PISTIS SOPHIA

PISTIS SOPHIA. - È il titolo dato da Schwartz a uno scritto gnostico del sec. III in lingua copta, contenuto nel Codex Askewianus del British Museum.

Il testo consiste di quattro libri. I primi tre, unitari, trattano della P. S., cioè della fede che ricerca la Sapienza. L'opera è attribuita al Salvatore, cioè a Gesù stesso. La P. S. è un eone, caduto dal cielo nella materia, che viene restituito alla sua prima dimora celeste da Gesù. Lo scritto contiene molti riferimenti a opere apocrife, fra le quali sono anche 5 odi di Salomone (v.), inoltre Vangeli apocrifi e probabilmente anche una Apocalisse apocrifa (v. L. H. Puech, in Coptic studies in honor of W. E. Crum, Boston 1950, p. 122). Il quarto libro è un'opera indipendente, che tratta specialmente della penitenza. È probabilmente più vecchio della P. S. Inquadrare la P. S. nel suo ambiente gnostico sarà forse possibile dopo la pubblicazione dei codici gnostici in lingua copta, scoperti nel 1946 nella regione di Nag-Hammadi.

Bibl.: ed.: C. Schmidt, Koptisch-gnost. Schriften, Lipsia 1905. Ed. del testo copto, Copenhagen 1925. Nuova trad. ed., Lipsia 1925. Monografie: K. R. Köstlin, Das gnost. System des Buches P. S., in Theol. Jahrb., 13 (1854), p. 1 ss., 137 ss.; A. Harnack, Über das gnost. Buch P. S. (Texte und Untersuch. zur Gesch. der altchr. Liter., 7, II), Lipsia 1891, p. 1 ss. V. anche gli articoli di C. Schmidt, in Zeitschr. für neutestam. Wissenschaft, 14 (1925), p. 218 ss.; F. C. Burkitt, in The Journal of theol. studies, 23 (1925), p. 271 ss.; 26 (1925), p. 391 ss. e di R. P. Casey, ibid., 27 (1926), p. 374 ss. Sulle dottrine astrologiche, V. W. Gundel presso Fr. Boll, Sternglaube und Sterndeutung, 4a ed. Berlino 1931, p. 187 ss. e Gundel, Paranatellonta, in Pauly-Vissowa, XX, II, coll. 1913-21. Su nuovi testi gnostici in lingua copta, V. Mina, in Vigilate christianae, 2 (1948), p. 129 ss.; 3 (1949), p. 129 ss.; J. Doresse, ibid., p. 137 ss.

Erik Peterson

PISTOCCHI MARIO - PISTOIA

L'estensione del territorio diocesano (compresa la diocesi di Prato [v.j.] è di 1083 kmq. e la sua popolazione (compresa la diocesi di Prato) di 262.403 ab. Le parrocchie sono 169 e i vicariati foranei 25. Sacerdoti 250. La diocesi possiede 7 case religiose maschili, 50 femminili. Ebbe fino dal 1446 per concessione di Eugenio IV un collegio di chierici, con le regole e i privilegi già concessi al famoso Collegio Eugeniano di Firenze. Nel 1690 il vescovo Leone Strozzi fondò il Seminario che fu ampliato dal vescovo Colombino Bassi; finché il vescovo Scipione de' Ricci non lo trasferì nel soppresso monastero di S. Chiara. Il patrono della diocesi è s. Iacopo Apostolo.

I. STORIA CIVILE

Pistorium sorse sulla Via Cassia, nella vallata dell'Ombrone, alle falde dei contrafforti appenninici, forse nel sec. I a. C. Già sotto la Repubblica romana fu città: nel 690 di Roma, nel suo territorio l'esercito di Catilina fu rotto dalle armi di Antonio. Plinio il naturalista annovera P., che faceva parte della tribù Vebina, fra la città formanti la Tuscia annonaria. Molto scarse sono le notizie su P. nei primi quattro secoli d. C. Sembra che durante il dominio di Teodorico godesse un periodo di pace e di prosperità. Soggiacque agli Ostrogoti e ai Bizantini; ca. il 590 cadde sotto la signoria dei Longobardi, è incerto se pacificamente o domata con la forza. Sotto Liutprando batté moneta. Sorgeva intanto nel cuore della città la torre del guardingo, donde una scorta armata vigilava la città stessa: supremo magistrato era il gastaldo. All'epoca carolingia la governava un conte. Fu poi sotto Matilde di Canossa; quindi retta dagli anziani, dal podestà e dal capitano del popolo. In seguito fu pur essa divisa in fazioni, ora prevalendo i gueffi ora i ghibellini, rappresentati gli uni dalla famiglia dei Cancellieri, gli altri dai Panciatichi. Essi lottarono fra loro con diversa fortuna, subendo le sorti che gueffi e ghibellini avevano nella vicina Firenze. E alla divisione dei gueffi in questa città, i Cancellieri tennero per i Neri, i Panciatichi per i Bianchi. Stretta fra Lucca e Firenze provò gli assalti ora di questa, ora di quella. Nel 1301 i Neri ne furono espulsi (P. in pria dei Negri si dimagra): Dante, Inf., XXIV, V. 143). Poi Castruccio Castracani, signore di Lucca, la ridusse in sua obbedienza: successivamente fu sotto l'egemonia politica di Firenze. Presso P., a Gavianna, nel 1530 il Ferrucci trovò la morte, difensore della libertà fiorentina contro le armi imperiali. Costituìsi il ducato e il granducato, anche P. fu sotto la sovranità dei Medici, quindi sotto i Lorena; provò l'occupazione francese e dopo le alterne vicende politiche che prevennero la fine del granducato, divenne come il resto di Toscana parte del Regno d'Italia.

II. STORIA RELIGIOSA

Mancano dati sicuri per definire l'epoca e le circostanze in cui il cristianesimo si introdusse nel territorio di P. E certo però che al chiudersi del sec. v il vescovato in P. era già costituito, se il papa Galeasio I (492-96) si duole che un vescovo di P. abbia reso omaggio a re Teodorico prima di venerare i limina Apostolorum. Nel 556 Pelagio I scomunica un vescovo di P., di cui è ignoto il nome, perché nel servizio divino taceva il nome del Pontefice. Nel 716 fra il vescovo di P. e quello di Lucca si agita un'aspra controversia per motivi di giurisdizione, della quale è giudice un messo del re Liutprando. Il sec. VIII, nel quale è noto il nome di un vescovo Giovanni, come eletto dal clero e popolo, è fertile per la diocesi di fondazioni monastiche. Già prima un eremita, Baronto, poi venerato come santo, era vissuto in penitenza sulla montagna pietosie: più tardi si rese noto il romano Pietro. Sorgevano intanto famose badie, delle quali la diocesi arrivò a possedere quattordici. Si ricordano la badia di S. Baronto di Montalbano (sec. XI) e quella di Montepiano (sec. XI); la badia di S. Bartolomeo (sec. VIII) e di S. Michele in Forcole (sec. VIII); di S. Salvatore di Vaiano e di S. Maria di Grignano. Del vescovo Lamprando è noto che nell'826 partecipò ad un concilio sotto Eugenio II; nell'844 Gansprando vescovo assiste in Roma all'incoronazione di Lodovico re d'Italia: Oschisio nell'870 è legato dell'Imperatore

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Pistoia, diocesi di - Chiesa di S. Paolo, costruita sulla fine del '200, con portale del 1227.

in Calabria: Giovanni nel 963 partecipa ad un Sinodo romano indetto da Ottone I. Altri nomi di vescovi di questa epoca: Asterio, Uberto, Rambaldo, Antonio.

Certo è che in epoca anteriore al Mille e di poco posteriore i vescovi di P. godettero grande autorità ed esercitarono giurisdizione feudale su castelli e terre della diocesi, fra le quali Quarrata e Lamporecchio: sebbene ad essi contrastasse il nascente Comune. Ma già prima, della loro preminenza testimoniava l'annuale omaggio di una pellis cervina da parte di alcune popolazioni della Maremma. Nel sec. XI fu insigne l'episcopato del vallombrosano Pietro dei conti Guidi, che la contessa Matilde volle successore del vescovo Leone morto nel 1085. Né meno illustre fu sulla cattedra di P. l'altro vallombrosano Atto, venerato quale santo, che molto contribuì a diffondere in P. il culto di s. Iacopo. Fu allora che la cattedrale, in origine dedicata a s. Martino, e nel sec. VIII ricostruita e consacrata a s. Zeno, venerato dai Longobardi, veniva ex novo ricadìficata: ivi era la «sagrestia dei begli arredi», di cui fu ladro Vanni Fucci (Dante, Inf., XXIV, V. 138). Essa ebbe poi altri adattamenti e restauri nel 1443, ad opera del vescovo Donato dei Medici: ed altri ancora nel 1600. I vescovi promossero pure con zelo la disciplina del clero e del popolo leggendo in molteplici sinodi. Il primo fu quello del vescovo Ermanno nel 1308; al 1406 risale il Sinodo del vescovo Diamanti. Dopo il Concilio di Trento si ebbe quello del vescovo Lattanzio Lattanzi, a cui altri seguirono nei secc. XVII e XVIII fino a quello di Colombino Bassi, tenuto nel 1721. Poi si ebbe l'episcopato di Scipione de' Ricci, il cui Sinodo tenuto nel 1786 con tendenze regalistiche e giansenistiche, e con l'opera anche di elementi estranei al clero piotoise, non fu mai da questo né gradito né bene accolto: come incontrarono l'ostilità popolare le innovazioni da lui tentate nel culto. Tanto che il Ricci dové rinunziare alla cattedra, sulla quale ascese Francesco Folchi che annullò il Sinodo stesso. Pio VII condannò le dottrine riccane con la bolla Auctorem fidei. Fra gli altri vescovi è da ricordare Marcello Mazzanti, il cui Sinodo ebbe luogo nel 1892.

III. PERSONAGGI ILLUSTRI

È da ricordare il can. Sozomeno, umanista, che partecipò al Concilio di Costanza; il gesuita P. Zaccaria, letterato e scrittore eruditissimo; il card. Carlo Agostino Fabbroni, che ebbe gran parte nella cost. Unigenitus contro gli errori di Quesnel; Alessandro de' Medici, che dal vescovato di P. passò all'arcivescovo di Firenze, e fu quindi pontefice con il nome di Leone XI; il card. Giulio Rospigliosi, che ricoprì elevatissimi uffici nella Curia Romana e, eletto pontefice, assunse il nome di Clemente IX; il vescovo Colombino Bassi, che lasciò nella diocesi fama di insigni virtù; il can. Antonio Longinelli, deceduto nel 1800, ostaggio in Francia; mons. Enrico Bindi, erudito commentatore dei classici e poi dalla cattedra di P. promosso all'arcivescovo di Siena.
BIBL.: M. Salvi, Historia di P., Roma 1652; Ughelli, III, pp. 282-317; F. A. Zaccaria, Bibliotheca Pistorians, Torino 1752; I. M. Fioravanti, Memorie storiche della città di P., Lucca 1758; I. Lami, S. Ecclesiae Florentinae monumenta, I. Firenze 1758, p. 562 e sgg.; III, p. 1575 sgg.; A. M. Rosati, Memorie per servire alla storia dei vescovi di P., Pistoia 1766; Atti dell'assemblea degli arcivescovi e vescovi della Toscana, tenuta in Firenze nel 1790, 1787, Firenze 1787; Atti e decreti del Concilio diocesano di P. dell'anno 1786, Pistoia 1788; F. Tolomei, Guida di P., 1788; E. Repetti, Dizionario geografico storico della Toscana, IV, Firenze 1841, p. 401 sgg.; Cappelletti, XVII, p. 73 sgg.; V. CAPPONI, GINO, Bibliografia pistoiese, Pistoia 1878; G. Arcangeli, Brevi notizie sul Seminario collegio vescovile di P., Pistoia 1891; G. Beani, La cattedrale di P., 1891; P. Kehr, Italia pontificia, III, Berlino 1908, pp. 117-43; G. Beani, La Chiesa pistoiese, Pistoia 1912; N. Rodolico, Gli amici e i tempi di Scipione de' Ricci, Firenze 1920; Maya, P. artistica, Pistoia 1927; L. Chiappelli, Storia di P. nell'alto medioevo, 1932; R. Matteucci, Scipione dei Ricci, Brescia 1941.

IV. SINODO DI P

Si tenne nella chiesa del seminario e dell'Accademia ecclesiastica di S. Leopoldo, dalla mattina del 18 al pomeriggio del 28 sett. 1786, sotto la direzione del vescovo giansenista Scipione de' Ricci (v.) e la protezione di Leopoldo, granduca di Toscana, dal quale, invece che dal Papa, si diceva nell'orazione inaugurale esser venuta «la permissione a tanti valenti teologi di assistervi nella ferma fiducia che la grazia del Signore dissipasse lo spirito di tenebre e di divisione».
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ducia che la grazia del Signore dissipasse lo spirito di tenebre e di divisione».

Pistoia, diocesi di - Palazzo comunale, iniziato dai guelfi nel 1294, ampliato durante il sec. xiv.

Vi collaborarono giansenisti francesi e olandesi e lo prepararono i più noti giansenisti italiani che furono presenti, almeno moralmente; non lo si può perciò considerare un episodio provinciale o regionale, ma quasi l'epilogo della traiettoria giansenistica da Lovanio a Port-Royal e a Utrecht e punto di confluenza degli errori del movimento giansenista con altri errori affini o avventizi quali il gallicanesimo, il richiemismo e simili.

Sette furono le sessioni e dieci le congregazioni che le preparavano, delle quali tre straordinarie e sette ordinarie. Vi intervennero, spinti dal prepotere del vescovo e da modi spesso violenti, 250 sacerdoti; della diocesi pistoiese, i parroci, i cappellani curati e i canonici per diritto, ed eran chiamati «padri del Concilio»; i sacerdoti secolari e regolari espressamente invitati, ed erano detti «consacredoti»; tra TAMBURINI, PIETRO (v.) ai quali, e a quest'ultimo specialmente che ne era il promotore, spetta la redazione dei sin

goli decreti. Il de' Ricci ne fu il presidente e Giuseppe Paribeni vicepresidente e legato del Granduca. Da una vicina villa Leopoldo ne seguiva lo svolgimento. Il Sinodo, ben presto denominato «comedia pistoiese», si svolse fra il timore dei parroci e dei sacerdoti pistoiesi per lo più ignari della violenza esercitata per la sottoscrizione, che tuttavia fu unanime solo apparentemente; e fra l'esultanza dei non pochi giansenisti o gallicani extradicesi presenti che così credevano assicurato un definitivo successo dell'eresia. Gli atti furono integralmente pubblicati e le proposizioni di condanna della bolla Auctorem Fidei del 28 ag. 1794 ne segnano le deviazioni. Dalle 85 principali proposizioni estratte dalle costituzioni sinodali, esposte sotto 44 titoli secondo le diverse materie, 7 furono condannate come eretiche e le altre proscritte con differenti censure, spesso sotto i molteplici sensi che esse potevano presentare (falsa, temerarie, scandalose, prossime all'eresia, ecc.). Pure stigmatizzata è la lode attribuita agli articoli gallicani del 1682 inseriti maliziosamente nel decreto sulla fede, e rinnovato il giudizio già pronunciato contro di essi da Innocenzo XI e da Alessandro VIII. Tale condanna si rese necessaria per la diffusione data agli atti del Sinodo in tutta l'Europa. In un codice latino della Biblioteca Vaticana si legge «uno stampatore di Livorno ne ha obbligato 1800 copie per mandarle in Spagna e in Francia», e dalla Spagna il dottore, Lorenzo, si è riunito avvertivato di non poter più a lungo impedire la ristampa degli atti in lingua spagnola senza una previa formale condanna. Aderirono al Sinodo ecclesiastici e laici francesi, austriaci, germanici, olandesi e polacchi. La Chiesa scismatica di Utrecht, l'arcivescovo di Salisburgo di Colloredo, abati francesi quali Belle-garde, Maulrot, Clement con lettere; le Nouvelles ecclésiastiques, la Gazette universelle, la Gazette d'Europe e la Gazette française tra i periodici esaltarono il conciliabolo pistoiese, i cui decreti apparvero subito in triplice edizione italiana, latina, francese. Complemento del Sinodo, come si era auspicato, doveva essere un Concilio nazionale a Firenze per far finire tutte le dicerie e maneggi che la corte di Roma e i suoi aderenti potessero tentare. Tuttavia, che i vescovi toscani resero vano (v. GIANSENIO GIANSENISMO; RICCI, SCIPIONE DE'); e il disegno scismatico, come l'eresia giansenista, può considerarsi storicamente concluso nella bolla di condanna.

BIBL.: Atti e decreti del Concilio diocesano di P., Pistoia 1788 (in latino, Pavia 1788; in francese, Parigi 1789); J. Carrey, Pistoie (Synode de), in DThC, XII, 11, coll. 2176-99; B. Matteucci, Scipione de' Ricci, Brescia 1941 (con esauriente bibl.).

BENVENUTO MATTEUCCI

V. ARTE

Con il periodo romanico si hanno a P. le prime manifestazioni artistiche. L'aspetto odierno della città dipende infatti, in gran parte, da costruzioni del Duecento e del Trecento. L'unico resto di monumenti romani, eccettuata la pianta della città che si può nella maggior parte ricostruire, è costituito da un'abitazione privata del III sec. d. C. con pregevoli pavimenti a muscolo.

L'architettura romanica ha sue precipue caratteristiche in questa città, dove si diffondono forme di un minuto decorativismo, di origine prevalentemente pisana ed anche fiorentina. L'effetto policromo ed ornamentale diviene spesso soverchiante ed impedisce alle strutture architettoniche di risaltare in quei caratteri di organicità che sono tipici di tutta l'architettura romanica. Partecipano di questa corrente il S. Giovanni fuorvicivita, la cattedrale ricostruita nel XII sec., il S. Paolo, il S. Bartolomeo in Pantano e il S. Andrea, dall'insolita struttura della navata centrale, assai alta e stretta. Caratteristica delle chiese romaniche pistoiesi è la mancanza del transeppo. Nel 1166 Graumonte, «magister bonus», insieme al fratello Adeodato e ad un maestro Enrico, lavorò all'archetura del portale di S. Andrea, rivelandosi seguace di quel Guglielmo che aveva eseguito il pulpito per il duomo di Pisa (oggi nella cattedrale di Cagliari). È probabile che lo stesso scultore, e forse con gli stessi collaboratori, lavorasse, nell'anno successivo, all'architrave del portale di S. Bartolomeo in Pantano; e più tardi, senza aiuti, a quello di S. Giovanni fuor civitas. Il pergamo di S. Michele in Groppoli, nei dintorni della città, datato 1194, rivela influssi dell'arte di Guglielmo, probabilmente ap

presi dall'anonimo maestro per tramite di Graumonte. Guido Bigarelli da Como, che nel 1246 aveva eseguito il fonte battesimale di Pisa, nel 1250 lavorava con aiuti al pergamo di S. Bartolomeo in Pantano. Guido porta a P. la tradizione lombarda, per lo meno nelle sue caratteristiche di semplicità e di rilievo, cercato per contrasto con lo spazio cavo, anche se ammorbidito e levigato. Influssi dei modi di Guido da Como si possono leggere nell'anonimo maestro che scolpì il portale della chiesa di S. Pier Maggiore. La pittura romanica non ha importanti sviluppi a P.; è da ricordare, nel Duomo, la grande croce dipinta nel 1274 da Coppo di Marcovaldo in collaborazione con il figlio Salerno. Nel XIV sec. si diffondono forme architettoniche sensi e fiorentine. Il Palazzo comunale, iniziato nel 1294 e ingrandito nel 1345 dal senese Simone di Ser Manno, presenta schietti caratteri sensi nel suo insieme, anche se il loggiato lo ricollega ai palazzi pubblici lombardi. L'architetto locale Cellino di Nese (1337-59) esegui il battistero ottagonale, attendendosi forse ad un disegno di Andrea Pisano, ed egli stesso è probabile che fornisse, nel 1367, il disegno del Palazzo di Giustizia.

Nel campo della scultura sono prevalentemente scultori pisani ad operare a P. nel XIV sec. Nel 1270 il più fedele seguace di Nicola Pisano, fra' Guglielmo, esegui il pulpito di S. Giovanni fuorvicivita. Nel 1273 Nicola lavorava all'altare della chiesa di S. Jacopo, ora distrutto, e allo stesso anno si potrebbe ascrivere l'acquasantiera di S. Giovanni fuorvicivita, opera che rivela la mano di Giovanni Pisano ancora agli inizi, in stretto rapporto con le forme plastiche di Nicola. Tra il 1298 e il 1301, Giovanni Pisano esegui poi il pulpito della chiesa di S. Andrea, sua opera capitale, su commissione di Arnoldo degli Arnoldi. Probabili autori della tomba di Cino da P. (1337-39) furono i sensi Agostino di Giovanni ed Agnolo di Ventura.

La modesta pittura pistoiese del Trecento fu, nella prima metà del secolo, dominata anch'essa dalla tradizione fiorentina. Nella seconda metà del secolo predominarono invece gli influssi emiliani, come si vede negli affreschi di S. Domenico e nelle pitture del Capitolo di S. Francesco, opera di artisti emiliani e di maestri pistoiesi sotto l'influsso di quelli. I bolognesi Dalmazio de' Scannabecchi e suo figlio Lippo si stabilirono per lungo tempo a P., influendo largamente sulla pittura locale.

Nel Rinascimento l'importanza di P. nella storia dell'arte diviene limitatissima. A dominare il campo furono in prevalenza maestri fiorentini, sia pittori che scultori. Nel 1477 Lorenzo di Credi dipingeva per il Duomo la Madonna di Piazza. Il Museo civico conserva opere di Cosimo Rosselli, della scuola del Botticelli, di Ridolfo del Ghirlandaio. Nel 1477 il Verrocchio iniziava per il Duomo il monumento al card. Niccolò Forteguerri, che fu continuato da seguaci e smembrato in parte nel Settecento. Nel 1487 Antonio Rossellino eseguiva il ritratto a bassorilievo di Donato de' Medici, sempre nel Duomo, e il fratello Bernardo, con la sua collaborazione, eseguiva il monumento a Filippo Lazzi in S. Domenico. Andrea della Robbia, con aiuti, nel 1505 decorava con un rilievo in terracotta la porta centrale della Cattedrale, mentre a Giovanni della Robbia spetta la decorazione dell'Ospedale del Ceppo. — Vedi tav. CXI.

BIBL.: F. Tolomei, Guida di P. per gli amanti delle belle arti, Pistoia 1821; G. Beani, La Cattedrale pistoiese, ivi 1903; O. Giglioli, P. nelle sue opere d'arte, Firenze 1904; A. Chiti, P., Pescia 1931.