LASSISMO. - Il l. più che un sistema morale distinto dagli altri è una tendenza, un laxus opinandi modus, come diceva Alessandro VII, in forza del quale alcuni autori nel sec. XVII proposero nella morale cattolica, come sicure, opinioni molto dubbie e solo in apparenza probabili, « rilassando » così le norme della vita cristiana. Perciò, sebbene nessuno di loro abbia formalmente ed esplicitamente professato il l., si ebbe da parte loro uno sconfinamento in alcuni punti della morale cristiana negando o minimizzando l'estensione della legge (in diretta opposizione con il l. sta il tuziorismo [v.] o il rigorismo in genere), non senza però che dottori lassisti, a proposito di alcune parti della genuina morale, si dimostrino non lassisti in altre parti. Il l. rientra così anch'esso nel movimento seicentesco di elaborazione dei sistemi morali e rappresenta la punta più rilassata di detto
movimento. Nel campo soggettivo la coscienza lassa non è che un aspetto della coscienza erronea, la quale giudica lecito quello che non lo è, o proibito sub levi quello che è sub gravi, e dopo il fatto giudica la moralità della propria azione in proprio favore o ne diminuisce l'imputabilità. Insufficienza di esatte informazioni e preoccupazioni polemiche indussero ad identificare il l. con il molinismo e con il probabilismo, mentre, specialmente il primo, sono ben diversa cosa. Non è esatto però vedere il l. come probabilismo (v.), perché in ogni sfumatura del probabilismo (ed anche del probabilismo e dell'equiprobabilismo) si tratta sempre di decidere su una « vera probabilità », mentre generalmente per i lassisti ha valore qualsiasi probabilità, anche minima.
Delle sentenze lasse, alcune non incontrarono favore alcuno, altre caddero in discredito grazie alle polemiche che suscitarono; ma in alcuni casi dovette intervenire il magistero della Chiesa, dal quale furono condannati i libri che difendevano tali dottrine, oppure singole proposizioni che minacciavano di acquistare credito corrompendo la giusta morale. Particolare rilievo e talvolta anche asprezza di tono assunsero particolarmente in Francia le dispute sul l. a partire dal sec. XVII.
Con decreto del 26 sett. 1640 vengono messe all'Indice la Pratique du droit canonique au gouvernement de l'Eglise, correction des moeurs et distribution des bénéfices e la Somme des péches, qui se commettent en tous estats, de leurs conditions et qualites et en quelles occurrences ils sont mortels ou véniels del p. Etienne Bauny; il 16 dic. dello stesso anno venne pure messo all'Indice il De sacramentis ac personis sacris. Le due prime opere erano state anche deferite, nel nov. 1640, alla Facoltà teologica di Parigi (proposizioni lassiste riguardavano la castità, la usura, le scomuniche, i casi riservati ecc.). Nell'apr. 1641 l'Assemblea del clero di Francia dichiarava che il Bauny con i suoi scritti spingeva le anime verso il libertinaggio e stabiliva di ringraziare il Papa per la condanna.
Tra i primi ad attaccare casisti e lassisti fu Pascal (v.) con Les provinciales (1656-57) che a sua volta, nel combatterli, fu più meticoloso degli stessi casisti nel sottilizzare le questioni, nell'esagerare le accuse e nell'adoperare i testi; ebbe di mira in particolare i Gesuiti da lui incolpati come maestri di l.
Censure contro i lassisti furono mosse anche dalla Facoltà di Parigi nel 1658. A Roma il S. Ufficio continuò a condannare scritti lassisti: il 21 ag. 1659 l'Apologie pour les casistes contre les calomnies des jansénistes di Giorgio Pirot; Marco Vidal, Arca vitalis (23 sett. 1653); id., Arca salutaris consultus utriusque iuris includens (8 marzo 1661); Angelo Maria Verricelli, Quaestiones morales et legales (21 apr. 1654); Giovanni Caramuel, Apologema pro antiquissima et universalissima doctrina de probabilitate (15 genn. 1664); Francesco Verde, Theologiae fundamentalis Caramuelis positiones selectae (28 giugno 1664); Onorato Fabri, Apologeticus doctrinae moralis Societatis Iesu (17 genn. 1672); Zaccaria Pasqualigo, Decisiones morales iuxta principia theologica, et sacras atque civiles leges, difficultatum, quae in utroque foro passim occurrunt (11 maggio 1683). L'opera del gesuita Mathieu de Moya, Adversus quorundam expositaciones contra nonnullas Iesuitarum opiniones morales (pubblicata con lo pseudonimo di Amadaceus Guimenius e contenente gravi errori sull'amministrazione dei Sacramenti) fu condannata dalla Sorbona nel febbr. 1665 e dal S. Ufficio nell'apr. 1666.
Sotto Alessandro VII in due riprese (24 sett. 1665 e 18 marzo 1666) furono condannate per lo meno come scandalose 45 proposizioni contrarie al diritto divino ed ecclesiastico (Denz-U, 1101-45); quindi il 2 marzo 1679 il S. Ufficio, sotto Innocenzo XI, condannò come lassiste altre 65 proposizioni (ibid., 1151-1215). Com'è chiaro, nessun moralista aveva sostenuto globalmente tutte le proposizioni condannate, esse erano state difese da teologi di diverse scuole in opere diverse, preoccupati di
conciliare il più possibile i pregiudizi mondani dell'età loro con lo spirito del Vangelo.
La condanna del l. non ha coinvolto il principio stesso della casistica, perché quest'ultimo, pure con i suoi pericoli di formalismo giuridico, corrisponde a quella sana esigenza dello spirito per cui, caso per caso, si può stare con la libertà o con la legge. L'esigenza poi della probabilità è rimasta eredità da approfondire per il secolo di S. Alfonso de' Liguori: ma nel Settecento comunque, nella teologia cattolica, il l. è morto: è semmai assunto dai libertini; ma è chiaro che questi si muovono al di fuori della metafisica, e quindi il problema è differente. Quanto poi al problema se il l. abbia sollecitato il mondo capitalistico nelle sue speculazioni può ben darsi; ma il l. più che dirigerlo se ne era fatto schiavo, indulgendo a giustificarlo nella sua corsa illecita al vorticoso accaparramento della ricchezza.