LEOPARDI, GIACOMO. - Poeta, n. a Recanati il 29 giugno 1798 dalla marchesa Monaldo (v.), m. a Napoli il 14 giugno 1837. Suoi precettori furono, sino ai quindici anni, il padre, il gesuita spagnolo Giuseppe Maria De Torres, d. Sebastiano Sanchini, ma soprattutto i libri della biblioteca paterna, ricca di oltre 16.000 volumi: in quelle sale spese «la miglior parte» di se stesso e il sogno suo giovanile di filologo illustre, traducendo da Omero, Esiodo, Isocrate, Epitteto, Virgilio, Orazio, Frontone, Eusebio, saggi ch'egli inviava di volta in volta, con proemi e annotazioni, allo Spettatore, all'Antologia, al Nuovo Ricoglitore.
Dopo un tentativo di fuga da Recanati si accentuò nel 1819 la crisi spirituale: la perdita della fede e delle umane speranze. Né giovò il viaggio a Roma a distrarlo, nel nov. 1822: unica commozione la tomba del Tasso e, in fondo, una gran nostalgia del «natio borgo selvaggio». Tra il 1825 e il 1828 compì varie peregrinazioni per le città d'Italia: a Milano, chiamato dall'editore Stella per il piano dell'edizione latina e italiana di tutta l'opera di Cicerone; a Bologna, trattenuto dall'amore per la Carniani-Malvezzi; a Firenze, ove fu confortato dall'amicizia di letterati insigni, specialmente del Colletta, che gli propose la pubblicazione dei Canti; a Pisa (la città da lui amata per il «benedettissimo clima»), che gli ispirò il Risorgimento e A Silleia. Tornato un'ultima volta a Recanati («la seconda notte»), ne ripartì due anni

abbracciò infine l'idea del sodalizio con il Ranieri
recandosi a Napoli, ove, nonostante le cure e i riposi
nella zona vesuviana, si accrebbero in lui « i pati-
menti fisici giornalieri e incurabili ». La morte lo
raggiunse in questa città.
Notevoli ma non decisivi, esclusa l'amicizia con il
Giordani, i contatti con gli uomini del suo tempo: il Mai,
il Niebuhr, il Vieusseux, il Capponi, il Colletta, il Man-
zoni, il Gioberti. Nessuna fortuna politica: acclamato
deputato nel 1831 per l'Assemblea delle province unite,
ebbe appena il tempo di rifiutare, che già gli Austriaci
erano a Bologna. Eccezion fatta per l'offerta del Bunsen
della cattedra dantesca a Bonn o a Berlino, rari furono
i riconoscimenti della sua fama presso i contemporanei:
in Italia gli veniva proposta nel 1829 la cattedra di scienze
naturali a Parma e gli era concessa la sola onorevole men-
zione dall'Accademia della Crusca per le Operette morali
(il premio quinquennale era stato assegnato a Carlo Botta).
Al tempo degli ameni inganni, con « sette anni di studio
matto e disperatissimo » rovinò per sempre il suo corpo:
la gibbosità dovuta a rachitide, la debolezza estrema
della vista, per cui rinunciò definitivamente alla filologia
inviando al De Sinner i suoi manoscritti, lo ridussero
nell'ultimo anno (sopraggiunse la cateratta dell'occhio de-
stro e l'idropericardite) a « un tronco che sente e pena ».
Queste notizie sono prolegomeni necessari per in-
tendere come l'esterna apparenza delle cose si sia di
mano in mano adombrata, nel patetico immaginismo di
lui, in una tragica e tetra visione della storia e del mondo,
a cui giunse per mezzo di un lento processo di idee
e di analisi del sentimento suo riflesso nelle cose. È facile
contraddistinguere i punti e i passaggi di questo suo in-
teriore svolgimento. Il romanzo autobiografico Storia di
un'anima scritta da Giulio Rivalta, del quale il L. non
lasciò che appunti, potrebbe costituire il titolo esatto di
tutta la sua opera. Mentre per una biografia spirituale
sono di interesse minore i primi passi nell'ambito di
un conformismo religioso, forse debolmente convinto,
come si manifesta nell'epilogo del Saggio sopra gli errori
popolari degli antichi, nell'Appressamento della morte in
terzine dantesche, nelle prediche tenute in Recanati nella
cappella della Congregazione dei Nobili (si dovrà dire
altrettanto della circostanza della tonsura ricevuta per
le mani di mons. Bellini e dell'abito ecclesiastico da lui
portato fino ai vent'anni), hanno al contrario significato
principale gli appunti per gli Inni sacri e tutti i tentativi
inclusi nello Zibaldone per provare che la sua ideologia
non si opponeva al cristianesimo. Ideologia che non è una
filosofia, come osserva il Croce, trattandosi di « sparse
osservazioni non approfondite e non sistemate ».
I giorni inenarrabili sognati dal L. nel giardino delle
Ricordanze furono turbati quando l'acerbo vero, cioè la
ragione, scardinò il paradiso illusorio delle sue speranze e
gli fece sentire un distacco insanabile tra la dolcezza
prima concepita e la realtà nuova a lui decisamente ostile,
ed apparire l'approdo alla giovinezza quasi come un
tradimento alla sua adolescenza incantata. Cadute le cer-
tezze della fede - a questo contribuì il Giordani, secondo
la testimonianza del L. stesso al Gioberti - egli proseguì
l'indagine foscoliana, immaginando l'essere e il mondo
quali creazioni dell'io e l'azione il frutto ultimo dell'illu-
sione. Seguendo la filosofia sensista del sec. xviii ed accet-
tando la negazione dello spirito, L. vide avanti a sé ergersi
una natura spietata e solitaria. Questa fase del suo pensiero
è rappresentata nello Zibaldone fino al 1823. Tramonta
quindi ai suoi occhi ogni felicità possibile all'esistenza:
la patria, la moribonda Italia, giace sotto la servitù stra-
niera - nei Paralipomeni della Batracomomachia accentua
la sua ironia contro i moti politici contemporanei -;
l'amore è un fantasma irraggiungibile e fascinatore solo
nel ricordo e nel sogno - è il monito di Silvia e di Nerina -;
la virtù è una larva che non ha fondamento (Bruto mi-
nore), e con il venir meno della gioventù l'uomo è fatal-
mente sospinto verso la detestata soglia della vecchiezza
(Il passero solitario). I miti scompaiono: gli rimane, vago
rifugio, l'Infinito, l'ansia metafisica dell'universale an-


(fot. Biblioteca Vaticana)
Il pessimismo del L. non può considerarsi superato dall'idea dell'amore che deve stringere l'umana compagnia in lotta contro il destino in solidarietà reciproca - è l'idea positiva della Ginestra che il Pascoli volle continuare -, eppure il segreto fascino del mondo leopardiano sta nel fatto che questo pessimismo, come avvertì acutamente il De Sanctis, « produce l'effetto contrario a quello che si propone. Non crede al progresso e te lo fa desiderare; non crede alla libertà e te la fa amare. Chiama illusioni l'amore e la gloria e la virtù e te ne accende in petto il desiderio inesausto ».
Tutto ciò vive nella lirica di maggiore perfezione che abbia avuto l'Italia dopo Dante e Petrarca in un miracoloso succedersi di immagini, in un casto e sobrio linguaggio, degno degli antichi greci, in una misurata ricchezza della parola scoperta di nuovo nei suoi valori e accresciuta di meraviglia e di potenza, una scoperta che sembra doversi riconoscere non soltanto nei grandi idilli (L'infinito, Le ricordanze, A Silvia, Il sabato del villaggio), ma in tutta la vasta zona non meno ricca e memorabile degli altri Canti, quelli del momento elegiaco, patriottico, classico, quelli della lirica appassionata filosofica o lucreziana, secondo la classificazione del Carducci.
Il prosatore delle Operette morali, dei Pensieri, dello Zibaldone, dell'Epistolario è sulla linea di una semplicità attica aperta a visioni profondamente umane colorite sempre da un vago immaginare.
Del cristianesimo il L. pensava che « conveniva in molte cose con il suo sistema della natura »; nei Nuovi Credenti affermava di essere un difensore di Giobbe e di Salomone, e nell'imprecare contro la sorte, al nome di Dio sostituì « fato indegno », « brutto poter », « Arimane », e a questo potere malefico
voleva dedicare un inno. Ma se riandiamo all'altro inno abbozzato al Redentore o a Maria o al dialogo tra il Ranieri e il L. citato dal Brofferio (I miei tempi, III, Milano 1864, pp. 81-83), in cui il poeta reagisce all'argomento della ripugnanza della fede alla ragione (« perché la ragione del Leibnitz, di Newton, di Colombo non era ripugnante come la nostra? ») si dovrà concludere che la sua negazione non fu definitiva bensì ondeggiante e tormentata da dubbi. Certamente nel L. « quel desiderio di purezza estrema nell'amore non era cosa appresa dai classici, gli veniva dall'educazione cristiana; egli aveva una conoscenza sufficiente della propria religione e sufficiente chiarezza di pensiero per riconoscere che questa sola poteva conciliare la natura e la religione, ossia, nel suo linguaggio, fornire un fondamento ragionale alla sete di sacrificio proprio dei giovani e nobili cuori. Questi colloca L. molto al disopra del razionalismo e positivismo ottocentesco, e sebbene egli non aderisse più ad una fede positiva gli rimase indelebile nell'anima l'impressione del divino: non poteva divenire francamente ateo » (G. A. Levi). Nel L. la nostalgia per la fede degli altri e per quella sua dell'infanzia fu certamente fortissima, e l'erudizione, la poesia, il pensiero, erano in lui di continuo rivolti agli interrogativi più profondi dell'umana esistenza. Questa sua ansietà spirituale di ricercatore (« e mi sovvien l'eterno... »), rende attendibile la notizia della sua religiosa e cristiana morte. Le Operette morali all'Indice « donec corrigantur » (decr. 19 apr. 1850).
