PENATI. - Di penates, gli dèi penati, termine in cui P. ha funzione d'aggettivo, significa letteralmente gli dèi « dell'interno » (cf. penitus). Penus, particolarmente, significava nella casa romana la riserva dei viveri e degli altri elementi di prima necessità della vita. La sede del culto domestico dei P. è presso il focolare che viene definito come altare dei P. Ogni pasto è collegato a un sacrificio a questi dèi. La loro funzione protettrice nei riguardi della famiglia ricorda quella dei Lari, dai quali però essi sono nettamente distinti, privi come sono di ogni rapporto con la fecondità tellurica e umana della casa. In sostanza essi rappresentano il carattere sacrale dell'esistenza stessa della famiglia anche nel suo aspetto più elementare e quotidiano.
I P. appaiono però anche nel culto pubblico. Secondo la tradizione mitologica, Enea avrebbe portato i suoi P. da Troia distrutta in Italia, deponendoli a Lavinio. Trasferendosi da Lavinio ad Alba, i suoi discendenti li avrebbero portati con sé, ma questi, miracolosamente, avrebbero fatto ritorno alla sede di prima. Da allora, i P. dei Latini sarebbero rimasti a Lavinio. I supremi magistrati romani annualmente, alla loro entrata in carica, si recavano a Lavinio per presentare un sacrificio ai P. Il santuario dei P. in quella città era inaccessibile al pubblico: gli autori antichi non sanno dare informazioni pre-
cise degli oggetti segreti custoditi nel tempio e considerati come i P.
Anche a Roma i P. avevano un culto pubblico: il loro tempio si trovava sulla Velia e in questo essi apparivano ormai sotto un aspetto antropomorfo, raffigurati come due giovani armati, simili ai Dioscuri. Notizie incerte collegano i P. con il tempio di Vesta, che aveva un suo penus in cui si custodivano oggetti segreti: ma un effettivo rapporto di culto tra Vesta e i P. sembra esistere solo dall'epoca augustea, in cui la gens Julia, considerandosi discendente di Enea, identificava i propri P. con quelli dello Stato e il proprio focolare con quello di Vesta.