LAMPADA

LAMPADA. - L'uso della l. per il culto è di
ogni tempo e luogo, rispondente alla necessità di
illuminare gli edifici sacri; e poiché la cera di api fu
sempre molto costosa, si ricorse facilmente all'olio
raccolto in l. dalle forme e dalle decorazioni più va-
rie, perché nella Chiesa fu consuetudine rendere
pure simbolico ciò che era nato dalla necessità.
Le vigili notturne, i vespri esigevano l'accendersi
di numerose l.: l'uso di esse ogni sera suggeriva
anzi l'offerta della luce a LUCERNA (v.).

L'illuminazione di una cattedrale esigeva un'attrez-
zatura non indifferente: per questo troviamo presso ogni
chiesa più « cicendelari » (da « cicindela », tubetto metal-
lico riempito di olio e lucignolo con il quale venivano
accese le l.), uno dei quali doveva trovarsi sempre
nella sacrestia per essere pronto al suo ufficio. Le l. erano
isolate ovvero raggruppate sulla « corona pharalis », ov-
vero « gabata ». Il loro uso è testimoniato e precisato già
dall'inventario di Cirto (Algeria) del 303 (cf. DACL,
Inventaires, VII, 1, col. 1396 sgg.), dai canoni d'Ippolito
(n. 4), da molte notizie sparse nel Liber Pontificalis ed in
modo curioso da Beroldus, Ordo della Chiesa milanese del
sec. XII. Seguendo l'uso frequentissimo fra i pagani, già
i primi cristiani usarono porre l. sulle tombe, ma a diffe-
renza dei pagani, essi le accendevano per accentuare il
simbolismo ivi racchiuso di un'altra vita. Ciò avveniva
più frequentemente sulle tombe dei martiri. Ne è docu-
mento interessantissimo la raccolta di ampolle, conser-
vate nella basilica di Monza, recate da Roma dall'abate
Giovanni alla regina Tcodolinda, con gli olii che, per con-
cessione del Papa, egli raccolse dalle l. che ardevano nei
cimiteri suburbani innanzi alle varie tombe dei martiri.
Nella liturgia del Sabato Santo è conservata la benedic-
zione del fuoco nuovo sprigionato dalla pietra e raccolto
da una l., portata in alcune chiese, nelle processioni
pasquali e solitamente sospesa a fianco dell'altare onde
prendervi il fuoco da accendere le candele.

Il CIC, can. 1271, stabilisce: « Dinanzi al tabernacolo
nel quale si conserva il S. mo Sacramento, risplenda notte
e giorno almeno una l. da nutrirsi con olio di oliva o
cera d'api: dove però l'olio d'oliva non possa aversi e
riservato alla prudenza del vescovo locale di permettere
altro olio, se possibile, vegetale ». Il canone riflette la
legislazione sinodale dell'Occidente dal sec. XIII quando,
per il fiorire del culto eucaristico, invase la consuetudine

LAMPADA

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(1st. Alinari)
Lampada - L. in vetro con pesci e conchiglie d'arte classica (sec. xi) - Venezia, basilica di S. Marco, Tesoro.

- L. in vetro con pesci e conchiglie d'arte classica
(sec. XI) - Venezia, basilica di S. Marco, Tesoro.

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(1st. Alinari)
Lampada - L. in avorio legata in argento dorato con gemme antiche incastonate (sec. x) - Venezia, basilica di S. Marco, Tesoro.

di conservare l'Eucaristia in luogo pubblico. Con decreto della S. Congregazione dei Riti del 23 febbr. 1916 (n. 4334), per le difficoltà create dalla guerra fu permessa la luce elettrica, così pure durante la seconda guerra mondiale ed ancor oggi per i luoghi dove tali difficoltà sussistono.

Bibl.: H. Leclercq, Lamps, in DACL, VIII, 1, coll. 186-1221 con ampia bibl.: L. Köster, De custodia sanctissima Eucharisiae, Roma 1940, pp. 172-80; F. Cumont, Cierges et lamps sur les tombeaux, in Miscellanea Gio. Mercati, V (Studi e testi, 125), Città del Vaticano 1946, pp. 41-47. Enrico Cattaneo

ARTE. - Con i mutati indirizzi artistici nel basso medioevo, anche la forma delle l. si va modificando, come lasciano intendere soprattutto le rappresentazioni che se ne hanno in affreschi e miniature. Per tutto il periodo romanico e gotico si usò frequentemente materiale prezioso e le l. divennero raffinatissimi oggetti delle arti industriali. Per la maggior parte esse furono a sospensione: in Oriente si ebbero l. in vetri colorati, in alabastro, in avorio (uno splendido esemplare con montatura d'argento e pietre preziose è nel Tesoro della basilica di S. Marco a Venezia) e in ferro battuto (specie a Siena nei secc. XIII-XIV). Anche però le l. portatili ebbero vasta produzione, e al tipo comune a due o tre becchi per una duplice o triplice fiamma, con un anello in alto per infilarvi il dito indice, si aggiunsero esemplari più complessi ed elaborati, a volta vere e proprie opere d'arte (begli esempi sono al Louvre, al British Museum, all'Ashmolean Museum di Oxford, al Bargello). A Venezia nel sec. XV si afferma l'uso delle l. in vetri soffiati. Si ricordino quelle bellissime dipinte dal Carpaccio nella Presentazione e nel Sogno di s. Orsola e quella del Basaiti nella Vergine dell'Accademia.

Si ebbero anche l. di forma singolare e molte in bronzo, nelle quali la fantasia dell'artista rinascimentale si bizzarri varamente. Un curioso esempio di l. veneta, raffigurante un teschio di cavallo che porta a cavalcioni un fanciullo, è nel Museo nazionale di Firenze; un'altra, con un drago che emetteva la fiamma dalla lingua, è nel Museo di Kensington. Nel periodo barocco le l. furono principalmente di vetro, con il sistema di sospensione in metallo, artisticamente ornato secondo i canoni di quello stile. Esse servirono moltissimo alla decorazione delle chiese, ma furono spesso sostituite dai lampadari a più luci e di maggiore effetto decorativo. In quanto alla forma di questi ultimi si va da quelli circolari, frequentissimi nel medio evo (santuario alla Fuente del Guarrazar

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LAMPADA - Lampadario in legno dorato. Opera di artista senese della seconda metà del sec. XIV - Siena, cappella del Palazzo Pubblico.

Presso Toledo sec. XII; Aquisgrana sec. XII) a quelli di gusto gotico con guglie, pinnacoli e statuette (Siena, Palazzo Pubblico, sec. XIV), e ai rinascimentali composti con elementi plastici o architettonici frequentemente raffigurati in quadri ed affreschi dei secc. XV e XVI. Durante l'età barocca, acquistarono sempre maggior voga i lampadari decorati con cristalli o in vetro soffiato, rispettivamente lavorati in Boemia e a Murano.

In tempi più recenti la l. si è adattata al modificarsi del sistema di illuminazione e le forme antiche sono cadute in disuso. - Vedi tavv. LII-LIII.

Bibl.: E.-E. Viollet-le-Duc, Dictionnaire du mobilier français, Parigi 1858 sgg.; I. Labarte, Histoire des arts industriels au moyen-âge et à l'époque de la Renaissance, 1887; H. R. D'Alllemagne, Histoire du luminaire depuis l'époque romaine jusqu'au XIXe siècle, 1891; A. Melani, L'arte nell'industria, 2 voll., Milano s. a., passim; A. Pettorelli, Il bronzo e il rame nell'arte decorativa italiana, 1926, passim; P. Toesca, Il medioevo, Torino 1927, passim; S. Aurigenna-M. Accascina, s.V. ENOCH. Ital., XX, pp. 439-42. Giovanni Carandente