MARINO, GIAMBATTISTA. - Poeta, n. a Napoli il 18 ott. 1569, m. ivi il 25 marzo 1625. Ebbe vita avventurosa, tutta rapide fortune e vicende avverse in principio, poi, per un caratteristico traviamento del gusto di un'intera età, sempre più legato ad una fama di mirabile poeta. Non gli mancò l'omaggio di principi, di letterati, di folle: fu caro al Duca di Savoia, a Margherita di Valois (in Francia egli dimorò dal 1615 al 1623), alla Curia romana, al Viceré di Napoli: ebbe lodi e cortesie da accademie; anche le polemiche in cui s'impigliò (alcune, come quella con il Murtola, noiose e tragicomiche) finirono con il dargli ancor più pubblicità. Nel suo ingegno vario e sregolato, nel suo verseggiare colorito e a volte musicale, ma troppo spesso artificioso e vacuo, il secolo intero parve riconoscersi; e «marinismo» fu detto il «nuovo e maraviglioso» genere di poesia tessuto di orpelli e fastosità.
Il M. in fondo fece sue, esagerandole, debolezze e argutezze già visibili nei poeti del secondo Cinquecento. Ma il suo mondo spirituale è povero, e in sostanza monotono: i suoi personaggi o sono irrigiditi da macchinosa allegoria, come nell'Adone, o risultano mossi solo dalla passione del senso.
Oltre agli scritti polemici è da ricordare l'abbondante raccolta di liriche (Lira, Venezia 1608), fra cui famosa la Canzone dei baci con i suoi 27 madrigali, dallo spunto catulliano, tesi ad un sottile gioco di virtuosismi stilistici e metrici. La Sampogna (Parigi 1620) raccoglie idilli pastorali, eglotte, narrazioni mitologiche: materia di ispirazione varia, tratta da Ovidio, Virgilio, Teocrito, Claudiano ed altri poeti al M. più vicini; e al solito appesantita da metafore, da accurate e inutili digressioni, fuori d'ogni ricerca psicologica per i diversi personaggi. Le Dicerie sacre (Torino 1614), omaggio solo formale all'oratoria sacra, servirono di modello per tutto il Seicento a tanta prosa barocca da pulpito e da romanzo; la Galleria (Venezia 1620), gran florilegio di pitture e sculture a ricordo di poeti, condottieri, eretici, briganti, e così via, con descrizioni di celebri quadri e statue, valse all'autore, fra l'altro, amicizia grata di artisti quale Michelangelo da Caravaggio, Reni, Poussin. Ma l'opera del M. più ambiziosa resta l'Adone (Parigi 1623), lungo poema allegorico che avrebbe voluto paragonarsi a quelli dei maggiori, da Ovidio al Tasso, e riprendendo un tema già trattato da un Parabosco o un Dolce risultò, intorno ad un'esile favola, una lambiccata costruzione senz'anima. Il M. è autore inoltre di un Epistolario (raccolto nell'ed. di Bari 1911-12). Del M. sono all'Indice: l'Adone (decr. 11 giugno 1624; 17 luglio 1625; 5 nov. 1626), la Canzone dei baci (decr. 12 apr. 1628), la Lira (decr. 27 sett. 1678) e altre opere minori.