PALESTRINA, GIOVANNI PIERLUIGI da. - Musicista, n. a Palestrina da Sante Pierluigi e da Palma, d'incerto casato; la maggioranza degli studiosi, con fondate argomentazioni, ha ormai convenuto di assegnarne la nascita al 1525. Nel paese nativo è verosimile che gli fosse impartito il primo insegnamento musicale; recatosi assai presto a Roma, proseguì gli studi; venne accolto nella cantoria di S. Maria Maggiore di cui era arciprete il card. Andrea Della Valle, vescovo di Palestrina, e maestro di cappella Rubino Mallapert; a questi nel 1540 succedette Firmin le Bel, nel quale è da ravvisare il maestro del P.
Dopo la muta della voce ritornò a Palestrina, ove
assunse l'ufficio di organista e maestro di canto nella cattedrale di S. Agapito, e il 12 luglio 1547 sposò Lucrezia Gori dalla quale ebbe tre figli, Rodolfo, Angelo, premorti al padre senza famiglia, e Igino, alcuni discendenti del quale si rintracciano ancora nella seconda metà del sec. XVII. Nuovamente mancano notizie su questo soggiorno, è tuttavia da supporre che il musicista entrasse in dimestichezza con il card. Giovanni Maria Del Monte che, creato pontefice nel 1550, poco dopo lo chiamò alla direzione della Cappella Giulia. Il P. entrò in carica il 1° sett. 1551; nell'autunno 1554 pubblicava il primo libro delle messe dedicandole al suo protettore, dal quale l'anno seguente era nominato cantore pontificio. Morto Giulio III nel marzo 1555, il successore Marcello II Cervini gli conservò il favore, ma venne a morte dopo tre settimane; in memoria di questo Pontefice il P. scrisse in tempo non precisato la Missa Papae Marcelli. Il nuovo Papa, Paolo IV Carafa, che subito iniziò la sua severa opera riformatrice, revocò la nomina a vita dei cantori pontifici laici ed ammogliati; e così, insieme a Leonardo Barré
e Domenico Ferabosco, il P. venne licenziato. Il musicista ebbe la fortuna di ricoprire subito l'ufficio, allora vacante, di maestro di cappella di S. Giovanni in Laterano, il 1° ott. dello stesso 1555, e lo tenne, tra difficoltà varie, sino all'estate 1560. L'anno dopo, sempre come maestro di cappella, passava a S. Maria Maggiore. Nel 1559 saliva al pontificato Pio IV Medici, durante il quale ebbe termine il Concilio di Trento (1563) di cui è nota l'importanza per le decisioni riguardanti la liturgia e la musica ecclesiastica. Quel che ha universalmente diffuso la rinomanza del P. è in stretto riferimento con le riforme proposte da quel Concilio; tale partecipazione fu avvolta in un alone leggendario: così si disse per lungo tempo che la Messa di papa Marcello avrebbe salvato la musica polifonica dalla proibizione del Concilio. Quella Messa, che in effetti rappresenta un nuovo stile di cui il P. era profondamente consapevole, era scritta secondo esigenze alle quali le decisioni del Concilio dovevano conferire una nuova forza ed efficacia. Comunque sia, è assodato che i cardd. Vitellozzo Vitelli e Carlo Borromeo provvidero sin dal genn. 1565 a dare esecuzione alle deliberazioni del Concilio di Trento, cominciando per l'appunto con il riordinare la Cappella Pontificia. Risulta infatti che in casa del card. Vi-

(fot. Knit)
La musica del P. già parve ai contemporanei un culmine artistico di perfezione pressoché assoluta: concorrevano a questa valutazione parecchi elementi non soltanto di natura artistica, ma più largamente storica e culturale. Ma, pochi decenni dopo la morte del P., il gusto musicale subì un cambiamento così radicale, da farne declinare rapidamente la conoscenza diretta delle opere.
Un preciso, consapevole ritorno verso la chiarezza e la semplicità della polifonia palestriniana si ebbe con un movimento idealmente iniziato da un giurista di Heidelberg, A. F. J. Thibaut, che pubblicò nel 1825 un libretto, poi più volte ristampato, nel quale veniva appunto celebrata la purezza della musica polifonica, principalmente ravvisata nell'arte palestriniana. Al P., simbolo della perfezione tecnico-formale, come era perdurato nei secoli precedenti, subentrò ora il simbolo del P. rappresentante della più pura religiosità musicale, raffigurata soprattutto in uno stile «antico», se non addirittura primitivo: è fuori di dubbio che l'indagine storica dell'Ottocento continuò a mettere al centro della musica «antica» il P., ormai considerato come il più alto punto d'arrivo di una secolare, ininterrotta, progressiva conquista d'arte e di stile. Al contributo italiano, principalmente rappresentato dal Cametti e dal Casimiri, i quali ricostituirono attraverso pazienti ricerche d'archivio la vita e l'ambiente storico del musicista (al Casimiri ancora si deve l'avviamento di una nuova edizione dell'opera palestriniana), si aggiunse il contributo straniero con la ricerca critica fondata su rigoroso metodo stilistico dal Jeppesen, contemporaneamente ad altri studi.

I testi palestriniani rivelano un'immensa varietà di accenti e di inflessioni soltanto a chi li voglia far propri con alacre, attenta penetrazione. In sede di analisi formale si resterà sorpresi, ma più ancora ammirati, del modo con cui il P. accoglie dalla tradizione contrappuntistica, principalmente rappresentata dai musicisti fiamminghi, gli elementi tecnici e strutturali di uso più corrente. Tornano nelle sue messe i procedimenti della composizione sul cantus firmus, ora rigido ora libero, sul canone di più stretto rigore, sulle melodie liturgiche o popolari, su temi attinti con più grande libertà da mottetti e madrigali propri o di altri autori, su motivi da lui stesso inventati o su temi di cui non è stato possibile identificare la fonte: ma ogni elemento è trasfigurato dall'artista in un modo che appare tanto più prodigioso, quanto più naturale ed intensa è l'espressione musicale che ne risulta. Egualmente si dica per la versatilità con cui il P., nei mottetti e nelle numerose forme consimili, delinea quadri di meno ampia

PALESTRINA, GIOVANNI PIERLUIGI da - Manoscritto autografo (1555-89) - Roma, basilica di S. Giovanni in Laterano, Archivio musicale, cod. 59, f. 25.
cornice, ma che raccolgono nel più armonioso e sobrio raccordo le infessioni di un penetrante lirismo atto ad evocare immagini e stati d'animo sottilmente aderenti allo spirito del testo che li ha suggeriti.
La fecondità del genio palestriniano è attestata dal semplice elenco delle opere: 39 messe a quattro voci, 29 a cinque, 21 a sei, 4 a otto, per un totale di 93 messe alle quali sono da aggiungere quelle di recente ritrovate manoscritte dal Jeppesen nella Biblioteca del Conservatorio di Milano; oltre 300 mottetti a quattro, cinque, sei, sette, otto e dodici voci; inni, lamentazioni, litanie, offertori, antifone, salmi, cantici, responsori, sequenze, quattro libri di madrigali, due spirituali e due profani; al P. sono pure attribuiti otto ricercari.
Le opere complete del P. sono state pubblicate in 33 voll. da de Witt, Espagne, Commer, Haberl, ed. Lipsia 1862-1903. Una nuova edizione, iniziata da R. Casimiri, è in corso di pubblicazione in Roma e sino ad ora (1952) sono apparsi 17 voll.