NIRVĀNA. - N., in pāli « nibbāna », significa « estinzione », in senso proprio e traslato. In quest'ultima accezione è parola della dogmatica buddhista, e designa lo stato di perfetta pace interiore del monaco che, mediante l'osservanza delle otto forme di rettitudine, indicate dalla quarta sacra verità (v. BUDDHISMO), ha raggiunto l'arahatta, la santità.
Coteste forme di rettitudine, costituiscono l'« ottuplice cammino » e conducono all'estinzione del fuoco della sensualità (rāga), della fiamma dell'odio (dvesa) e del conseguente acceamento (moha). Questa specie di n., chiamato « visibile » può essere acquistato durante la vita, e non va confuso con il « n. assoluto » o parinirvāṇa, detto pure inesattamente n., che è l'estinzione anche della vita. E poiché l'azione del santo partecipe del n. visibile, priva com'è di attaccamento e di egoismo, non produce più nuovo harman (v.), il parinirvāṇa è l'annientamento, la morte senza rinascita. Chiare sono a questo proposito le parole attribuite al Buddha in morte dell'Anziano Godhika: « È entrato nel n. (assoluto) senza che la sua coscienza (viññāna) si trovi più in alcun luogo (Samyutta N., V. I, p. 120 sg.). Estinta la coscienza, cessa anche la sensazione. Avendo il venerando Sāriputta definito il n. assoluto come ineffabile delizia, il fratello Udāyī gli muove l'obiezione: « Ma come può esserci delizia in uno stato privo di sensazione? ». « In ciò appunto consiste la delizia », risponde Sāriputta, che non vi è sensazione (Anguttara N., V. V, p. 414 sg.). Dalla sensazione dipende infatti il dolore dell'esistenza. Sāriputta tuttavia non divide l'opinione di coloro che credono nell'annientamento del santo, anzi in un altro luogo del canone (Samyutta N., V. III, p. 109 sg.) confuta cotesta dottrina professata dal fratello Yamaka, chiamandola « peccaminosa eresia ». Di chi ha raggiunto il parinirvāṇa, si può soltanto affermare che egli si è liberato dalla rinascita; il resto è un mistero che il Buddha si rifiutò di rivelare anche quando il presuntuoso Maluṇyaputta gli chiese una spiegazione a questo proposito (Majjhima N., V. I, p. 426). Non che la stessa letteratura canonica sia priva di oscure allusioni a qualcosa d'immobile e di
eterno, atto ad offrire al santo un rifugio dopo morte; nell'Itivuttaha, silloge dei cosiddetti apoftegmi del Buddha, pare che il velo del mistero si sollevi: « C'è, o discepoli, un Non-nato, Non-divenuto, Non-fatto, Non-composto. Se non esistesse, non ci sarebbe scampo per il Nato, Fatto, Diventato, Composto (43)». E nel Suttanipata, rispondendo ad una domanda di Kappa che richiede d'indicargli un'isola dove possa salvarsi chi sta per essere sommerso dai flutti, il Buddha risponde: « Un'isola incomparabile ti nomino, Kappa, dove regna solitudine e dove ogni desiderio vien meno; io la chiamo n., distruzione della vecchiezza e della morte » (V, 11).
Per ciò che riguarda il « Grande Veicolo », il parinirvāṇa, concepito come Nealtà suprema e inconoscibile, continuò ad essere considerato come il coronamento della carriera di Bodhisattva, ma fu posposto alle gioie del paradiso di Amitābha e relegato in fine di tre periodi incalcolabili, per poco non equivalenti all'eternità.
F. Heiler, Die buddhistische Versenkung, 2ª ed., Monaco 1922, p. 36 sgg.; le citazioni di Nikāya (N.) si riferiscono all'ed. londinese della Pali Text Society, 1888-1911. Ferdinando Belloni Filippi