PAOLI, PASQUALE. - Patriota corso, n. a La Stretta di Morosaglia il 26 apr. 1725, m. a Londra il 5 febbr. 1807. A quattordici anni, domata la rivolta isolata contro la Repubblica di Genova, seguì il padre, Giacinto, in esilio a Napoli, ove frequentò le scuole dei più rinomati maestri. Nel 1741 entrò nell'esercito borbonico nel reggimento «Corsica», formato quasi tutto da Corsi. Si mantenne sempre in contatto con i maggiorenti corsi, finché, eletto capo supremo della nazione, ritornò nell'Isola e riprese la lotta contro il governo genovese, togliendogli a poco a poco tutte le regioni interne sino a ridurlo ai punti fortificati della costa. Poi fece approvare dalla Consulta nazionale tutto un corpo di leggi degne di un popolo libero, promosse l'agricoltura, fondò l'Università di Corte, chiamando ad insegnarvi maestri, tutti corsi, di provato valore, appartenenti ad Ordini religiosi.
Nel 1760, continuando la guerra con la Repubblica genovese e perdurando i disordini nella disciplina ecclesiastica, il P. domandò a Clemente XIII un visitatore apostolico; e questi venne inviato nella persona di mons. Crescenzio De Angelis, vescovo di Segni. Il governo genovese pose una taglia sulla persona dell'inviato pontificio, ma senza risultato. Nel 1767 il P. accordò larga ospitalità, nell'Isola, ai Gesuiti espulsi dalla Spagna e dall'America.
L'anno successivo Genova cedeva il possesso della Corsica alla Francia; il P. protestò e per un anno ca. tenne testa al più potente nemico; ma dopo la rotta di Ponte Nuovo (10 maggio 1769) dovette arrendersi e rifugiarsi a Londra. Nel 1790, all'inizio della Rivoluzione Francese, poté rientrare in patria e fu nominato presidente dell'amministrazione dipartimentale. Nei primi due anni seguì le direttive del governo di Parigi; ma poi non potendo, in coscienza, consentire agli eccessi del Partito giacobino e della Convenzione nazionale, fu sospeso dalle sue funzioni e invitato a disculparsi dinanzi l'Assemblea. Organizzò invece un nuovo governo locale e chiese aiuto e protezione al governo britannico, offrendo a re Giorgio la sovranità dell'Isola. Non avendo ottenuto per sé la carica sperata di viceré, deluso, parti, per l'ultimo esilio a Londra, ove visse da tutti stimato ed onorato.
PAOLINO, patriarca d'Aquileia, santo. - N. nel Ducato longobardo del Friuli nella prima metà del sec. VIII, m. a Cividale l'11 genn. 802. Quale artis grammaticae magister, conosciere di Virgilio e di Ovidio, di Sedulio e Boezio, fu da Carlomagno, dopo il 774, chiamato alla Scuola palatina in Francia e si legò in amicizia con Alcunio e gli altri di quel gruppo. Da Ivrea Carlo il 17 giugno 776 gli fece donazione di beni confiscati a Longobardi ribelli, e lo nominò nel 787 patriarca d'Aquileia; P. ebbe gran parte negli avvenimenti di quegli anni, anzitutto nella lotta contro gli errori adozianisti di Elipando di Toledo e di Felice di Urgel.
Partecipò infatti al Concilio di Ratisbona (792) ed a quello più solenne di Francoforte del 794, per il quale scrisse il Libellus sacrosolubus contra Elipandum; ad invito di Carlo scrisse nel 799-800 i Libri III contra Felicem (di essi presentò un nuovo ordine da A. Wilmart nel suo L'ordre des parties dans le traité de Paulin d'Aquile contra Felix d'Urgel, in The Journal of theological studies, 39 [1938], n. 153, pp. 22-37). Un Liber exhortatorius di impronta ascetica indirizzò all'amico Erice duca del Friuli. Quale conclusione delle guerre di Carlo contro gli Avari degli anni 791-96, P. ARNON (v.), arcivescovo di Salisburgo, alla Conferenza sul Danubio per provvedere alla conversione di quelle genti. Poi nell'augurato 796 tenne a Cividale un concilio provinciale in cui propose una spiegazione del Simbolo, trattò della questione del Filioque ed emanò 14 importanti canoni di riforma. P. sfoggia volentieri gli artifici retorici delle scuole d'allora con lingua affettata, immagini e frasi magniloquenti; conobbe la metrica classica e ne usò, sia pure con frequenti licenze. Verso il 798 compilò una

PAOLINO, patriarca d'Aquileia, santo - Frammento dell'iscrizione sepolcrale di P. - Cividale, Duomo.
c cristiana nel 352, m. a Nola il 22 giugno 431. Compi gli studi di retorica a Bordeaux sotto insigni maestri, tra i quali il poeta Ausonio, a cui rimase legato da affettuosa amicizia. Per le sue doti di ingegno, le grandi ricchezze e le numerose protezioni, percorse con fortuna la carriera politica: fu console nel 378 e governatore della Campania nel 379.
Ma P. era tratto, come Prudenzio, piuttosto alla vita contemplativa e a dare al suo cuore un conforto per il senso vivo che ebbe della fugacità della vita e della inutilità delle cose terrene. Egli perciò distribuit il suo vasto patrimonio ai poveri e visse nella preghiera e nella penitenza, in casta unione con la moglie Terasia, dapprima in Spagna e poi a Nola, presso la tomba del suo protettore s. Felice, a cui fece innalzare, con il resto del suo patrimonio, una basi-lica. Abbandonò anche, con vivo disappunto di Ausonio che aveva riposto nel giovane discepolo molte speranze, ogni profana attività letteraria per rivolgere la sua musa all'unico scopo della sua vita: la celebrazione del cristianesimo. Vescovo nel 409, esplicò con sommo zelo il suo apostolato fino alla morte.
P. occupa un posto di notevole importanza nella storia della poesia cristiana antica, perché contribuì all'assimilazione della letteratura classica, portata a commento nel sec. V, anche per opera di quei poeti che, come P., vedevano in essa solo un nemico da combattere.
Avverso ormai all'arte dei retori e alle finzioni dei poeti, che «riempiono il cuore di cose vane e bugiarde», volle dare come contenuto alla poesia «la verità», cioè la ricerca di Dio, e come scopo si prefisse di «ammestrare i cuori degli uomini con la dolcezza», armonizzando la propria arte con la parola di Dio «unico arbitro e modellatore di ogni armonia».
Nonostante gli errori teorici, dovuti soprattutto all'antico pregiudizio che separava la forma dal contenuto, P. occupa un posto assai notevole quale poeta cristiano: la sua nativa, semplice religiosità, la sua incantata fede nel soprannaturale, i suoi trepidi abbandoni a Cristo nella paura dell'oltretomba, il suo alto spirito di amore e di carità, danno ai suoi versi una fluida e limpida intimità, che manca perfino al più grande dei poeti dell'antica latinità cristiana.
Le cinquanta lettere, unica documentazione dell'atti-vità di P. prosatore, destano vivo interesse storico, inviate come sono per lo più ad insigni personaggi «quali Agostino, Martino di Tours, Sulpicio Severo, ecc.», e ricche di notizie sulla vita religiosa e liturgica del tempo, ma non reggono al confronto della prosa cristiana che, con Girolamo ed Agostino, dava così luminosi esempi.
La conversione, nonostante le preoccupazioni teoriche, ha reso più coerente e più caldo il mondo poetico di P.: di questo I Carmina natalicia, che il poeta compone a partire dal 395 per celebrare il 14 genn., anniversario della morte di S. Felice, sono opere di fresca e fluida poesia. Furono scritti uno ogni anno, e dovettero quindi essere di più dei 14 che si posseggono (l'ultimo di essi, secondo il Fabre, risale al 409), poiché P. continuò fino alla morte, avvenuta nel 431, a celebrare ogni anno la vita e i prodigi del Santo, lo splendore della Basilica da lui stesso innalzata, il grande concorso di popolo festante.
Opera varia, ricca di motivi complessi, riporta l'eco di vicende tristi e liete che si svolsero in Italia alla fine del sec. IV e all'inizio del sec. V. Giunge in essa fra l'altro l'eco paurosa dell'avvicinarsi dei Goti e di Alarico, e la fiducia grande che il vescovo ripose nel suo Santo, che avrebbe certamente salvato l'Italia dagli invasori, e che avrebbe ottenuto da Dio, così com'era narrato nell'Antico Testamento, «di fermare il sole e la luna» per dar modo ai Romani di compiere la propria vittoria.
Quanto agli altri Carmina, bontà e dolcezza dominano nel X e XI, rivolti nel 410 al maestro Ausonio, accorato per l'abbandono del discepolo. Cristo - scrive P. - non rompe gli affetti, ma li rende più sacri, poiché tutti i valori umani acquistano in Cristo una profondità ignota.

Regula fidei in 151 esametri ed Alcuino fa cenno di opere poetiche da lui inviategli
al mondo pagano. Si pone fra i migliori carmi il Pro-
pempticon (carne 17), rivolto al vescovo di Remesiana,
che era venuto sulla tomba di s. Felice dalla remota
Serbia: le strofe saffiche si piegano a cantare con com-
posta fluidità, raramente offuscata da impacci, l'intima
dolcezza dei sentimenti di P.
Anche nell'epitalamio per le nozze di Giuliano e
Tizia (carne 15), P. riesce a cristianizzare, senza far
sentire il peso degli artifici, l'antico genere pagano, so-
stituendo, con naturale spontaneità, agli antichi dèi
protettori delle nozze, a Cupido, a Giunone ed a Venere,
Cristo, che ha trasformato il vincolo coniugale in una pu-
dica fonte di pietà e di consolante pace spirituale.