PACOMIO, santo. -
I. VITA
Istitutore del cenobitismo, n. nella Tebaide Superiore da genitori pagani verso il 290-92. Soldato ad Esneh, vi conobbe i cristiani e risolse di imitarli. Licenziato poco appresso, si diresse verso il sud, fermandosi a Senesit per eseguire il suo proposito. Qui prese alloggio in un piccolo tempio abbandonato, chiamato dagli antichi tempio di Serapide. Intanto veniva istruendosi nelle verità della fede, ricevendo, poco dopo, il Battesimo; e proprio la notte appresso avrebbe avuto una visione, che gli svelava la sua futura missione.Cominciò a condurre vita ritirata, di preghiera e di carità, ma avvedutosi presto che nel villaggio non poteva condurre vita solitaria, risolse di abbracciare la vita anacoretica, andandosi a mettere sotto la direzione di un monaco famoso in quei dintorni, di nome Palamone. Questi dirigeva una colonia di anacoreti, ai quali imponeva il suo genere di vita: digiuno quotidiano nella estate, a giorni alternati nell'inverno; mangiare solo pane e sale e un po' di legumi, niente olio o vino; far lavori manuali, dandone il ricavato ai poveri; passare la metà od anche l'intera notte in preghiera. P. visse alcuni anni nell'intimità di Palamone ed ebbe tutto l'agio di osservare le deficienze della vita anacoretica non soggetta ad una vera regola e all'obbedienza stretta ad un superiore. Si maturò così in P. la persuasione che per essere d'aiuto ad un più grande numero di anime bisognava introdurre la vita comune, in un monastero, sotto la dipendenza diretta di un superiore.
Per attuare il suo disegno si separò da Palamone andando a stabilirsi a Tabennisi, villaggio abbandonato situato sulla riva destra del Nilo. Poco appresso cominciò a costruire un monastero attorniato da una cinta per ricevere altri monaci, ma sembra che le prime esperienze non siano state lusinghiere, poiché non riuscì a sottomettere alla vita comune i primi venuti. Presto però vennero altri disposti ad accettare il genere di vita stabilito e poi altri ancora, sicché in breve tempo il monastero di Tabennisi radunò un centinaio di monaci. Fu questo il momento che P. impose la sua Regola e fece la distribuzione degli uffici e dei lavori e costruì nel monastero una chiesa.
Non bastando più Tabennisi all'afflusso delle nuove reclute, P. fondò poco discosto un nuovo monastero a Pebû. Sinora la famiglia di P. si era accresciuta in modo normale con l'accogliere singoli individui. Ma ora si incrementa per accessione di intere colonie di asceti che abbracciavano la nuova istituzione, sottomettendosi all'obbedienza di P. e alla sua Regola. Primo fu un gruppo di asceti di Senesit; P. vi portò alcuni monaci dei primi monasteri e vi ordinò la vita come in essi; seguì un'altra colonia vivente a poca distanza dalla prima, ma sulla riva opposta del Nilo, a Temusson; indi un terzo gruppo di anacoreti, viventi a Theblu sotto la direzione di Petronio. Quest'ultima conquista aveva un significato particolare, in quanto col dono che Petronio fece alla Congregazione di tutti i possedimenti della sua famiglia si accrebbero di molto le risorse materiali di P. I cinque monasteri erano situati relativamente vicini l'uno all'altro. Presto ne sorsero altri più distanti: tre al nord intorno a Panopolis (Aḥmîm), il primo dietro richiesta del vescovo del luogo, Ario, gli altri due, di Schedsinâ e di Tescinê, per iniziativa di P.; uno a sud, a Phenum.
Prescindendo dalla espansione verificatasi appresso, la Congregazione contava durante la vita di P. nove monasteri di uomini e due di donne. E tale susseguirsi di fondazioni si realizzò nel breve spazio di ca. 25 anni, tra il 320 e il 346. Mentre si effettuava tale espansione, P. trasportò, per comodità di governo, la sede centrale da Ta-
bennisi a Pebû, dove in seguito risiederà il superiore generale e l'economo generale, e dove avranno luogo le riunioni generali della Congregazione. E fu poco dopo una di queste riunioni, quella della Pasqua del 346, che a Pebû, scoppiò la peste ed in breve mieté più di cento vittime, la più illustre delle quali fu proprio P., m. il 9 maggio 346, dopo quaranta giorni di atroci sofferenze e dopo aver designato come suo successore Petronio, che però fu due mesi appresso rapito dalla peste. Gli successe Orsiesi, che, per scongiurare uno scisma, affidò il governo al discepolo prediletto di P., Teodoro, ritirandosi nel frattempo a Senesit, per tornare a governare da solo dopo la morte di Teodoro (27 apr. 368).
II. ORGANIZZAZIONE
L'istituzione pacomiana rappresenta un progresso, meglio il termine logico cui tendevano le varie forme di vita monastica quali si praticavano in Egitto ai suoi tempi. Dalla primitiva forma eremitica si era passati a quella anacoretica col raggrupparsi, intorno ai più famosi eremiti, di discepoli che compiono qualche atto in comune, abitano però ancora in celle separate e conservano la propria libertà di azione. Spetta a P. l'avere introdotto la vita comune, dentro un monastero, sotto la direzione d'un superiore, secondo un corpo di norme regolanti l'intera vita dei monaci. È la forma di vita religiosa che si è poi affermata e vige tuttora nella Chiesa.1) P. è il primo che abbia scritto una regola. Questa si conserva intera nella versione latina che nel 404 ne fece s. Girolamo da un esemplare greco, che a sua volta proveniva dall'originale copto, dietro richiesta e per comodità d'un gruppo di latini di Canopo che non comprendevano né il greco né il copto. L'autenticità della traduzione geronimiana, in 194 articoli, è ora confermata dalla scoperta di frammenti copti rispondenti appieno alla versione latina. Con ciò è anche risolta la questione intorno alla recensione breve: essa è solo un estratto della Regola originale. Non che P. abbia composto sin dall'inizio e in una volta la sua Regola. Piuttosto si è andata completando man mano che le circostanze mostravano la necessità di nuove prescrizioni. Da questa Regola e da indicazioni sparse nelle Vite di P. si può delineare l'organizzazione del cenobitismo pacomiano.
2) Esso è una vera congregazione religiosa. A capo di tutti i monaci sparsi nei vari monasteri stava il superiore generale, con sede dapprima a Tabennisi, poi a Pebû. Il generale aveva la massima autorità su tutti i monasteri, su tutti i superiori che nominava direttamente e su tutti i monaci. Mantenneva l'unità della famiglia dispersa visitando regolarmente i vari monasteri e mantenendo frequente commercio epistolare coi vari superiori. Per mantenere in tutti la coscienza di essere membri di un corpo, due volte l'anno, a Pasqua e in ag., li radunava tutti intorno a sé, a Pebû. In questa riunione i fratelli si edificavano a vicenda ed ascoltavano le esortazioni del padre, e questi regolava il buon andamento della comunità, confermava o cambiava i superiori dei monasteri e i prepositi delle case. La prima riunione aveva per scopo principale la celebrazione delle feste pasquali; la seconda invece l'amministrazione temporale - a Pebû risiedeva anche l'economo generale che pensava all'acquisto delle cose necessarie a tutti i conventi e alla vendita dei prodotti del lavoro dei monaci - e il ristabilimento della fraterna carità col perdono che i monaci si concedevano per i torti che potessero essersi fatti.
3) I monasteri erano attorniati da una cinta muraria, dentro la quale sorgevano varie costruzioni: le case di abitazione dei monaci (ogni monastero si divideva in varie « domus », sino a quaranta, ciascuna con 20-40 monaci aventi ognuno la propria cella); chiesa, refettorio, cucina, dispensa, guardaroba, infermeria, biblioteca, varie officine, luogo di riunione per l'intera comunità. Ogni monastero aveva il suo superiore, nominato dal generale, assistito da un secondo. Anche le singole case del monastero avevano il proprio preposito con il secondo. Ogni tre-quattro case formavano una tribù. I
monaci erano assegnati all'una o all'altra casa a seconda del mestiere esercitato, non già, come attesta Palladio, a seconda del diverso carattere, ed avevano il proprio grado dipendentemente dall'anzianità di professione.
Il vestito dei monaci consisteva in una tonaca di lino senza maniche, stretta ai reni da una cinghia. Una pelle di capra conciata scendeva dalle spalle alle ginocchia, e sopra di essa avevano una sorta coscolla portante un cappuccio, sul quale era il segno del monastero e della casa cui ciascuno apparteneva.
4) La vita spirituale porta l'impronta della preoccupazione di P. di renderla possibile e facile anche agli incipienti, ed ha per nota caratteristica la moderazione. Per le pratiche di pietà, erano prescritte cinque riunioni al giorno: al mattino verso l'aurora, a mezzogiorno e a sera prima del pasto comune, prima di andare a riposo nelle singole case, con sei preghiere ed alcuni salmi, quindi verso mezzanotte assemblea generale. Questa era generalmente presieduta dal superiore e constava di tre parti: salmodia, lezioni dalla S. Scrittura ed alcune preghiere. Per la celebrazione dell'Eucaristia, dapprima il sabato si recavano alla chiesa del villaggio e la domenica venivano i preti del villaggio a celebrare nella chiesa del monastero, poi, quando si ebbero preti tra i monaci, si sarà celebrato ambedue i giorni nella propria chiesa. Non consta se si celebrasse la Messa negli altri giorni. Il progresso spirituale era fomentato da istruzioni trisettimanali del superiore del monastero e bisettimanali dei prepositi delle case per i loro sudditi. A ciò si aggiungevano frequenti collazioni spirituali, frequenti colloqui del superiore con i singoli, esortazioni occasionali, lo studio a tutti imposto della S. Scrittura, per il che P. esigeva che tutti imparassero a leggere. La stessa moderazione appare negli esercizi ascetici: a tutti imposto il digiuno il mercoledì e il venerdì, mentre negli altri giorni venivano apprestati due pasti frugali sì, a base di pane, legumi, frutta, formaggio, ma sufficienti e tali da permettere ai monaci di mortificarsi volontariamente in qualche cosa. P. permetteva ad alcuni mortificazioni speciali ed anche digiuni, tali però che non impedissero loro di attendere al proprio ufficio, giacché egli aveva in tutto presenti le esigenze della vita comune.
5) Tutti i monaci, cominciando dal superiore, dovevano attendere al lavoro manuale, che al principio consisteva in tesser corde, stuoie e canestri coi giunchi del Nilo e le foglie di palma; poi nel successivo sviluppo sorsero tutte quelle professioni indispensabili sia per la vita di un grande organismo, sia per procurarsi col ricavato le risorse necessarie al mantenimento di tanti monaci. Grande sviluppo prese pure col tempo la coltura dei campi fuori del monastero, e al tempo del raccolto numerosi gruppi di monaci si disperdevano nei dintorni offrendo il loro lavoro in cambio di una determinata quantità di derrate. Per tutti questi lavori, sia all'interno sia all'esterno del monastero, detto P. regole precise e sapienti, che però non sempre si osservavano, specie all'esterno.
6) La Regola rivela inoltre, sotto molti aspetti, il genio organizzativo di P.; lo spirito di moderazione e di sano equilibrio che caratterizza tutta la sua istituzione, non è contraddetto dalla minuziosità delle prescrizioni, dalla regolamentazione di tutti gli atti da compiersi, dall'elaborazione d'un completo codice penale; giacché tutto ciò, oltre ad esser necessario per impiantare una vita di comunità, corrispondeva pienamente all'indole degli Egiziani di quel tempo.
7) È difficile tentare una statistica, sia pure approssimativa, dei monaci pacomiani; Cassiano e la prima recensione etiopica della Regola di P. compaiono i monaci intorno ai 5000, Palladio a ca. 7000, s. Girolamo, invece, nel prologo della versione latina della Regola li fa salire a più di 50.000, cifra che vale per la fine del sec. IV e l'inizio del V. In genere gli storici ritengono quest'ultimo numero oltremodo esagerato. Se però si considera che il monachesimo pacomiano oltre che un moto ascetico-spirituale rappresentava anche un vero moto sociale, esso dovrebbe essere molto vicino al vero, pur ammettendo un considerevole incremento dopo la morte di P.
8) Fu tutto oro di pura lega nei monasteri paco-
miani? La risposta è differente a seconda che si interroghino le Vite greche o quelle copte. Le prime presentano un quadro quanto mai luminoso con appena qualche neo e riducono le mancanze dei monaci a ben poca cosa; le seconde invece, pur convenendo con le prime quanto alla sostanza e alla figura del protagonista, riferiscono più frequenti e più gravi infrazioni alle regole, anzi trascorsi gravi anche in materia delicata. È questo il quadro che meglio sembra corrispondere alla realtà. Il che tuttavia nulla detrae al merito grandissimo di P.