MARATTI, CARLO. - Pittore, n. a Camerano (Ancona) il 15 maggio 1625, m. a Roma il 15 dic. 1713. Esponente e caposcuola della corrente pittorica discesa, attraverso il Sacchi e l'Albani, dall'Accademia bolognese dei Carracci.
Accolse molti atteggiamenti del coevo barocco di P. da Cortona e del Gaulli, temperandone l'esuberanza e la foga in una pittura compassata e retorica insieme, dominata dai canoni raffaelleschi di grazia, misura, convenienza. Assorbi pure atteggiamenti e modi di artisti di tendenze diverse ed anche contrastanti, quali il Reni in modo particolare, l'Albani e il Domenichino, il Guercino e il Romanelli, il Bernini ed il Poussin. Da rilevare anche l'azione su lui dell'archeologo ed erudito Gian Pietro Bellori, il maggiore esponente dell'estetica idealistica seicentesca che non tardò a convertire il M. al prin
cipio della pittura ideale, scelta dalle bellezze naturali, superiore alla natura ed esaltò le opere del pittore come l'esemplare realizzazione delle sue teorie sull'arte. Tutti questi caratteri delle opere intorno al 1660 non di rado si avviavano di spunti berniniani, di preziosità cromatiche reniane (Presepe in S. Giuseppe dei Falegnami di Roma, 1650; Presepe e Fuga in Egitto, 1652, in S. Isidoro Agricola i quali fanno parte di una delle più importanti imprese decorative a fresco e ad olio eseguite dal M.; Visitazione in S. Maria della Pace) o di tocchi luministici alla Guerciano (S. Francesca Romana di Ascoli Piceno; S. Agostino in S. Maria dei Sette Dolori in Roma; Annunicata di Anagni, 1659). Intorno e dopo il 1670, il M. si cimenta in composizioni dinamiche ed affollate, talvolta raggiungendo un'intensità di colore quasi venteggiante (pale del Gesù e della Vallicella), più spesso inclinando verso forme turgide e slargate (pala di S. Carlo al Corso; soffitto di Palazzo Altieri; pennacchi delle cappelle della Presentazione e del Coro in S. Pietro Vaticano). Inesauribile creatore di pale d'altare, il M. si provò altresì in composizioni di carattere profano, nelle quali ebbe presente soprattutto il Domenichino; in gran parte disperse in musei stranieri. Tra i pittori del suo tempo, anche al di fuori di Roma, eccelle però nel ritratto, dove raggiunge una profonda penetrazione psicologica, non però mai disgiunta da una sottile idealizzazione del personaggio. Dopo aver esordito con ritratti semplici ed intimi, ispirati alla maniera del Domenichino e del Sacchi, tra i quali va citato il nobilissimo Clemente IX della Pianoteca Vaticana, il M. passa nell'età matura ai ritratti enfatici, in azione, esatta esemplificazione dei canoni berniniani. Di questa seconda ritrattistica del M. andata dispersa, resta un esempio nell'immagine, creduta della figlia Faustina, sotto le spoglie di Cleopatra, del Museo di Palazzo Venezia, notevole per la barocca opulenza delle forme, la densità dell'impianto e la delicatezza degli accordi cromatici. - Vedi tav. I.