 anni, fu educato dalla madre a Digione, nel cui liceo ebbe un'ottima formazione linguistica. A contatto con l'ambiente volteriano, aveva già perduto la fede all'inizio dei suoi studi giuridici (1819). A Parigi, dove si era recato per l'usuale tirocinio di avvocato, sentì i problemi sociali allora vivamente agitati e non ne trovò la soluzione se non nella fede cristiana, che riabbracciò con fervore e slancio. Entrato nel Seminario di Issy (1824), da cui passò a quello di S. Sulpizio (1826), fu ordinato sacerdote il 22 sett. 1827. Cappellano della Visitazione di Parigi (1828) e del Liceo Henri IV (1829), prese contatto con F. de Lamennais e divenne uno dei principali redattori dell'Avenir.
Dopo la condanna del giornale, il L. (1832) si sottomise per primo al Papa e quando il Lamennais manifestò la sua ribellione nel famigerato libello Paroles d'un croyant e in altri scritti, ne confutò gli errori nelle Considérations sur le système philosophique de M. de Lamennais (Parigi 1834) e nella Lettre sur le St-Siège (ivi 1837).
La prova affinò lo spirito del L. che, datosi con maggior impegno alla vita interiore, iniziò quell'apostolato intellettuale, che è la caratteristica della sua vita. Le conferenze religiose tenute nella cappella del Collegio Stanislas (1834) ebbero un grande successo e l'anno seguente il L. fu invitato dall'arcivescovo Quèlen a salire il pulpito di Notre-Dame durante la Quaresima. Fu un trionfo, che si ripeté nel 1856, anno in cui l'ormai celebre oratore decise di farsi domenicano. All'attuazione del disegno premise il Mémoire pour le rétablissement en France de l'Ordre des Frères Prêcheurs (Parigi 1839). Recatosi a Roma, ricevette l'abito religioso a S. Maria sopra Minerva (9 apr. 1859) e, terminato l'anno di noviziato nel Convento della Quercia (Viterbo), emise i voti il 12 apr. 1840. Nel dic. usciva la suggestiva Vie de st Dominique (Parigi 1840), che creò intorno all'adamantina figura del Santo e all'opera del suo Ordine un alone di simpatia e di ammirazione.
Ritornato in Francia, inaugurò il periodo aureo della sua attività (1841-54): riprese le conferenze di Notre-Dame, tenne applauditi corsi di predicazione nelle principali città (Bordeaux, Nancy, Grenoble, Lione, Strasburgo, Tolone, Tolosa), fondò conventi e case di studio, fino alla piena costituzione della provincia di Francia (1850), di cui fu nominato primo superiore. Questa provincia fu smembrata nel 1858 per l'erezione di quella di Lione. Il L. su questo punto aveva delle vedute diverse da quelle del p. Danzas e del p. Jandel, suo antico discepolo, divenuto maestro generale dell'Ordine. Fondò inoltre il Terz'ordine insegnante (1854), per cui lavorò con insonne tenacia e al quale andarono sempre le sue predilezioni. Fu appunto nel Collegio di questo istituto, aperto a Sorèze (Tarn), che il L. passò gli ultimi anni, facendosi piccolo con i piccoli sapientemente. Il 2 febbr. 1860 fu ammesso all'Accademia di Francia: ancora un po' di rumore si fece intorno a quest'uomo, che, fiaccato dal male e affinato dal dolore, immemore della gloria del tempo, aspirava a quella dell'eternità.
Nell'ultimo periodo scrisse: Lettres à un jeune homme sur la vie chrétienne (Parigi 1858): opera incompleta, composta dietro preghiera del Perreyve, che è un inno alato a Cristo, di cui l'autore mostra d'aver subito l'irresistibile fascino, che trasfonde nel lettore; Vie de ste Marie

La fortuna del L. è legata alle sue conferenze, che si svolsero con un filo strettamente logico, prendendo l'abbrivo dal fatto storico e concreto della Chiesa; si dividono in tre gruppi. Quelle del 1835-36 costituiscono il prologo, in cui la Chiesa è presentata come l'unica autorità che può condurre l'uomo alla verità e a Dio (conf. 1-7); subito dopo si introduce l'uditore a considerare la dottrina della Chiesa in generale, nella sua natura e nelle sue fonti (conf. 8-13). Quelle del 1843-46 espongono gli effetti della dottrina cattolica sullo spirito (conf. 14-20), sull'anima (conf. 21-28), sulla società (conf. 29-36); improvvisamente l'uditorio è trasportato a contemplare la figura viva di Cristo, autore della Chiesa (conf. 37-44). Quelle del 1848-51 accostano l'anima al blocco massiccio del dogma della Chiesa: Dio (conf. 45-52), rapporti dell'uomo con Dio (conf. 53-59), la caduta e la riparazione (conf. 60-66), l'economia providenziale della Redenzione (conf. 67-73). Le conferenze di Tolosa (1854) fanno parte a sé, riguardando la morale nei suoi rapporti con il soprannaturale.
Il metodo introdotto dal L., nella sua apologetica, è in parte nuovo. Egli stesso riconosce (conf. 27) d'aver cambiato tattica; invece di salire dalla base, è partito dal vertice; non ha scavato nei fondamenti della piramide,
ma considerandone la cima è lentamente disceso fin nella parte più nascosta, che sostiene l'intero edificio. Gli Apostoli videro il Capo e credettero nel corpo ancora non evoluto della Chiesa; L. ha visto il corpo e ha indotto gli uomini del suo tempo a credere nel Capo invisibile della Chiesa. Le conferenze più belle e sentite sono appunto quelle che trattano di Gesù. La figura del Cristo, che nel 1823 aveva atterrato il giovane volteriano, ne conquistò l'ardente spirito, crebbe e giganteggiò nel pensiero e nella parola di questo convertito, la cui vita, come quella di s. Paolo, si risolve in una lirica canzone al Divino Conquistatore. Al suo canto diede forma e splendore il romanticismo di Chateaubriand, vigore e forza la teologia di s. Agostino e di s. Tommaso, colore e vita il suo genio e l'indole della nativa Borgogna. Se la sua eloquenza non è dotta e profonda come quella del Bossuet e del Bourdaloue (né scevra d'imprecisioni), ha però un accento più umano, movenze più spontanee, una trasparenza cristallina dell'anima, che s'accosta, in un colloquio animato e vissuto, cor ad cor, con il suo uditorio, divenuto suo interlocutore. La parola del L., pur librandosi in regioni sempre pure, toccava la vita, quella allora tumultuante nell'anima dei suoi ascoltatori, e con un colpo d'ala l'accostava alle sorgenti del Vangelo. Gli uomini del Romanticismo, agitati dal marasma religioso-sociale provocato dalla rivoluzione, compresero, attraverso la parola alata e immaginosa di un poeta divenuto apostolo, come la religione di Cristo non fosse una camicia di forza, ma un sostanzioso viatico per l'aspra cammino della vita.
Vario è stato il giudizio dei posteri sull'atteggiamento politico del L. (è nota la frase: « muoio da cristiano penitente e da liberale impenitente »), discuribili sono ritenute alcune sue affermazioni dottrinali, nessuno però ha mai dubitato della nobiltà delle sue intenzioni, tutti ne hanno ammirato il carattere rettilineo e l'austerità della vita.