«MAGNIFICAT». - Cantico di lode a Dio pronunciato dalla Vergine Elisabetta (v.), che, ispirata, l'aveva salutata madre di Dio (Lc. 1, 46-55). Riconoscente per il mistero dell'Incarnazione compiutosi in lei, Maria innalza lodi al Signore perché si degnò favorire la sua umile ancella, si che tutte le genti la diranno beata, compiendo in lei grandi prodigi (vv. 46-50); perché abbatte i ricchi orgogliosi, eleva e sazia i poveri famelici (vv. 51-53); perché protegge Israele, mantenendo le promesse fatte ad Abramo ed alla sua progenie (v. 54 sg).
In quest'inno risuonano echi del cantico di Anna (I Sam. 2) e di parecchi salmi, con i quali i devoti israeliti usavano esprimere i loro sentimenti religiosi. Tali echi, nello spirito della Vergine, si fondono in meravigliosa unità con accenni ai prodigi compiuti nella storia d'Israele e lodi per quelli iniziati con l'Incarnazione.
I sei noristi dei vv. 51-53 (resi dalla Volgata con i perfetti fecit, dispersit, deposuit, exaltavit, implevit, dimisit) secondo alcuni si riferirebbero a fatti storici passati, secondo altri sarebbero gnomici (validi per tutti i tempi), o profetici (riguardanti il futuro), o incautivi (per i benefici che Dio ha incominciato a compiere).
Tutto il contesto del M. rispecchia i sentimenti della Vergine in quella circostanza. S. Luca può aver attinto il cantico sia dalla stessa autrice, sia dalla fonte semitica che si rivela nello stile dei suoi primi due capitoli. Il parallelismo poetico ed altre particolarità confermano l'origine semitica del M.
Alcuni con A. Harnack e A. Loisy pretezerò che il M. fosse opera di Elisabetta. Ma la critica testuale dimostra che solo tre codici dell'antica versione latina dei Vangeli (a, b, 1) e qualche codice latino delle opere di s. Ireneo e di Origene, nonché qualche attestazione di Niceta vescovo di Remesiana (in Dacia, v sec.) attribuiscono il M. ad Elisabetta. Tutti gli altri testimoni del testo (greci e di altre versioni) sono in favore di Maria.
La Pontificia Commissione biblica, il 26 giugno 1912, riassumendo la discussione, dichiarava che «i documenti estremamente scarsi e singolari, nei quali si attribuisce il M. ad Elisabetta, non possono in alcun modo prevalere contro la testimonianza concreta di quasi tutti i codici sia del testo originale che delle versioni e neppure contro l'interpretazione che esigono assolutamente il contesto, lo spirito della stessa Vergine, la tradizione costante della Chiesa» (Denz-U, 2158).
L'origine della strana lezione «Et ait Elisabeth» (in Lc. 1, 46), nei codici a, b, 1 dell'antica latina si spiega da alcuni interpretando Elisabeth in dativo. Questa parola, introdotta come glossa da qualche copista (Et ait Maria Elisabeth, «e disse Maria ad Elisabetta») avrebbe soppiantato Maria sotto la penna di un copista successivo. Altri fanno altre ipotesi.
Nei riti latini il M. si canta (o si recita) ai Vespri, nei riti bizantino ed antico Romano al Mattutino.
Pietro De Ambroggi