LEGGE EBRAICA

LEGGE EBRAICA. - Negli scritti del Nuovo Testamento s'intende spesso per L., oltre la legislazione sinanitica e i libri che la contengono, anche l'economia vecchiotestamentaria o mosaica, fondata sulla L., in opposizione a quella cristiana, informata dalla fede

e dalla Grazia (cf. Rom. 6, 14 sg.); dunque, non soltanto i cinque libri di Mosè, come quando la L. viene distinta dai « profeti » e dagli « altri libri », ossia gli « agiografi » (Eccli., prologo; cf. Lc. 24, 44), e meno ancora, le sole parti strettamente legali del Pentateuco. Per le origini, per il contenuto e per le vicende storiche della L. V. Mosè; Pentateuco; Ebrei. La L. in relazione alla Grazia, a cui si per viene mediante la fede, è illustrata soprattutto da S. Paolo.

Nell’Epistola agli Ebrei (v.), a cui si deve riconoscere, per lo meno, non poca affinità con il pensiero di S. Paolo, s’incontra l’antitesi tra l’economia instaurata per mezzo degli angeli (cf. Act. 7, 53), che era soltanto una L. o una rivelazione (ἀγός), e quella inaugurata da Cristo, che è una salute (σωτηρία), ossia un’istituzione religiosa che salva (Hebr. 2, 2 sg.); tra la prima alleanza, che non era senza difetti (ibid. 8, 7), e la seconda, che ha le sue leggi scritte nelle menti e nei cuori, anziché sulla pietra (ibid. 8, 8 sg.).

I giudizi di S. Paolo sulla L. sembrerebbero, a primo aspetto, contraddittori (F. Prat [V. BIBLICA.], I, p. 214 sg.; A. Schweitzer, Die Mystik des Apostels Paulus, Tubinga 1930, p. 184 sg.; J. Bonsirven [V. BIBLICA.], p. 135). Per una parte, si dice che la L. è stata data per la vita ed è santa e spirituale (Rom. 7, 10 sg. 14); che è stata comunicata per mezzo degli angeli, fungendo da mediatore Mosè (Gal. 3, 19; cf. Heb. 2, 2), onde è vanto precipuo d’Israele (Rom. 9, 4), condotto da essa, come da un pedagogo, a Cristo (Gal. 3, 24); che osservando si viene dichiarati giusti (Rom. 2, 13; 10, 5; Gal. 3, 12); che era l’ombra di Cristo futuro (Col. 2, 16), nel quale ha trovato il proprio compimento (τέλος: Rom. 10, 4). Per l’altra, si accusa L. di non avere condotto nulla alla perfezione (Hebr. 7, 19); di essere provocatrice della collera di Dio (Rom. 15), perché moltiplica le trasgressioni (Gal. 3, 19; Rom. 5, 20), svegliando la coscienza morale (Rom. 3, 20) senza offrire la forza per combattere il peccato; onde chi vive sotto di essa è oggetto della maledizione divina (Gal. 3, 10). La L. è la lettera che uccide (II Cor. 3, 6), causa di morte e di condanna (ibid. 3, 7 sg.; cf. Rom. 7, 6), poiché è nell’ambito della carne (Rom. 7, 5; cf. Gal. 3, 3).

Che pensare di affermazioni così contrastanti? Non si può credere che i giudizi severi siano dovuti all’aridore, con cui Paolo difende il suo « Vangelo » della libertà dalla L. contro gli attacchi dei giudaizzi. Infatti, se l’Epistola ai Galati porta nel vivo di questa polemica, l’Epistola ai Romani è più teorica e dottrinale. Né, per contro, le espressioni laudative della L. possono ridursi a un espediente d’apostolato, per attirare gli ebrei, come potrebbe far credere il breve panegirico di Rom. 9, 4 sg. Si noti che le lodi e i biasimi si alternano, talvolta, nello stesso contesto (Rom. 7, 7-13 e Gal. 3, 19 sg.); il che suggerisce che le antologie siano dovute a differenti punti di vista nel considerare le cose.

Se Paolo guarda la L. teoricamente e in se stessa, ne riconosce la bontà: essa viene da Dio e contiene eccellenti norme per la condotta morale. Ma, con il senso della realtà che gli è proprio, egli passa immediatamente a considerare la L. nella pratica, dove entrano in gioco la concupiscenza e il peccato, contro i quali essa non può nulla; ché, al contrario, peggiora la situazione, poiché, proibendo il peccato, stuzzica la concupiscenza, ma non somministra la forza per domarla. Non è, così, la lettera che uccide (II Cor. 3, 6)? Il torto della L. era di comandare, senza dare la forza d’eseguire il comando. E ciò provocava nell’uomo l’illusione dell’autosufficienza, di potere essere giustificato per le proprie opere.

Invece, la giustizia era, anche sotto il regime della L., un frutto della Grazia, ottenuta mediante la fede nelle promesse divine. Il caso d’Abramo, tumeggiato in Gal. 3, 6-18, e che resta al centro anche nell’Epistola ai Romani, è un esempio di come la fede operasse prima e al di sopra della L. Questa, venuta molto dopo, non poteva togliere l’efficacia della fede, che aveva comunicato la Grazia ai giusti dell’età promiscua. Per parte sua, la L. rendeva più difficili i rapporti dell’umanità decaduta con Dio, per il moltiplicarsi delle trasgressioni; che, tuttavia, un piano provvidenziale faceva servire a dimostrare praticamente all’uomo la sua incapacità d’essere giusto senza l’ausilio della Grazia (Gal. 3, 19; Rom. 5, 20). Solo per questa i veri eredi della fede e delle promesse d’Abramo potevano osservare la L.: un giogo insopportabile (cf. Act. 15, 10) d’innumerevoli e minuti prescrizioni, quasi altrettanti inciampi sul cammino della vita morale e religiosa.

Però nella L., intesa come Rivelazione divina del Vecchio Testamento, non c’era soltanto l’elemento caduco delle prescrizioni propriamente legali e cerimoniali, ma anche il patrimonio della vera religione, del monoteismo, cioè, con la sua morale e i suoi vaticini messianici. Questa è la legge che Gesù (Mt. 5, 17-20) è venuto non ad abrogare, ma a perfezionare, insegnandone un’osservanza più spirituale e più perfetta, che tende a imitare la perfezione del Padre celeste (ibid. 5, 21-48).

Per la questione se per i giusti del Vecchio Testamento – gli eroi che hanno agito sotto l’ispirazione e in virtù della fede (Hebr. 11) – la Grazia santificante fosse anche abitazione dello Spirito Santo, V. GRAZIA. Cf. G. Philips, La Grâce des justes de l’Ancien Testament, in Ephemerides Theologicae Lovaniense, 23 (1947), pp. 521-56.

Bibl.: oltre alle voci relative a fede, Grazia, giustificazione. L. nei vari dizionari biblici e teologici (con bibl. abbondantissima), cf.: E. Tobac, Le problème de la justification dans et Paul, Lovanio 1908, ristampa Gembloux 1941, pp. 63-70, 102-14; F. Prat, La théologie de St. Paul, I, 15ª ed., Parigi 1927 pp. 197-242; F. Amiot, L’enseignement de Paul, I, 5ª ed., 1938, pp. 149-57; J. Bonsirven, L’Évangile de Paul, 1938, pp. 135-142; L. Cerfaux, Justice et justification, in Dils, IV, coll. 1474-1478 (con bibl.). Teodoro da Castel San Pietro.